Vito Ventrella, PAROLE FRA I TRULLI

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Vito Ventrella, PAROLE FRA I TRULLI. In copertina: i trulli nella campagna di Alberobello. Amazon, 2017, pp.1-62

 


p.10  1.

“Gli vado incontro

mi vengono incontro

abbaglianti

di luce boscaiola

nel ruvido mondo di

coltivazioni e salvazioni

che gli sono d’attorno

fuori

sotto velari di querce indomite

accanto a tappeti di fave novelle

che scurendosi al sole

somigliano alle serpi di

campagna

ma che sono lì

per impreziosire il contado

e il suo contadino,

per questo signore erano un

pezzo di pane

olio mollica

rinnovati ogni tempo con la

calce della salute -..

ma quando il mio occhio

si colora d’albume,

questi sono i trulli

che presero un velo di zucchero

alle sagre

e si spartirono il bianco degli

agnelli

per vestirsene ai fianchi

ai lati di piccole finestre

riscaldate

da tendine sonnolenti

e ai pinnacoli inargentati

la sera

da stelle cadenti.”


p.26  7.

“Molti castelli furono

abbandonati

quando i re  si trasferirono nei

palazzi di vetro.

I trulli, come le spose,

restarono fedeli  ai loro amanti,

non furono lasciati,

mai furono spelati come conigli,

mai persero le piume,

i loro custodi ne fecero un

museo di arte

e gente viva,

i loro sogni non smisero il vello

dei capri,

restò intatto il loro tepore,

d’estate crebbe la frescura

come quella dei nidi all’aperto.


Guardateli, giunsero a noi vestiti

di vacanza

per migliorare il genio dei

costruttori,

furono degli amabili cantastorie,

dissero di tutto

con un bicchiere di Primitivo

di Manduria,

dissero che i loro ospiti erano

gentili

come i lumi a petrolio,

furono affascinanti come clowns

che spieghino il riso al becco

delle cornacchie.”


p.32  9.

“Quando la sera annotta nei

boschi

e ti perdi

nel gioco delle carte e delle

streghe

non trovi la strada

vai lungo il sentiero allupato

ti sbriga il passo una vecchia

civetta

affamata di carni squisite

poi vedi il pinnacolo

la cresta d’un trullo che

occhieggia

da dietro un mandorlo

e ti alza lo sguardo al suo nido

bianco,

ecco, sei arrivato ad

Alberobello,

il nome del paese

in cui fu piantata la bellezza di

un albero.”


p.41  14.

“Noi, ragazzi di ferrovia,

ci siamo confusi con la solarità

e la semplicità dei trulli,

noi, sì, dai trulli fummo educati

ad essere ingegni pieni di grazia

e quando giunsero i primi

stranieri

dal Giappone, li invitammo ad

entrare

in essi per un vermut

e un sorriso alla brace.”


p.47  18.

“Quante volte le nostre parole

hanno inseguito la vertigine

delle parole

che vogliono esser lasciate

libere

di costruire il loro viaggio

inseguendo la stessa matematica

semplicità

con cui furono costruiti i trulli…”