Gianni Celati - COMICHE

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Gianni Celati, COMICHE, pp.1-147, Torino, Einaudi, 1971

 

Copertina di: "Comiche" non disponibile

Nella pensione di cartone «Bellavista» un uomo affetto da delirio persecutorio redige una cronaca degli avvenimenti, essendo visitato nottetempo da sconosciuti, che indirettamente mirano a entrare nel quaderno o ad esserne cancellati e direttamente vi descrivono circostanze dall'ospite dimenticate o che lo stesso non vorrebbe fossero rivelate ad alcuno. Altri persecutori sono un terzetto di maestri elementari, il Bagnino, il Guardiano notturno e i giardinieri, che predispongono continui agguati alle sue spalle. Solo consigliere e alleato è un aeroplano parlante che a tratti si staglia nel cielo.

Svariate sono le angolazioni, sotto cui può essere letto il romanzo. La più immediata, ma anche la più generica (come ricorda il titolo), si identifica con un punto di riferimento filmico, col movimento figé delle slapstick comedies, dei gags dei classici del muto («Scontro frontale con zuccata dei signori Barbieri e Copedé entrambi in fuga dalle rispettive camere infilate erroneamente»; «Preso l'innaffiatoio lo irrora. Re- pllca Fioravanti: - adesso stai fresco tu. Preso un barattolo di vernice li biancava la faccia »; e così via).

Ben piu attivo è il rimando, come a modelli ideali, a due autori oggetto entrambi di studi particolari da parte di Celati): Céline e il Joyce del brano in slang posto, nell'Ulisse, a conclusione del capitolo Le mandrie del sole. Comune alle rispettive operazioni letterarie é una scrittura che «vanifica », a livello sia di contenuto sia di forma, ogni retaggio del mondo civilizzato, istituzionalizzato. Per quanto riguarda Céline, è stato Celati stesso a parlare (in sedi diverse), rispettivamente di «spettacolo [valorizzato] al posto della esistenza». (Bo ha parlato di «reazioni formali» che sciolgono la «realtà») e di una lingua che «segue... Il destino di qualsiasi linguaggio furbesco, decade appena si inaugura come entità o come lingua, assolve ad esigenze circostanziali di adattamento all'ambiente di certe classi... », di una «'lingua dell'odio', che non si fa con i dizionari e quando diventa strumento di tutte le classi non esiste più ». Analogamente, per quanto riguarda Le mandrie del sole secondo ha felicemente notato il De Angelis - « il pastiche é qui non un fine in se stesso, ma un acido dissolvente », che distrugge, singulariter e nel complesso, contenuti e stili evocati lungo tutto l'arco del capitolo. E cosi nel romanzo di Celati assistiamo, rispettivamente, alla riduzione dei personaggi e della descrizione (nella loro accezione socialmente convenuta), gli uni a macchiette e tic mimici, l'altra a mero pretesto per raggiungere effetti di bagarre; e all'adozione di una lingua rlcca di contrazioni sintattiche, strane onomatopee, improprietà, cadenze da ragtime, che riflette un deliberato « disadattamento» alla lingua come istituzione.

Qualche ulteriore considerazione suggerisce un luogo del romanzo, In cui sono introdotte due orecchie, poste su piedistalli neri, che ascol- tano tutto quanto é udibile per un vasto raggio all'intorno. Esso richiama irresistibilmente quel trasparente simbolo della divinità che, ne Il grande Gatsby, adombrano gli occhi del dottor T. J. Eckleburg. (La controprova della fondatezza dell'accostamento è offerta da Celati stesso, secondo cui le voci dei fantasmi notturni che popolano il romanzo rimandano ad alcunchè di soprannaturale, all'« aldilà·», sia esso «... il cielo, sia come dicono altri l'Ade... »). « Giganteschi» sono gli occhi come «grandissime» sono le orecchie; e ciò che è altamente significativo -, come gli uni sorgono sopra la «valle di cenere », simbolo efficace di una diffusa condizione di aridità spirituale, le altre sono vIste «attraverso una rete metallica» (simbolo di esclusione, d'irraggiungibilità). È il Dio pascoliano cercato «invano e sempre », che, sulla scia delle incisive battute fitzgeraldiane (« - Dio vede tutto, ripetè Wilson. - È un cartellone pubblicitario, lo rassicurò Michaelis ») è riproposto da ultimo da Celati, a ribadire, ancora una volta, un credo di laica perplessità.

Tratto da Italianistica, gennaio-aprile 1972, pp. 221-222