Dickens e gli animali parlanti

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C'è, nel Pickwick¹, un descrittivismo, che, nutrito di spirito d'osservazione e innervato d'ironia, investe fisionomie e vestiario, spaccati urbani e scene naturali, fenomeni meteorologici ed interni di locali pubblici o privati. Ad esso non si sottraggono, ovviamente, gli animali. Innumerevoli ne sono gli esempi, che non occorre qui menzionare.

Ad un ulteriore grado di riflessività, tuttavia, l'autore s'informa, quando, con repentino scarto fantastico, evoca il sensorio d'un animale, annettendogli un valore addizionale, al fine di sottolineare uno stato d'animo, un'atmosfera ed un concetto particolari. E' il caso delle seguenti scene di genere²; "Il mattino che apparve agli occhi del signor Pickwick, alle otto del giorno successivo, non era tale da sollevarne il depresso stato d'animo... Il cielo era oscuro e cupo, l'aria umida e pungente, le strade zuppe d'acqua e pantanose. In vetta ai camini il fumo restava sospeso pigramente, quasi gli mancasse il coraggio di alzarsi, e la pioggia cadeva lenta e ostinata, come se non avesse neppure la forza di precipitare. Un gallo in un angolo del cortile, senza un barlume della vivacità consueta, si teneva mestamente in equilibrio su una gamba; un asino, tediato e a testa china sotto la bassa copertura di una tettoia, sembrava, per il suo contegno cogitabondo ed infelice, meditare il suicidio"³; "Non vi è mese dell'anno intero in cui la natura presenti un aspetto più attraente che in agosto... Mentre la diligenza oltrepassava rapidamente i campi e gli orti da cui la strada è costeggiata, gruppi di donne e bambini, ammucchiando le frutta entro le ceste o raccogliendo le spighe disperse, indugiano un attimo nel loro lavoro e... contemplano i passeggeri con occhi curiosi... Il mietitore interrompe l'opera sua e resta con le braccia incrociate a guardare il veicolo che fugge e i massicci cavalli dei carri lanciano un'occhiata sonnolenta al cocchio elegante, un'occhiata che dice, con quella chiarezza con cui sanno esprimersi i cavalli: - Sei bello a vedere, ma andarsene plano nei campi è, dopotutto, meglio che faticare così nella via polverosa -".⁴
E ancora: un'usanza, tipica dell'animale, sinonimo di depravazione, è avvertita come componente del progresso: "Nel branco di bestie che [ il principe Bladud ] aveva a sua cura (così narrava la favola) c'era un maiale di aspetto grave e solenne, verso il quale il principe provava un sentimento fraterno, poiché anch'esso era saggio... Questo porco sagace andava pazzo per bagnarsi in una mota umida. Non già nell'estate, come fanno i porci per rinfrescarsi, e come facevano pure in quei tempi lontani (il che prova come la luce della civiltà già avesse cominciato ad albeggiare, sia pure debolmente), ma nei freddi e pungenti giorni d'inverno."⁵.

Nella più aerea (sotto ogni punto di vista) fra le citazioni in materia ci s'imbatte là dove Pickwick, riflettendo sulla propria cattività (chiamato in giudizio in base ad una falsa imputazione e persa la relativa causa, ha preferito andare in prigione, anziché pagare una penale) si osserva, prima in se stesso e quindi sotto specie d'una mosca, originale, testarda e incline a claustrofilia quanto lo è lui: "Troppo gonfio era il cuore del signor Pickwick, per sopportare quella scena penosa, tanto che decise di andare a coricarsi... Così egli sedette ai piedi della sua piccola branda di ferro e prese a meditare quanto traeva all'anno di guadagno il custode dall'affitto di quella lurida stanza. Dopo essersi persuaso (mediante un calcolo matematico) che la camera rendeva una somma press'a poco uguale alla rendita di un'intera piccola strada nei sobborghi di Londra, il signor Pickwick cominciò a chiedersi quale bizzarra tentazione aveva potuto indurre una malinconica mosca, a passeggio sui suoi pantaloni, a venirsene nel rinchiuso di una prigione, quando tante prospettive molto più ariose si dischiudevano alla sua scelta: tali meditazioni lo spinsero a concludere che l'insetto era pazzo".⁶

Questi inserti, nel loro complesso, solo in minima parte si rifanno dalla "segreta virtù nella favola, per cui gli animali, le piante rivelano la loro anima fraterna alla nostra"⁷: la loro presenza sulla pagina, sorprendente e fugace insieme, illustra piuttosto l'assioma dickensiano, secondo cui "è destino di tutti i romanzieri e narratori, crearsi degli amici immaginari e di perderli, secondo il corso fatale dell'arte.".⁸



1) C. Dickens, ANNALI POSTUMI DEL CIRCOLO PICKWICK, traduzione integrale di Augusto C. Dauphiné, con illustrazioni di Gustavino, Milano-Roma, Rizzoli, 1946, pp. 890.


2) Intorno alla peculiarità della pittura di genere in Dickens, si veda il Diario di uno scrittore di Dostoevskij (Sansoni, Firenze, 1963, p. 102, pp. 109-112, p. 450 e p. 455).

3) C. Dickens, op. cit., p. 781.

4) Ivi, p. 239.

5) Ivi, p. 559.

6) Ivi, p. 634.

7) V. Lugli, Introduzione a: J. de La Fontaine, FAVOLE, Torino, Einaudi, 1958, p. VII.

8) C. Dickens, op. cit., p. 876.