SULLO STILE EPISTOLARE DI FULVIO TESTI

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SULLO STILE EPISTOLARE DI FULVIO TESTI¹

L'affermazione, nel terzo e quarto decennio del sec. XVII, d'un nuovo statalismo, riflesso della "Ragion di Stato" boteriana, comportando, nel caso del segretario Testi, un abito di alienante subordinazione e quasi di transfert nell' "immagine e simulacro di Dio in terra"², non rappresentò qualcosa di propizio alla conquista di uno stile creativo e personale.

Un passo dell'epistolario, d'altronde, appare estremamente significativo al riguardo: il Testi era stato richiesto dal cardinale Rinaldo d'Este d'un esatto ragguaglio su sette "capi", concernenti trascorse vicende relative alla casa d'Este, e la sua risposta ci offre, inconsapevolmente, una chiave per l'interpretazione dell'intero "corpus" di lettere. Dopo essersi profuso in ringraziamenti per le lodi rivolte dal cardinale al suo rapporto sul primo "capo", scrive: "Averà Vostra Eccellenza a quest'ora veduta l'altra relazione de' rumori con Parma, così voglia Dio che abbia incontrata la medesima fortuna. Io ne sto con particolare batticuore perché, sendo il soggetto più serio, men vaga di ragione riuscirà la narrazione".

Risulta da ciò, appunto, come la gravità, la serietà e l'importanza della materia contenuta nei "memoriali", negli "avvisi", nei rapporti in genere, fossero d'ostacolo al conseguimento di esiti spontaneamente espressivi.

A ciò si deve aggiungere, per completare il quadro dei fattori che cospirarono ad isterilirne la vena, come la professione abbracciata fosse svolta dal Testi  alquanto di contraggenio: "La professione di segretario è, com'Ella sa, non solamente conforme, ma totalmente contraria al mio genio. . .Nissun'arte non si può far bene quando non si fa con gusto. Ora immagini V.S. illustrissima quali possano riuscire le mie lettere, dettate alcune dalla disperazione, molte dal dispetto, assaissime dalla sazietà"³.

È vero che questa premessa avrebbe potuto dischiudere la possibilità d'una privilegiata riuscita nella direzione dello scandaglio introspettivo, o magari della memoria o dell'evasione in genere; ma non meno vero è che, di tanto, le fredde risultanze del testo non consentono di parlare.

A giudizio della Doglio, che a sua volta si attiene strettamente al saggio di Giovanni Getto⁴, dall'epistolario sarebbero enucleabili numerosi temi: una simile impostazione conferisce però al Testi una complessità ed un policentrismo che, francamente, non si vedono; e, invece, metterei in netta e quasi esclusiva evidenza uno solo fra essi.
Ma, d'altronde, non saprei formularlo con maggiore esattezza e proprietà di quanto la Doglio stessa abbia fatto. Si tratta del "calcolo degli avvenimenti e del relativo comportamento, con l'esame delle diverse probabilità e la ricerca dei vari sblocchi delle situazioni, delle possibilità di far pendere la bilancia in proprio favore, di cogliere al volo l'occasione più opportuna"⁵; il profilo che ne deriva non è che una particolarissima incarnazione del prototipo di scrittore "da tavolino e da lucerna".

E infatti, nonostante i numerosi viaggi, cui la carica l'obbligava, qui la realtà esterna, il mondo en plein air, non ha parte alcuna. Dal "Ritiro" madrileno alle "cassine" di Lombardia, il fenomenico - lo indicherò, impropriamente, così - non strappa, alla penna del Testi, che un brevissimo indugio e quasi la nuda citazione.
Fatta qualche eccezione: la descrizione del giardino di Villa d'Este a Tivoli ("Due fontane però son quelle ch'eccedono la maraviglia. Una ve n'ha che suona un organo et a voglia di chi 'l comanda varia concerto. . .L'altra imita quell'ordigno fatto di raggi che si chiama girandola. . .")⁶; la prima parte, effettuata per via d'acqua, della missione viennese del 1632; il viaggio Modena-Genova attraverso l'Appennino lastricato di ghiaccio, con un breve intermezzo per mare; la descrizione della tempesta occorsa durante la successiva tappa Genova-Barcellona ("dirò solo che una buffera di vento in una volta sola squarciò tutte le vele, e che un colpo di mare portò via netto il fanale che stava a poppa alto più di venti braccia dall'acqua")⁷; il resoconto d'una serata trascorsa al Ritiro in occasione della rappresentazione di una commedia; la descrizione d'una mascherata, avvenuta al Ritiro ("In un altro cortile. . .si rappresentò un altro spettacolo, e questo fu un grandissimo carro molto bene adornato, sopra del quale assiso su la schiena d'un pavone che teneva la coda aperta e tutta illuminata d'oro, d'argento e di diversi altri colori stava un giovane figurato per Paride, secondo che mi fu riferito, il quale recitò molto bene alcuni versi")⁸.

Su un corpo di quasi duemila lettere, soltanto due indicazioni climatologiche: "nel cuor del caldo"; "lo sole ardentissimo che propriamente abbruciava"; due "stampe" della Roma del Seicento (la "casa. . .in un vicolo. . .angusto e di facciata. . .meschina" in cui abitò il modenese nel 1634 e il "vicolo strettissimo et assai lungo" che funge da sfondo per una questione di precedenze); ed infine il surreale ingresso, nel porto di Genova, di uno straordinario "vascello fantasma": "Sul bollore più grande del mare e nell'impeto più gagliardo del vento ecco arrivar volando in porto un galeone col solo trinchetto su la prora, tutto squarciato e malmesso".⁹

A rincalzo di queste rare tranches de vie va aggiunto uno smilzo ma colorito elenco di "oggetti", "bizzarrie" a detta del Testi, che risalta sulla "media" del linguaggio burocratico, cancellieresco, per portato timbrico, impressionistico, in qualche caso direi fonematico.
Ma questo avviene quando il Testi, idealmente "lasciando le sudate carte" sull'onda d'un refolo che entri dal "verone", indugia a ricordare, riassaporandoli tra sé, i suoi rapporti con artisti e galleristi: "il quadro del Guerzino da Cento", "una testa sola del cardinale Borghese. . .che veramente è vivo e spira", le ricognizioni effettuate, a scopo d'acquisto, in botteghe varie: "capelli  di castore", "cupa rossa", "un parafoco o schermaglio, per dirla alla lombarda", "una profumiera"; strenne ricevute da amici: il "mostro marino", "i due portenti d'acqua", "de' lucci grandi come asini", "guanti e guanti da dama", "due buffetti di diaspri", "pesche", "elettri" di "Moscovia" e "cioccolati d'India", "un polledro stornello"; gelosi particolari concernenti le facoltà familiari: una coperta "di color verde in erba e dall'altra banda di color d'Isabella, ma un poco pallida", "una cantinetta vota, ma colle boccie che abbiano la vite"; le affascinanti  materializzazioni dell'ideale estetico di "nobiltà e splendore" diffuso nella corte: il "ginetto leardo rotato", " addobbi. . .d'ormesino bianco trinato d'oro", "una bellissima gioia di diamanti", una "carrozza di forma ottagona tutta guernita d'argento", "bardature di velluto nero ricamate di canotiglia d'argento"; e infine gli ingredienti fantastici accumulati per la stesura d'un poema: "cavalli incantati, bende ammaliate. . .chiodi della santa Croce donati da Sant'Elena".
Va precisato, comunque, che la durata di queste locuzioni, nella memoria del lettore, non va oltre la pur pungente "evocazione"; oltre, direi, la mentale scansione sillabica. Quando il Testi, viceversa, come di regola, è compreso e totalmente investito della sua carica, la sua prosa offre, irrimediabilmente, quel quadro piatto, pragmatistico e pratico, cui prima accennavo.

A questa "pressione" troppo forte lo stile epistolare del Testi sfugge in parte attraverso quattro diverse "valvole di scarico".

Innanzitutto, certe espressioni più libere e spontanee, soffuse d'un lieve sorriso, tanto più inattese quando si pensi che il destinatario della lettera è quasi sempre il Principe, sul tipo seguente: "Anche questa è bella", "Anche questa sarebbe bella se fosse vera", " Insomma questo è un bel mondo che corre presentemente", "V. A. l'ha indovinata", "E questo è uno dei più intricati, ma dei più curiosi negozi che'io abbia sentito in vita mia", "Questa sì che sarebbe bellissima. . .", "Staremo a vedere", "Se ciò fosse vero, il caso sarebbe bello è questo sol lione potrebbe far di grandi effetti se volesse", "Supplico V. A. a non ridere", "Pazienza!", ecc.

In secondo luogo, la tendenza ad introdurre passi in discorso diretto, relativi alle negoziazioni cui ha preso parte, con uno "schizzo" somatico, in genere affidato al gerundio o ad una locuzione avverbiale: cioè l'esteriore manifestarsi della disposizione spirituale dell'interlocutore, non trascurabile nell'economia del rapporto al Signore; assai importante, anzi, ove si pensi alle tortuosità della "simulazione" e "dissimulazione" secentesche e, inoltre, che lo stesso è talora in rapporto inverso (ma ciò sempre in sintonia con la temperie del secolo) rispetto al contenuto del "parlato". Si può aggiungere che l'estensore aveva coscienza di questa sua strenua attenzione, come risulta dal seguente passo: "Ho scritto quello che ho trovato, candidamente e sinceramente, e specificando perfino i gesti e i movimenti del volto". Ecco lo spoglio relativo: "con un giocondissimo sorriso"; "rivoltandosi a me con un tal sogghigno"; "con un mezzo sospiro"; "ridendo"; "sorridendo"; "con un sospiro uscitogli dal cuore"; "dissimulando ogni suo senso con bocca ridente"; "senz'alzar punto la testa o girar il ciglio"; "con volto tra serio e nubiloso"; "con voce un poco alterata"; "con ciera torva e con modi dispettosi"; "in atto sempre torbido e cruccioso"; "seguitando a ridere"; "voltatomisi con grandissima alacrità"; "con un graziosissimo sorriso"; "dopo aver sospirato  una o due volte"; "grattandosi la testa con la moletta". È difficile negare che una tenue e colorita "poesia delle credenziali" aleggi su questi contegni e moduli.

Subito dopo, uno specifico grado di autonomia espressiva, nell'epistolario, va annesso ai numerosissimi proverbi e modi di dire; tra i più coloriti, indicherò: "tanto alla fine io m'andai aggirando ne' discorsi che ritrovai il suono della sua tarantola"; "io mi guardai su l'ugna a passar quest'ufficio perché nello scoprir della quaglia cento sparvieri s'erano mossi"; "veggendomi qui strignere i panni alle spalle"; "ogn'uomo benché ordinario gli terrà il bacile alla barba"; "e di V. A. ch'Ella pisciava contro il vento"; " Calai da Barberino colle budella sugli arcioni"; "Ora consideri V. A. se costui m'acconciò il velo in testa"; " Con questi cocomeri in corpo"; "il loro pensiero sarebbe. . .di cavar la castagna colla zampa del gatto"; "benché io sia stato quello che ha scoperta la coda al fagiano"; "egli è impossibile che. . .Antonio  (il cardinale A. Barberini) non abbia la sua camicia in questo bucato"; "perché non è uccello da portare in pugno senza guanti". . .Volendo ulteriormente caratterizzare l'origine e la funzione di questi esempi, si dovrà concludere, mediante una facile verifica, che essi nascono comunque, più che da un'obliosa attitudine di estro linguistico, dall'interesse del negoziato diplomatico e della sua scrupolosa relazione al Principe.

Infine metterei un ristretto gruppo di vocaboli, che risente in misura particolare del "secolo": "verdadiera", "gridoni" (provenendo essi "dalla parte dei ministri", il pensiero non può a meno di correre, sia pure in accezione diversa, alle "gride" di manzoniana memoria); " aromatico" (anche in Boccalini)¹⁰; "arcigogoli"; "accortigianato" (anche in Tasso)¹¹; "Leucatata"; "contraminare" (ancora si pensa ad un passo del Manzoni); "spagnolata"; "crivellata" (anche, per il verbo di ugual radice, in Bruno¹² e Marino¹³).

Di qui il passo è breve alla fruizione dei simboli e dei miti più proprî del Seicento: cioè, oltre quelli della "cera" e del "diamante", già indicati dal Folena nella sua precisa scheda, gli occhiali ("così n'addiviene a chi mette al giudicio gli occhiali dell'amore"), il compasso ("Io sarò sempre il medesimo e nell'amicizia mi governerò col compasso dell'altrui gusto, cioè più stretto e più largo come sarò messo, tenendo sempre dalla mia parte ferma la punta nel centro di un'ottima et squisita volontà")¹⁴, l'orologio: "In persona dello Scacciera poeta. . .Io dunque da' Campi Elisi, dove da questi padri conscritti in arrivando fui prudentemente destinato alla custodia dell'Oriuolo (il tempo ancor egli che distingue l'ore cammina con le crocciole com'io fo), mi sono fatto lecito di scrivere queste due righe"¹⁵; infine il "teatro".

Il ricorso a quest'ultima metafora segue una linea ascendente, man mano che si passa all'incirca dagli anni 1609-40, in cui gli esempi sono più scarsi e semplici: "In questo mentre, perché nulla manchi alla catastasi di questa commedia. . ."; "Pio. . .riesce il Mezzettino di questa commedia"; "Io sono in maschera e rappresento una persona che non è la mia", a quelli 1641-46, in cui si nota una maggiore insistenza e, direi, un maggiore entusiasmo: "quella malignità che. . .si veste l'abito della amicizia, si mette la maschera del zelo e sulla scena del mondo recita da pietà"; "I gran teatri richiedono di gran colossi e la mia piccola statuetta servirebbe anzi di impedimento che di ornamento"; e soprattutto: "Si sarebbe anche a tempo di far qualcosa di bello, se la scena si mutasse, ma il diavolo ha intoppato le rote e purtroppo la macchina sta ferma".
Talora questa intuizione della vita ut comoedia, figura di una condizione dell'uomo e del suo animo, per cui ogni città in cui il Testi prenota incontri ad alto livello, macchina petizioni alleanze ripicchi promozioni trabocchetti compromessi al vertice sviolinature voltafaccia neutralismi ricatti, è paragonabile alla sconfinata ribalta d'un universo teatrale, determina in vario modo lo stesso profilo stilistico del discorso, tanto da suggerirne una lettura in chiave vagamente "drammatica" (in senso etimologico).
Si vedano i due passi seguenti, che suggeriscono l'idea, rispettivamente, dei meccanici testa-a-testa o dentro-e-fuori del Teatro dei Pupi: "Barberino vorrebbe Panzirolo et Antonio l'esclude. Antonio vorrebbe Mazzerino e Barberino il riprova. Barberino et Antonio vorrebbero monsignor Corsino et il Papa non c' inclina. Il Papa applica a monsignor Ceva, e Barberino et Antonio tirano indietro a tutto lor potere"¹⁶; e di uno stilizzato canovaccio da commedia dell'arte: "L'abate Bernardino non è grand'uomo, se ben è gran furbo. Serve ad un padrone che sa molto, ma egli sa poco. Farebbe del male perché la volontà non è buona, ma non ci trova il verso perché l'intelletto è cattivo"¹⁷.
Anche il giudizio, che suggella il precedente ritratto: "Faccia conto V. A. ch'egli sia tagliato sul modello proprio dell'abate Magnesio"¹⁸, si colloca in un ambito "teatrale", adombrando l'immagine del "sosia", della controfigura.
O si veda questa gustosa locandina: qui, è il caso di dire, alle attrici, dai nomi altisonanti, abolito ogni battage di tipo psicologico, è accordato senz'altro, per contratto, un cachet prestigioso: "Ecci Madama, ma qui non inclinano. Ecci la Principessa di Mantova, ma vi sarebbono della difficoltà. . .Ecci la Fiorintina, ma vi concorrono molte considerazioni, et ecci la Farnese, ma qui forse l'avrebbono per diffidente. . .La Svezese è nemica. . .Non so se Polonia abbia sorelle. . .Non mi ricordo se Sassonia tenga femine in casa. . .La Palatina è mirabile per chi si contentasse della bellezza. . .L' inglesi sonno come bambine. . .La signora principessa Margherita. . ."¹⁹.
Altrettanto caratteristico, infine, è lo stralcio d'una lettera, in cui il Testi replica, punto per punto, alle insinuazioni rivoltegli dal suo persecutore, il cappuccino Giovan Battista d'Este, l'ex Alfonso III, circa un suo presunto interesse personale a un'andata del principe alla Corte di Madrid, ritenuta dall'altro inutile e rischiosa; ne risulta un quadro elencatorio: "Le mie relazioni hanno dato l'impulso alla venuta. . .Le promesse degli Spagnoli sogliono riuscir vane per l'ordinario. . .Non dee venire il signor Duca se non a patto fatto. . .Le congiunture presenti non permettono che S.A. parta da' suoi Stati. . .Il Signor Duca può correre qualche tempesta di mare. . .Può S.A. avere incontro di corsari. . .Può intoppare nell'armata franzese. Può ammalarsi per la mutazione del clima e per li patimenti. . .Passo al pronostico di V. A. cioè che nelle correnti rivoluzioni del mondo io mi debbia morir di fame"²⁰.
Si pensa a certe titolazioni di Rabelais: "Come certi governatori di Picrocole, con precipitoso consiglio, lo spinsero all'estremo pericolo"; "Come Panurge racconta il modo nel quale sfuggì dalle mani dei Turchi"; "Come Pantagruele fu ammalato e come guarì"; "Come Pantagruele scampò da una forte tempesta di mare"; "Come il diavolo fu ingannato da una vecchia di Papafiche"; "Come passammo oltre e come Panurge rischiò di essere ammazzato": vale a dire l'autore di un testo, su cui grava, evidentemente, una forte ipoteca "scenica", "drammatica", come hanno dimostrato il Rabelais nell'adattamento di Jean-Louis Barrault "Parigi, Teatro Elysée, Montmartre, 1969) e il Gaster in quello di Tonino Conte (CUT Genova, 1969).

Si comprende come dal "segretario" Testi, che concepisce la vita come "teatro" e talvolta, come s'è visto, fa muovere i suoi personaggi "per maistria", l' "etichetta" possa essere fatta oggetto d'un vero e proprio culto.
Questo tema che, insieme a quello affine del puntiglio, del "punto d'onore", ispira pagine significative, se non agli effetti dei risultati artistici, almeno in senso documentario, nei confronti di una epoca, si presta a due distinte considerazioni.
Una è che la prima, in senso assoluto, delle rarissime impennate del Testi di fronte alle ingiunzioni del Principe concerne una questione di protocollo: il rinvio del "metter fuora" lo "scoruccio", dell'indossare cioè l'abito da lutto, per la morte dell'Infanta di Fiandra ("suppongo che l'intenzione di V.A. non sia ch'io faccia del singolare, né che io sia il primo a fare questa pubblica dichiarazione"), a data più inoltrata, quando cioè qualcuno almeno dei ministri cattolici ne avrà dato l'esempio agli altri diplomatici: "Io mi governerò col loro esempio, ne sarò l'ultimo a mettere la gramaglia, come neanche stimo bene essere il primo".
L'altra è la perfetta neutralizzazione reciproca, che, da questo punto di vista dell' "etichetta", della fiscale o prodiga attribuzione di titoli, si può instaurare tra le lettere scritte in occasione dell'ambasciata torinese del 1628 e quelle inviate da Madrid al Duca, nell'imminenza della suddetta visita di quest'ultimo la corte spagnola.
Nelle prime il titolo di "Sua Altezza", da parte del Testi, si spreca, essendo riferito contemporaneamente al suo signore Alfonso III d'Este, al Duca di Savoia Carlo Emanuele I e ai loro figli Francesco I e cardinale Maurizio, tanto da creare oscurità non indifferenti al lettore medio, come in questo passo: "Si udì Messa alla Santa Sindone e quindi S.A. [Francesco I] passò a visitare le Infanti ch'erano nella tribuna. Dai loro appartamenti passò nella galleria del Signor Duca e da S.A. [questa volta Carlo Emanuele I] fu incontrato fuori della sua camera qualche passo"²¹; o in quest'altro: "Il Signor Duca [Carlo Emanuele I] si ritirò finalmente alle sue stanze e con S.A. [Francesco I] rimase il signor Principe di Piemonte. . .Il martedì mattina il Signor Principe di Piemonte alle nov'ore partì alla volta di Cuni. Né il Signor Principe Francesco poté visitare S.A. [questa volta Carlo Emanuele I]"²².
Tutto all'opposto, il secondo gruppo di lettere s'impernia esclusivamente sulle frenetiche, ma estremamente ardue, trattative dal Testi avviate con i riluttanti ministri spagnoli, per conto del suo Signore, affinché a quest'ultimo, in occasione della sua visita, fosse riconosciuto quello stesso titolo di Altezza, tanto largamente prodigato dal fedele segretario in altre congiunture: alti e bassi della fortuna, in una materia tanto capitale o fatua, a seconda degli occhi con cui si guarda!

Giustamente da altri²³ è stata messa in risalto, del Testi, la tendenza al  "sentenziare moraleggiante" e alle "massime"; si legga: "a stabilire una vera gloria et una perfetta riputazione ci vuol anche un poco di bizzarria nelle operazioni"; "La speranza è parto dei cervelli leggeri"; "il timore fu sempre compagno dell'arme". A proposito di questi ed altri esempi, anziché vedere in lui una figura di moralista o di pensatore politico - anche se nelle lettere non manchi, come nota il Folena, qualche allusione alle "pagine del Machiavelli e del Guicciardini" -, parlerei di velleitario rovesciamento, in senso didattico-paternalistico, del normale rapporto col Principe.

Resta da considerare la perizia testiana nel "ritratto", specie morale. I seguenti mi sembrano tra i più riusciti: "Barberino. . .non si fida d'alcuno, presume ogni cosa di se stesso e confondendosi nell'indigesta materia delle sue irrisoluzioni, avviluppa i negozî et ingarbuglia i ministri"²⁴; "È [l'Olivares] di natura spiritosissimo, sa molto, parla bene, è libero di sensi, ma non senza prudenza e circospezione, dà segno in tutti i suoi ragionamenti di grandissima pietà, mostra verso il Re ossequio, riverenza incredibile, professa di differire ogni cosa al Consiglio, ma in fatti egli è l'arbitro assoluto di tutti i negozî, chi può e fa ciò che vuole. . ."²⁵; "La sua di [Urbano VIII] natura è di bravar in credenza e l'offenderà bensì, ma non in cose grandi, e procurerà sempre di aver qualche pretesto di ricoprire et impiastrare le sue passioni, perché tale è la complessione"²⁶.

Le occasioni perdute del Testi "epistolare".
Intorno a lui imperversano le guerre, la peste, la carestia? Egli, senza troppo compromettersi sentimentalmente, risale agli antefatti, alle implicanze "politiche", dinastiche: "Insomma tutto il danno sarà del Piemonte e quei poveri popoli divorati e distrutti da due eserciti forastieri pagheranno la pena degli errori di Madama e de' cattivi consigli de' suoi ministri"²⁷.
Sull'onorabilità della casa d'Este si allarga la macchia d'un incesto? Appunto la preghiera,
rivolta al Principe, a "perdonarlo" per la propria "sfacciataggine", tradisce piuttosto il tono circospetto, eufemistico, della relazione: ". . .da una parte io devo ubbidirla in fargliene relazione e dall'altra non trovo maniere più riservate, né so come le cose disoneste possano onestamente descriversi"²⁸.
Anche i temi dell'amore ("V.S.. . .sappia che le mie lettere sarebbono più aggiustate se le Sue bellezze fossero più moderate, e che non può scrivere con men disordine chi non ama con più ordine; ma la regola degli eccessi è non aver regola") e degli affetti familiari (". . .perché mi dia soddisfazione con farmi un figlio maschio mi contento d'aver disgusto nelle lettere che sono femine") non sfuggono a un contegno togato, con punte d'ingegnosità barocca.
Il repertorio mitologico ed eroico-cavalleresco, la cui utilizzazione nelle liriche già il Belloni sottolineò²⁹, non è mai rielaborato originalmente, salvo nel seguente passo: ". . .non essendo più quel tempo che l'Erminie, l'Angeliche e le Fiordiligi vadano attorno vagabonde e scompagnate senza scandalo de' savi e senza nota de' parenti"³⁰, viziato peraltro in partenza dall'assunto allegorico.
È ancora: il nodo attrazione-repulsione per la Corte, l'apologia personale (specie nell'ordine dell'integrità morale), la stupefatta amarezza per l'ingratitudine, l'invidia, la malignità altrui: ognuna di queste occasioni, e tutte nel complesso, non seppero far recedere il suo stile da quelle posizioni di impettito, professionale, raziocinante pragmatismo verso cui l'aveva insensibilmente spinto il gran tema del "calcolo" politico.


Ma prodigiosamente, quasi una predestinazione, lo salva l'amicizia: le lettere al conte Francesco Fontana, suo conterraneo, sono quel che si dice un capitolo a sé.
Si pensi che, nel trasporto dell'amore, dell'autodenudazione, il Testi poteva perfino togliere al "mestiere" la consueta aureola di ieraticità e scrivere: "me la passo con tutto ciò senza tedio e senza rincrescimento perché l'udienza e l'altr'occupazioni del governo sono tolte da me per ricreazioni e passatempi".
Si giunge per questo tramite agli unici momenti dell'epistolario o bizzarramente spontanei: "Oh Dio che non si possono aiutare i corpi come s'aiutano le anime co' suffragi! Parmi pure che si farebbono le belle orazioni: io per me vorrei dirgli le messe di San Gregorio cominciandole al rovescio per più divozione. . ."³¹; o cordialmente disimpegnati: "sono spettatore e risoluto di non piangere con Eraclito, vo ridendo con Democrito. Quattro libri, una penna et un calamaio mi fanno passare il tempo allegramente"³².
È lo spiraglio aperto su un Testi volto a cercare nella letteratura una liberazione dal suo "carcere" terreno.




¹ Ci si riferisce alla recente ed. critica: F. Testi, Lettere a cura di M. L. Doglio, Laterza, Bari 1967, in tre voll.
² "'Non mi toccate, che sono di Cesare', portava scritto nel collare la cerva di Cesare. Veggano gli uomini, conosca il mondo che io sono, tutto quanto mi sono, unicamente di V. A. e che fuor di lei non ho senso, non ho spirito, non ho anima, che sia capace d'altre impressioni di quelle di Dio": lettera del 30 novembre 1644;  vol. III, p. 528.
³ Lettera del gennaio 1629  (?), vol. I, p. 190.
⁴ G. Getto, Fulvio Testi, in Letteratura italiana. I Minori, Milano 1961, vol. II, pp. 1641-67.
⁵ M. L. Doglio, op. cit., vol. III, p. 617.
Lettera del 17 ottobre 1620, vol. I, p. 22.
Lettera del 6 marzo 1636, vol. II, p.  613.
Lettera del 24 marzo 1636, vol. II, p.  658.
Lettera del 19 gennaio 1636, vol. II, p.  574.
¹⁰ Ad es., in Ragguagli di Parnaso e Scritti minori, a cura di L. Firpo, Bari 1948, vol. III, p. 31.
¹¹ Lettere, a cura di C. Guasti, Firenze 1852, vol. I, p. 215.
¹² Dialoghi italiani, a cura di G. Gentile, Firenze 1958 p. 258.
¹³ L' Adone, a cura di G. Balsamo-Crivitelli, Torino 1922, c. X, ott. 141.
¹⁴ Lettera del dicembre 1641 (?), vol. III, p. 250.
¹⁵ Lettera del 24 luglio 1642, vol. III, p. 382.
¹⁶ Lettera del 9 luglio 1637, vol. II, p. 696; cfr. anche la lettera del dicembre 1642 (?), vol. III, p. 348.
¹⁷ Lettera del 4 luglio 1638, vol. III, p. 38.
¹⁸ Per un identico contegno cfr. la lettera del 9 agosto 1634, vol. II, p. 336.
¹⁹ Lettera del 3 novembre 1638, vol. III, p. 86; cfr. anche la lettera del 15 luglio 1634, vol. II, p. 286.
²⁰ Lettera del luglio 1638 (?), vol. III, pp. 49-51.
²¹ Lettera del 4 luglio 1628, vol. I, p. 162.
²² Ibid., p.163.
²³ M. L. Doglio, op. cit., vol. III, p. 617.
²⁴ Lettera del 17 aprile 1634, vol. II, p. 188.
²⁵ Lettera del  29 marzo 1636, vol. II, p. 628.
²⁶ Lettera del 2 febbraio 1636, vol. II, p. 690.
²⁷ Lettera del 4 luglio 1638, vol. III, p. 41.
²⁸ Lettera del 12 ottobre 1645, vol. III, p. 593.
²⁹ A. Belloni, Il Seicento, Milano 1943, pp.  135-36.
³⁰ Lettera del 30 novembre 1644, vol. III, p. 529.
³¹ Lettera del 29 gennaio 1633, vol. I, p. 432.
³² Lettera del 7 febbraio 1642, vol. III, p.  261.