Eugenio Barisoni - I CAMMINANTI

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Eugenio Barisoni -  I CAMMINANTI, Sesto Fiorentino, Editoriale Olimpia [@ Firenze, Vallecchi, 1939], 2004, pp.1-221


Tornate all’antico e sarà un progresso
Giuseppe Verdi



Comuni ai quattordici racconti (non solo venatori) sono “gli uomini non comuni e squattrinati, i veri camminanti.” (p.73).

La tagliola.
Uno scrittore, che, dal vagare, al calar delle tenebre, in campi e foreste per studiare la vita degli animali notturni, ha acquisito facoltà sensitive proprie di quelle bestie (“I suoi occhi erano imbevuti della fosforescenza dei felini.”: p.14), avendo una notte liberato un bracconiere impigliato in una tagliola per lupi, qualche tempo dopo, sul punto d’esser arrestato dal guardiacaccia, viene salvato dal bracconiere, che lo uccide.
L’eremo.
Salita all’eremo. Ritratto fisico e morale del romito. Storia dell’educazione del setter Full. Battuta - con il Garibaldino, il Furia e Vara, Folchi, i fratelli Bastone e don Pio - di caccia ai beccaccini. Pellegrinaggio alla sepoltura di Mirco, altro celebre setter del romito. Vara e il Furia, “due compagni, due camminanti”, che “erano stati creati per cacciare insieme. Tutto per virtù dei contrasti.”: p.52.
Notte di carnevale.
Tre amici conducono tre sorelle al veglione, dopo il quale, ”allora le ragazze si concedevano ai loro amanti.”.
Quando già le coppie sono entrate in albergo, un peggioramento del tempo - “Correvano basse le prime nubi gonfie e scure.” - essendo il preannuncio d’una passata d’uccelli, due su tre lasciano l’albergo per intercettarla con agio.
Il professore.
L’autore fa la conoscenza d’un “educatore di cani di lusso”. Anni dopo il conoscente, rifattosi vivo, per restituirgli un prestito, da ammaestratore di “cani nei caffé e nei teatri di varietà”, rammentando che, “al tempo che io tenevo bottega d’ armaiolo, davo spesso saggio della mia destrezza tirando a segno con una carabina di precisione”, lo associa come “numero di caffé concerto”. Gli affari prosperano, finché il professore non s’impegola nei lacci tesigli da una delle “artiste”, la “fine dicitrice”. Crollati gli affari, la caccia dopo che, “divenuta molto irascibile, aveva maltrattato senza ragione i cani”: p.81.
Pastore sardo.
Un pastore sardo, ricevuto in dono da “una comitiva di camminanti continentali” un fucile e poi “la regolare patente”, venuta la guerra  e chiamato alle armi, “andato agli assalti come sulle sue rocce era andato sotto ai branchi dei mufloni”, è infine “dato per disperso”.
Fidanzati.
L’agricoltore Zoraide dà l’addio al celibato civettando con le mondine.
L’orso.
Il “mazzacastello” Gigione, “spaccatore di macchinario inservibile”,  condotto dagli ammiratori alla fiera, in città  e lì sfidata - in palio cento lire - Ninon d’Albanì, campione femminile di lotta greco-romana, “spesso non sapeva dove posare quelle sue manacce. La carne liscia e tonda dell’avversaria gli procurava al tatto una sensazione nuova e profonda che lo stordiva. Avrebbe voluto accarezzare lentamente le forme abbondanti, stringere ma dolcemente , invitando, attirando non per soperchiare e vincere.”; e dopo una settimana “fece ritorno, ma non solo. Aveva trovato la sua donna.”: pp.109-110.
Zerbina.
Un gruppo di giovani cacciatori, prostrati dal “dormire sulla paglia con l’umido addosso, le notti già lunghe e fredde”, comprano all’asta uno dei carrozzoni d’una tribù di zingari arrestata per ladrocinio - “Un cavalluccio un po’distrutto e spelacchiato trascinava il trabiccolo. -”. Nel negozio rientra Zerbina, una ragazza estranea alla famiglia dei Rom, fonte di sospetti, sotterfugi, ripicche, dispute fra gli amici. “A mezzo novembre nevicò. Partimmo a scappa e fuggi. “. Incontrata in città la carovana di zingari, uscita di prigione grazie all’amnistia, a Zerbina che se ne va i cacciatori regalano il carrozzone.
“Oh, il cavallo - aggiungemmo - ti raccomandiamo il cavallo.”: pp.130-137.
Buttiamolo nel torrente.
Un minorato mentale, solito importunare i compaesani, viene, dalla “scapigliata compagnia” dell’autore, appeso a mezzo corpo nel vuoto dal davanzale della sua casa “al margine del paese. La casa isolata dava sopra un torrentaccio mugghiante.”: pp.139-144.
Il muro chiuso.
Un orologiaio, “cui in trent’anni non era mai accaduto nulla di veramente notevole”, quando, una mattina, trova la “piccola e buia” bottega scassinata - il danno non è particolarmente ingente, perché tutte le sere portava nell’abitazione sovrastante una cassettina di ferro con gli orologi fini - si sente finalmente oggetto dell’attenzione della moltitudine e del battesimo della celebrità.
Avendo, pertanto, ingrandito, in commissariato, le cose - “Non si era mai accorto prima di allora, Onofrio, di possedere così fervida fantasia e così abbondante materia di discorso.”: p.157 - e scoperta, nel corso d’una perquisizione a casa sua, la cassettina, è arrestato per falsa testimonianza.
Anello con brillanti.
Giorgio Ronco, cacciatore di professione, che da quattro anni  s’è obbligato a mandare a un albergatore  le centocinquanta pernici che avrebbe ucciso - per millecinquecento lire, più un invito a pranzo nel salone della locanda - , il giorno del rendimento la trova chiusa per fallimento. Seduto a un’osteria adiacente, riconosce il commendatore, che, ammesso il debito, gli comunica “la buona notizia da Roma che il ministero gli aveva finalmente accordato il permesso di aprire una casa da gioco in Riviera.” e gli cede una polizza di pegno d’un anello con brillante, che al Monte di Pietà saprà esser scaduta da un anno.
“..un furfante, un malandrino qualunque…povero miserabile più di lui.
Ma egli allora era un signore, da mangiare bene o male lo rimediava sempre con la caccia con la pesca. Per mezzo di cento umili ma non umilianti occupazioni egli tirava avanti senza truffare il prossimo. Con simili pensieri tenuti non sempre dentro di sé, Giorgio fu a poco a poco pervaso da una tiepida rassegnazione. Che cosa gli importava di ritrovarlo?..
Poi Giorgio prese senza avvedersene la via della stazione..Forse su un altro treno, ramingo e fuggiasco come lui, un uomo si era seduto nel canto più buio per andare verso una meta ignota, solo e smarrito come un cane spadronato. Ma poteva anche darsi che lo stesso uomo, in una carrozza di prima classe si dirigesse alla volta di una città della Riviera dove avrebbe aperto una casa da gioco. Un giorno, ricco a milioni, si sarebbe ricordato di Giorgio Ronco, cacciatore di mestiere, che una bella mattina avrebbe ricevuto una lettera assicurata con dentro parecchi biglietti da mille.”: pp.161-172.
Il cane non è una bestia.
Capace di emozioni.
“Trombino disse a Medoro, il quale lo precedeva con la sua camminata leggera e sospettosa:
- Sono stanco, riposiamoci un poco.
- Forza - gli rispose il bracco - entriamo nei campi, poi riposeremo.”;
“..Medoro rimase incerto, fermo nel punto che il suo fiuto gli aveva infallibilmente indicato, con l’occhio fiammeggiante e intento, i muscoli vibranti..Un attimo..Si levò l’uccello ad ali e coda spiegate, rocamente croccolando, fragorosamente frangendo i piani dell’atmosfera, incontro al sole. Fu un’esplosione di gemme, un barbaglio d’oro e di azzurro tendente ad angelicarsi negli strati sublimi.”: p.179