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La crudelissima immanenza

Vedere, udire, capire - tutti questi significati, un tempo, confluivano
in un unico fascio semantico.

Possibile che io somigli a un monello che rigira nella mano lo spec-
chietto gettando gibigiane sui più sconvenienti bersagli?
Non si può nutrire il lettore di soli tartufi! Alla fine si arrabbierà e
vi manderà al diavolo! Ma ancor meno lo si può soddisfare coi
posticci formaggi di legno della nostra buona letteratura bowling...
[Proviamo a sentire che gli oggetti non sono birilli!]
O. Mandel'  štam


L'autobiografia berberoviana¹ si articola secondo un certo nume-
ro di temi-simboli,² la cui disamina consentirà di far emergere il
legame, che, nell 'opera progettata "vicino alle Azzorre o tra Creta
e Delo",³ intercorre fra vita vissuta e creazione artistica. Essi
sono, fatta menzione d'un altro, "il pozzo e la fonte", elaborazio-
ne d'una fantasia infantile (il pensare di stare, dimenticata, in
un pozzo secco e buio: eventualità questa, che, anzichè terroriz-
zarla, è precorsa nel desiderio, affinchè possa scoprire sul fondo
una sorgente, che, zampillando per lei sola, le garantisca la so-
pravvivenza), che sottende spirito d'indipendenza, capacità di rea-
zione, desiderio di realizzarsi e di esprimersi pur nelle condizio-
ni più avverse: "Il nido e il formicaio" (pp. 15-75); "Il povero
Lazzaro" (pp. 76-158); "Tobia e l'Angelo" (pp: 159-262); "Il sale
della terra" (pp. 263-353); "Fiere polene sulle prue delle navi"
(pp. 354-424); "Senza aspettare Godot" (pp. 425-492).

C'è, alle scaturigini di tale mitologia interiore, l'avversio-
ne per tutto quanto riguardi il nido, il senso della parentela,
la protezione dei bambini da qualcosa di pericoloso o anche solo
di minaccioso ("Mi ricordo che una volta, con un gesto quasi sgar-
bato, liberai la spalla dalla mano di mia madre"), l'impaziente,
ansiosa attesa delle paure, delle calamità e delle pene che le pres-
santi attenzioni altrui paiono lasciar presagire e la persuasione
che nel formicaio si stia meglio: là, i tuoi cari ti scaldano me-
no: tra migliaia di persone, si è meno legati che nel nido e ben   
si comprende chi ne fugge per entrare nel formicaio, dove, per
quanto pigiati si stia, "si può trovare la solitudine, che è la
condizione più naturale, più dignitosa per l'uomo, la preziosa con-
dizione di legame con il mondo, la scoperta di tutte le risposte
e la soluzione a tutti i dolori".⁴

Nella parte del povero Lazzaro la Berberova si immedesima ne-
gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza: si vedano, al riguardo,
i rapporti che, a Pietroburgo, la legano ai professori del ginna-
sio, sia quelli improntati ad attrazione,⁵ sia quelli improntati
ad un'attrazione mista a repulsione, com'è per la visita a casa
dell'insegnante di lettere,⁶ con dietro ai paraventi la grassona
sdraiata a letto a guardare immobile il soffitto;⁷ l'estate del
'18 trascorsa, per completarvi gli studi, a Mosca, in cui, persi
i contatti con gli amici pietroburghesi e non sapendo dove andare
né con chi parlare, girovaga senza posa nelle strade,⁸ con le so-
ste serali nella stanza di Manečka, una prostituta che coabita
nel suo alloggio,⁹ la mortificazione della fame¹⁰ e l'incontro
in un parco con un uomo che, per il rimorso d'aver denunciato un
diacono alla Čeka, medita il suicidio; e a Nakičevan, la città
della Crimea di cui erano originari gli antenati materni, l'amore
per Viržincick, una coetanea tisica.¹¹ Solo dopo il ritorno, nel-
l'estate del '21, a Pietroburgo¹² (con gli eventi eccezionali, con-
sistenti nel corteggiamento di cui è fatta oggetto da Gumilëv po-
chi giorni prima che sia arrestato e fucilato,¹³ nella simultanea
morte di Blok¹⁴ e nell' inizio della vita in comune con Chodasevič¹⁵)
e la partenza di entrambi nel giugno del '22 per Berlino, "il po-
vero Lazzaro era così ricco da essere pronto a distribuire a de-
stra e a manca ciò che possedeva.".¹⁶

"Di solito mi interessa sapere quale soggetto dell'epoca rina-
scimentale uno preferisce. A Muratov piaceva san Geronimo, a Cho-
dasevič l'Annunciazione, a Ocup l'asinello meditabondo di Betlem-
me. lo ho conservato per tutta la vita il mio amore per Tobia,
che portava i pesci camminando vicino all'Angelo... So perché mi  
piace tanto questo soggetto del Rinascimento: mi identifico com-
pletamente sia con Tobia sia con l'angelo.".¹⁷ Tobia è tutto ciò
che in lei denota l'innocenza, la suggestionabilità, la rassegna-
zione, la propensione a soffrire; l'Angelo, la negazione dello
scoramento, la continua tensione in avanti, l'incrollabile tena-
cia e il raggiunto equilibrio; la prima immagine concerne (in par-
ticolare durante gli anni parigini, dall'aprile del '25 in avan-
ti) la condizione di rifugiati politici, le costanti ristrettezze
economiche, le malattie e le crisi spirituali del compagno; la se-
conda l'entusiasmo della gioventù e la salute fisica, l'amore per
la lettura e i fecondi contatti umani, la maturazione interiore e
l'ispirazione-creazione letteraria.

"In Chateaubriand c'è un pensiero che sarebbe stato allettante  
mettere a seconda epigrafe a questo libro. Eccolo: I cambiamenti
in letteratura, di cui si vanta l'Ottocento, gli sono  arrivati dal-
l'emigrazione e dall'esilio
."¹⁸  Il sale della terra sono, appunto,
le displaced persons, gli esponenti del dissenso (Belyj, Bunin,
Gor'kij, Nabokov, Muratov, Merežkovskij, Gippius, Cvetaeva,¹⁹ Re-
mizov, Tolstaja, Zajcev...) di cui, accanto al "perpetuarsi di una
tradizione di libertà, alla quale rendono testimonianza, svela,  
in passaggi d'impronta ioachimita, il dimidiamento²⁰ e i ricor-
renti fallimenti.²¹

Seguono la decisione di lasciare Chodasevič nell' aprile del '32
e la vita in comune, per circa un decennio, con Makeev, ²² lo scop-
pio della guerra nel settembre del '39 (le perquisizioni, la regi-
strazione per essere mandati a lavorare in Germania e le incursio-
ni aeree patite direttamente; le morti, gli arresti e le deporta-
zioni nella comunità russa²³); nel dopoguerra, il ritorno alle  
"privazioni organizzate", lo sfacelo del gruppo, a cui aveva sen-
tito di appartenere per un quarto di secolo, la carenza di nutri-
mento spirituale (Sartre, Camus, Eluard e Aragon²⁴ nel controluce
dei grandi del nostro tempo: Lawrence, Huxley, Woolf, Joyce, Vale-
ry, Claudel, Gide, Kafka e Proust) e la vittoria-sconfitta nella
vita privata, che costituiscono la premessa²⁵ dell'esilio, il 1950,  
negli Stati Uniti. Il volto dell'Angelo "è proteso in avanti, pro-
prio come in quelle figure di legno intagliato che mettono sulla
prua delle navi in partenza per un lungo viaggio e questa è l'im-
magine più incisiva e costante del mio simbolismo personale."²⁶

"Una volta ogni quarto di secolo ho rotto il guscio: la prima
volta quando sono nata, poi nel 1925, quindi nel 1950."²⁷ Senza
aspettare Godot. E un mucchietto di polvere si trova nelle tasche,
non solo dei personaggi di Beckett; ma che non stinga nel "mondo
inorganico", ²⁸ che s'immetta "nel vortice dell'umanità, nel suo
destino svincolato da ogni legge", ²⁹ postula che si viva il proprio
tempo, qualunque esso sia,³⁰ con una fermezza, un coraggio e uno
scopo da Angelo dell'apocrifo.

"Guardandomi, vedo che tutto, come si suol dire, mi ha fatto be-
ne, e se a voIte il prezzo è stato alto, era per la vita che lo pa-
gavo. Sempre sono stata consapevole che per la vita non c'è né può
esserci un prezzo troppo alto, che la paura di pagare troppo signi-
fica la morte interiore."³¹ Ha "amato un minuto di vita più della
gloria".³² Si configura una doppia partita, aperta davanti (la sobrie-
tà della formula, conoscendone le convinzioni, è di rito) agli
uomini: all'una ha attinto a piene mani, l'altra acquisisce, con
l'autobiografia, una malleveria prestigiosa.




1.    N. Berberova, Il corsivo è mio, foto in b.n.n.t., Milano, Adelphi, 1989, pagg. 593.

2.    "Questi strati... col passare degli anni si sviluppano dentro di
me, si irrobustiscono, si rafforzano come una lastra di ghiaccio
sulla quale ci si può già avventurare, e tanti sono gli angoli e
gli incroci che comincio a percepire una specie di mio 'cubismo'
interiore.": ivi, p. 244.     

3.    Ivi, p. 491.

4.    Ivi, pp. 32-33.

5.    "No, non ero innamorata di lui, ma se mi avesse permesso di to-
gliere ogni giorno la polvere dai suoi libri e di sedermi in si-
lenzio in un angolo, mentre scriveva o leggeva, sarei andata im-
mediatamente da lui e ne sarei stata felice...": ivi, p. 89.

6.    "Lui era una persona senza età, portava un colletto giallo di
celluloide, aveva i capelli unti, i baffi rossicci e a ogni
parola aggiungeva: - Ecco -": ivi, p. 84.

7.    "In un primo momento fui sicura che fosse morta, che si trat-
tasse di sua madre o di sua moglie e che fosse deceduta la mat-
tina.": ivi, p. 86.

8.    "Non mi sentii mai così misera come in quella estate, nella pol-
vere e nell'afa del Boulevard Nikitskij, in quel luogo estraneo,
privo di ciò che era stato fino a quel momento il senso della
mia vita... tanto che se decidessi di scrivere un libro sugli
anni perduti della mia vita, comincerei proprio da quei quattro
mesi a Mosca.": ivi, pp. 92-94.

9.    "Mi sarebbe piaciuto tantissimo andare ogni tanto con lei nella
piazza Strastnaja, di notte (si trattava ancora del mio deside-
rio di guardare dietro ai paraventi), ma lei mi disse con voce
tranquilla e ferma che non si poteva e io non insistetti.": ivi,
95-96.

10.    "All'improvviso da dietro il banco echeggiò una voce: - Mangi
quello che vuole -. Inghiottii e lanciai un'occhiata in direzio-
ne della voce. - Buongiorno. Lei è la figlia di Nikolaj Ivanovič,
vi ho visti insieme -. E annuiva. - Prenda, non faccia complimen-
ti. E gli dica di farsi vedere -. Era A., un armeno, l'ultimo
proprietario dell'ultimo negozio di alimentari di Mosca; un an-
no dopo fu fucilato.": ivi, p. 94.

11.    "A Parigi, negli anni Venti, notai che quando Viržincick pren-
deva l'ascensore non si accendeva la luce: era troppo legge-
ra.": ivi, p. 98.

12.    "Forse per studiare (se daranno la tessera), se invece non la
daranno sarà per impiegarsi. In quel periodo sbagliavano a non
scrivere tessera con la maiuscola, soprattutto quando dava di-
ritto a un taglio per un abito, alle calosce e al fior di fari-
na.": ivi, pp. 105-106.  

13.    "Diceva di essere monarchico, di farsi il segno della croce da-
vanti alle chiese, affermava di essere felice, di sentirsi un
dodicenne. Tutto ciò mi era così estraneo, era così anti-me,
che quando venni a sapere che Gumilëv aveva soltanto trentacin-
que anni mi sembrò incredibile: nella mia sconsideratezza lo
consideravo un cinquantenne.": ivi, p. 123.

14.    "Marietta Saginjan molti anni dopo descrisse quei momenti: Una
ragazza portò i primi fiori
. Anche Zamjatin accennò a questo
episodio. Non c'erano altri fiori e infatti i miei giacquero
soli ai suoi piedi tutta la prima notte.":  ivi, p. 127.  

15    "- ... La mia vita è litoranea e di questo sono grata.-.
- Che cosa significa vita litoranea? - domandò Chodasevič, che era
seduto alla mia destra. - Litoranea è quella che si stende lun-
go la riva, la strada litoranea, la passeggiata litoranea -.
Mi stupivo che non capisse.
- Non quella vera, ma quella laterale?  -.
- Può essere anche così -.
- Cioè soltanto per divertimento. Se ne ho voglia ci vado,
altrimenti rimango a casa -.
- Be' sì. Sulla riva. La vita al margine. Non quella vera -...
- No, io non voglio essere litoraneo. lo voglio essere vero -: ivi, p. 144.
In un altro passo, i rispettivi ruoli sembrano ribaltarsi; ma
si tratta d'una contraddizione solo apparente: "Quarant'anni
fa però questo mio simbolismo personale era ancora per me un
enigma. Quando appoggiavo la testa sul petto di Chodasevič non
c'era ancora nulla oltre questo “orizzonte”. Soltanto la con-
vinzione che ci aggrappavamo l'uno all'altra; ma chissà se ci
aggrappavamo con altrettanta convinzione a questo mondo. Lui
probabilmente appena appena: attraverso questo mondo ne in-
travedeva un altro, creato da lui e dai suoi contemporanei,
legato al nostro, ricco di significato: il mondo speculare  
dei riflessi dei segni, dei realiora. lo mi aggrappavo alla
vita, non vedevo un altro mondo attraverso questo, sapevo che
in questo unico mondo avrei trovato tutte le coordinate neces-
sarie. Ma ero anche cosciente del fatto che in ogni realtà
c'era qualcosa di insensato, in ogni aspirazione l'assurdo,
in ogni civiltà l'efferatezza. Eppure madre natura non era
forse ancora più spaventosa, efferata e insensata? Tra la
realtà e la natura preferivo la prima.": ivi, pp. 244-245.

16.    Ivi, p. 157.     

17.    Ivi, pp. 227-229.

18.    Ivi, p. 480.

19.    Un saggio dell'abilità ritrattistica della Berberova, col qua-
le, letta la prima parte dell'epistolario cvetaeviano (M. Cve-
taeva, Il paese dell'anima. Lettere 1909-1925. Milano, Adelphi,
1988, pagg. 456) si concorda integralmente: "In lei stessa,
nel suo atteggiamento verso le persone e il mondo, era già ce-
lata la sua fine: è predetta in tutte quelle poesie in cui ur-
la che non è come tutti, che è fiera di non essere come noi,  
che non avrebbe mai voluto essere come noi.": ivi, p. 220. "È
un tardo pomeriggio di novembre, oltre la finestra è nero.
È dalle tre che abbiamo la luce accesa nella stanza dell'al-
bergo Beránek di Praga, in cui ci siamo riuniti la Cvetaeva,
Efron, Chodasevič e io... Tutto quello che mi dice la Cvetae-
va mi interessa, in lei intravedo un miscuglio di saggezza e
capriccio, bevo le sue parole, ma in lei, in quelle parole,
c'è quasi sempre una sfumatura morbosa per me estranea e irri-
tante
, una sfumatura esaltante, curiosa, intelligente, ma In
qualche modo isterica, priva di equilibrio, in qualche modo pe-
ricolosa per i nostri futuri rapporti, come se adesso potesse
darci ancora allegria il volare insieme per rapide e flutti,
ma già tra un attimo potessimo scontrarci e farci male, e io
avverto tutto questo, e lei chiaramente no, e forse pensa che
in futuro potremo o fare amicizia o litigare. All'improvviso
nella stanza si spegne la luce - è lei che ha strappato la
spina dalla presa e, al buio, sul divano, si getta su di me,
mi fa il solletico, mi abbraccia. lo salto su e non riesco a
trattenere un grido. La luce si accende. Questi giochi non     
mi piacciono per niente, per niente.": ivi, pp. 223-224.

20.    "E i vivi? Non ci sono. Ci sono i semivivi. 'Fuori', citando.
Pasternak, 'carissimi, abbiamo' il 1965 e non ci possono esse-
re sopravvissuti. Nel 2000 tutto questo interesserà la narra-
tiva con overtones politici. Ecco quando la qualità e la quan-
tità giocheranno il loro ruolo.": ivi, p. 483. “La nostra sven-
tura, la tragedia di noi 'minori' in esilio fu proprio la
mancanza di uno stile nuovo. Né io né i miei contemporanei
eravamo in grado di rinnovare la letteratura. Soltanto il ge-
niale Nabokov ci riuscì. Non fu la questione dei motivi, né
quella della lingua a rivelarsi fatale per la letteratura del-
l'emigrazione: lo fu la questione dello stile... Giudico non
soltanto la mia generazione, ma anche me stessa, pur ammetten-
do naturalmente che fra cinquant 'anni potrà venire emessa una
sentenza più clemente su questo periodo della letteratura rus-
sa.": ivi, pp. 377-378.

21.    "Una volta, in mia presenza, una tredicenne sovietica domandò:
Mamma, Kerenskij c'era prima o dopo la liberazione dei con-
tadini? -. Il sale che non è più salato: un uomo ancora vivo
fisicamente, ma interiormente morto da un pezzo." ivi, p.326;
A Parigi, prima arrivò il telegramma di Kerenskij che annun-
ciava la morte di Nelle e poi la lettera, che riporto quasi
per intero. Alcune espressioni di questa lettera rivelano la
sua essenza in tutta la sua grandezza; penso che la maggior
parte dei lettori, dopo averla letta, avranno l'impressione
che l'autore avesse se non dei giorni, certamente delle ore
in cui svelava la sua reale umanità.": ivi, p. 327.

22.    "Lui capiva bene che cosa volesse dire il povero Lazzaro e ave-
va il suo pozzo. Conosceva tutti gli Everest e i Mar Morti del-
la mia geografia. E non era portato a scegliere tra l'Angelo e
Tobia... Necessario e prezioso per me era allora (e forse sem-
pre) trasformare una persona un pò arida, pratica, distaccata,
tranquilla, indipendente e piena di buon senso in una persona:
calda, non più arida, sbalordita, dipendente e folle... Tobia,
lasciato cadere il pesce nella sabbia, se ne va, l'Angelo si
leva verso il suo cielo.": ivi, pp. 417-419.

23.    "Dove siete, guerrieri da strapazzo di Denikin, teppaglia di
Vrangel' dai nobili natali, proletariato di confessione ortodos-
sa, venuti a lavorare a contratto agli altiforni Martin del si-
gnor Renault? Uno viene messo dai tedeschi a pane e acqua die-
tro un filo spinato, perché è di origine russa: chissà che co-
sa potrebbero combinare questi russi nei giorni in cui l'eser-
cito tedesco assedia Leningrado e Stalingrado! Altri hanno in-
dossato la divisa tedesca e combattono contro i soviet, altri
ancora tacciono, sono nascosti, forse commerciano kvas al mer-
cato nero o forse lavano i pavimenti nelle caserme tedesche.":
ivi, p. 422.

24.    Ivi, pp. 306, 376, 457-459, 483-485.

25.    "Era bello passeggiare la sera nei giardini intorno al Trocadé-
ro, declinanti verso il lungosenna, pur rendendosi conto, do-
po cinque anni di guerra, che la nostra fine, una volta inizia-
ta, sarebbe continuata: era iniziata il 14 giugno 1940, quando
i tedeschi avevano occupato Parigi, e ora, nonostante la "libe-
razione", avanzava a tutta velocità. Essere coscienti di qual-
cosa è sempre positivo, e questa volta nella mia coscienza si
è fatta strada una verità importante: ho capito di non apparte-
nere a coloro che vanno verso la fine; né per età, né per for-
za interiore, né per energia fisica ero destinata ad avviarmi
verso la fine.": ivi, p. 431.

26.    Ivi, p. 229.     

27.    Ivi, p. 481.     

28.    "Non ho mai sentito separazione tra me e il mondo, anzi, a di-
re il vero, già venticinque o trenta anni fa provavo un senso
di fusione cosciente con il mondo, quando nemmeno sospettavo
che uomo e roccia fossero la stessa cosa, che non esiste un mon-
do organico e uno inorganico... La carica di energia che è in
me ... non può essere isolata da tutta l'energia o dalla som-
ma delle energie del mondo, di una roccia, di una stella, di un
altro essere: è una parte del tutto e io sono una parte del-
universo.": ivi, p, 18.

29.    "Quando ci andai la seconda volta era stato portato via tutto:
libri, mobili, stoviglie. - Sono venuti ieri sera e hanno det-
to che sarebbero tornati stasera per mettere i sigilli - mi an-
nunciò la portinaia. Ero in una stanza deserta dove, proprio
nel mezzo, qualcuno aveva raccolto con la scopa un mucchietto
di polvere. Un mucchietto di polvere. Ma può essere anche un
mucchietto di cenere. È quello che si trova nelle tasche de-
gli eroi di Beckett... Un pugno di polvere che il vento disper-
de nello spazio, polvere che vola nel vortice dell'umanità,
nel suo destino svincolato da ogni legge.": ivi, p. 423.  

30.    "Una sola convinzione ha sempre vissuto e vive in me: e cioè
che il mio secolo (con il quale sono nata e con il quale in-
vecchio) è l'unico per me possibile. So che molti lo giudica-
no diversamente... Mi trovo al centro di mille possibilità, di
mille responsabilità e di mille incertezze. E se devo essere
sincera fino in fondo: gli orrori e le sciagure del mio secolo
mi hanno aiutata: la rivoluzione mi ha liberata, l'esilio mi
ha temprata, la guerra mi ha spinta in un'altra direzione."
Ivi, pp. 20-21.

31.    Ivi, p. 18.     

32.    Ivi, p. 481.