Marco Ramperti - L’ALFABETO DELLE STELLE

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Marco Ramperti, L’ALFABETO DELLE STELLE [@ Nuovo alfabeto delle stelle, Milano, Rizzoli, 1937], pp. 1-212, 50 foto in b. n.n. t., con una Nota di Leonardo Sciascia: pp. 201-208, Palermo, Sellerio, 1981


Marco Ramperti è lo scrittore a cui Gabriele D’Annunzio riconosceva un primato su tutti gli altri della sua leva per il dimostrato “discernimento in tanta confusione e coraggio in tanta pusillanimità”; che Ezra Pound pensa essere “l’unico letterato italiano del nostro tempo degno di essere fatto conoscere all’estero”; che Alfredo Galletti definisce un “artista della parola”, un “poeta, grande poeta”, anche quando si esprime in prosa. [dalla copertina di: Marco Ramperti, VECCHIA MILANO - Cinquanta capitoli ricordi, pp. 1-294, Milano, Gastaldi Editore, 1959]

Cinquanta dive cinematografiche viste da Ramperti, anche quando “stelle di mala sorte” (Clara Bow, 1905-1965; Lilian Harwey, 1906-1968; Myrna Loy, 1905-1993; Mae West, 1893-1980) e “stelle tramontate” (Constance Bennet, 1904-1965; Lyda Borelli, 1884-1959; Brigitte Helm, 1908-1996; Gloria Swanson, 1899-1983; Lupe Velez, 1908-1994) in “vera lums e clartatz”, come “ricanterebbe Giraut de Bornelh”: p. 196.

<Joan Crawford (1905-1977) >
“.. E’ ella nata in una piantagione?
O in una novella di Poe?
O in una sonata di Tartini?
Figlia dell’incubo e della notte, sempre ci appare disegnata all’acquaforte. Anche dopo l’avvento del film a colori, vedrete, non potranno mai stamparla sullo schermo che in bianco e nero.
Le gonfiate, irrompenti pupille mi ricordano quelle stregherie del Magnasco dove le magalde hanno teste di rane. Da quegli occhi periscopici lo sguardo balena obliquamente, e mostrando il bianco come nei negri - i negri delle piantagioni! Sguardi di stenica in furore, d’incendiaria alla posta. Sguardi che sono scintille di pietra spaccata. ”: pp. 34-35.

<June Knight, in “Mata Hari”, doppiatrice, nei campi lunghi della scena della danza, di Greta Garbo, 1931>
“Fu costei, celebre ignota, a doppiare Greta Garbo, in Mata Hari, nella danza senza veli innanzi all’idolo.
Cerchiamo di ricordarci quelle membra. Venustissime, erano. Un offertorio d’aprile. Un compendio di colombe e di rose. Membra che si dovettero scegliere - e lo furono chissà fra quante - affinché degnamente incorporassero un magno spirito. Una divinità doveva degnarsi d’abitarle. Ne sarebbero state sacre per l’eternità.
Incomparabili forme. E salutiamo pure colei che, prima di quell’incarnazione, prima di quell’avvenimento, era soltanto una bathing girl, leggiadretta e qualunque, modellata sull’’uno-due’ delle scuole di ballo; mentre ora sappiamo questa cosa rara, questa cosa storica: ch’ella ha il corpo che Greta Garbo dovrebbe avere.
Chissà che l’altissima Greta, in cambio, non le abbia dato un po’ dell’anima sua?
Immagino la permuta, congegnata da un diavoletto hoffmanniano o da una fata Gelsomina. Oggi anche June Knight ha cessato di ridere; e incrocia le braccia, e guarda lontano; e non va più pel mondo con la semplice cadenza dell’’uno-due’ imparato alle scuole di ballo, ma col fatale andare di chi cammina nel vento incontro all’infinito. Oggi anche June Knight è malata di lontananza; oggi anch’ella è tentata di morire. Ed è felice, tanto felice, d’aver ricevuto un’anima infinitamente desolata, in cambio d’un corpo infinitamente luminoso. ”: pp. 109-110.

<Loretta Young (1913-2000>
“.. Vedetela, mentre cammina. Il suo passo è veramente d’una regina, che non si concederà a nessuno pure accordando una grazia a tutti. Ogni volta ch’ella muove, si direbbe sia verso un’incoronazione, o uno sponsale, calpestando una fiorita o ascoltando una musica.
Prodigio di quel suo corpo, che nello slancio, caso rarissimo, conserva una perfetta unità. Prodigio d’una linea retta composta solo - oh miracolo! - di linee curve. Prodigio d’una bellezza piena, tutta fatta di bellezze tenui. Una Nike che cammina. Una fontana che respira. Le oscillazioni si direbbero portate dal vento, in un tremore argenteo, a uno stelo d’acqua tenuto su dal suo impeto. Prodigio di forme condensate in uno stelo, da cui però la vita si svincola e si spiega con tutta la giovine gioia ch’è nella bocca rorida e negli occhi gemmanti. L’ovoide mistico, in cui gli antichi chiudevano la Vergine ascendente, trionfa in tutte le sue membra: nell’anca nodosa, nell’anfora del fianco, nel calice del petto - così opimo, sull’esile cintura che uno zéfiro piega! - nella tornitura della spalla, da cui sempre io m’aspetto di veder sorgere un’ala. ”: pp. 190-192.