Marco Ramperti - MANZONI REDIVIVO

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Marco Ramperti - MANZONI REDIVIVO, pp. 1-77, Torino, Edizioni Palatine, 1946



<segue> Il discolo fece onore al suo Maestro. Da allora, per più di quarant’anni, egli è emerso come prima firma in tutti i primissimi quotidiani e settimanali della penisola, “senza mai conoscere anticamera nè cestino”, collaborando, dopo che al Piccolo e all’Avanti, vent’anni alla Stampa, dieci all’Illustrazione Italiana, tre al Corriere della Sera, trattando d’ogni argomento con quella sua versatilità che Filippo Turati chiamava “pico della mirandolesca”, e quel suo stile che ormai tutti riconoscono, non soltanto dal vivace scintillio, ma dall’incisiva precisione. Al contrario d’ogni altro scrittore italiano, per cui arrivare al Corriere significa raggiungere la cima dell’Hymalaya, l’ex-vagabondo ne aveva ricusato per un decennio le offerte, “temendo di perdere nell’agiatezza l’indipendenza”, essendo egli infatti dell’opinione che il disagio sia necessario agli artisti “come il digiuno agli atleti”. Guido Treves lo aveva voluto all’Illustrazione perchè succedesse a Marco Praga nella critica teatrale, a Renato Simoni nell’”Osservatorio”. - Solo che Ramperti volesse - aveva scritto un giorno Ugo Oietti - sarebbe il più forte giornalista d’Italia, forse d’Europa: “Le sue possibilità sono semplicemente sbalorditive”. Pressochè uguali dovevano mostrarsi i pareri di Farinelli, di Gentile, di Papini, di D’Annunzio. Il Poeta, a cui il Ramperti non aveva mai mandato né un libro né una lettera, gli scriveva un giorno improvvisamente da Gardone: “Mio caro Marco Ramperti, io còclite sono costretto di preservare il mio occhio superstite, perciò non leggo né diurnali né settimanali. Ma Luisa Baccara, buona conoscitrice rischiarata dalla musica, mi dà spesso alcune delle vostre prose. Per dimostrarvi quanto mi piaccia il vostro discernimento in tanta confusione e quanto il vostro coraggio in tanta pusillanimità, oggi vi mando un segno di amicizia riserbata ai compagni d’armi e di fede. Se vi accade di attraversare il Bénaco andando al monte, vogliate riconoscere il cammino del Vittoriale”. <segue>   


E’ un elogio al Manzoni.

<Manzoni figlio, non illegittimo del conte Giovanni Verri, ma del marito di Giulia Beccaria, il conte Pietro Manzoni>
“.. Era Pietro Manzoni un gentiluomo tutto puntualità e alterigia: amato da pochissimi, non disistimato da nessuno..
I Manzoni erano dei ‘matturli’ - si trova la parola nella corrispondenza dei Verri: quei Pietro e Alessandro Verri ch’erano di casa - e anche Don Lisander i suoi pallini li aveva..
I suoi antenati  [nella casa avita di Barzio in Valsassina,  frequentata da Alessandro fanciullo, ndc] gli avevano trasmesso quella fosca eredità.
Un suo antenato, Ercole, pare fosse uomo crudele, o incrudelito, per certi sgomenti causatigli da guerre e da malanni. Il conte Ercole avrebbe addirittura murati vivi, in qualche parete dell’edificio, dei nemici suoi: sicchè i visitatori non mancano di battere le nocche sui muri, aspettando che da una crepa si mostri uno scheletro. Una sua nonna arcade, che scriveva versi e li pizzicava sulla cetra, s’aggirava pei boschi della Valsassina declamando, a lume di luna, strofe sul gusto britannico delle Notti: e indosso aveva una clamide, in testa una ghirlandetta. ”

<In gioventù>
“.. Si disse ‘scettico di tutto e stanco di troppe cose. ’.. Ebbe però due fortune: la prima, di conoscere a Parigi Claudio Fauriel [il dramma storico, il romanzo storico, il discorso storico, la Storia della Colonna infame; e la lezione che, depurata da quelle false immagini che sogliono ricevere nome di poetiche, la poesia sia cavata dall’intimo del cuore, esprimendo i propri sentimenti con sincerità, ndc]; la seconda, di sposare Enrichetta Blondel. Il dono migliore e di cui i posteri le dovrebbero eterna riconoscenza, fu d’aver riportato al suo spirito l’ordine, la chiarezza, la necessaria dirittura, la perduta serenità. ”.

<E’ questo un repubblichino irrecuperabile? >
“Poiché il fascismo, lettera e spirito, era tutto contro il Manzoni..
Imperialisti nel programma letterario non meno che in quello politico, tutti questi giovani, giovanetti e anzianotti conquistadores ripudiavano, chi più chi meno, colui che nell’arte, come nella vita, aveva avuto per motto ‘pensarci su’.
Si aspirava, in politica, alle sabbie africane; si anelava, in letteratura, ai deserti ermetici. Manzoni era soltanto un orto fertile e un fiorito
giardino.
Ho amato Gabriele D’Annunzio. Ma la sua parte caduca fu proprio quella cui egli più teneva: purtroppo, gli Italiani acclamarono il Comandante de la Nave e le avventure africane, albanesi e spagnole, che furono il fatale proemio alla catastrofe, e non il Poeta. Avessimo tenuto dietro al pastore Aligi, e fossimo rimasti sulla montagna a scolpire angeli e cogliere genzianelle, anziché imbarcarci sul vascello dannunziano! ”.

<La maturità e la vecchiaia>
“.. La forza del Manzoni - cioè di un uomo che, personalmente, trasaliva al fruscio d’un foglio e s’incolleriva per un trillo di cardellino - è una forza fatta d’una miracolosa tranquillità: una facoltà di superiore, inalterabile equilibrio, che ha potuto convertire un essere nevrastenico nell’autore del più sereno libro della terra.
La sensibilità dell’artista, la veggenza del poeta, la fedeltà dello storico, la persuasione dell’educatore, la dottrina del filosofo, la pazienza del filologo, l’acume del critico, la devozione, la contrizione e la prudenza del credente: tutto questo troverà in Manzoni chiunque vorrà e saprà riavvicinarlo.
Vi tornino, o tentino di tornarvi, anche quelli per cui l’arte è fine a se stessa; per cui una pagina può restare fredda e lucida come una gemma, a patto d’essere pulita e lucente come lei.
Poiché il romanzo manzoniano è ammirevole anche a questo titolo, che pure tanto lo sminuisce. Anche tecnicamente, Don Lisander sapeva il fatto suo al par d’ogni altro, meglio d’ogni altro. Vedete come egli immagina, prima di tutto. E come costruisce. E come pone e dispone, amplifica e semplifica, sottace e rivela. Come sa richiamare gli antecedenti, giustificare gli sviluppi, illustrare i processi interiori, scrutare le intenzioni, interpretare i silenzi. E innestare i sentimenti umani in quelli ultraterreni. E trascorrere dal singolo alla moltitudine, dal minimo all’immenso, dall’occasionale all’eterno. C’è, dunque, anche il ‘gioiello’ che piace alla critica formalistica. Ma c’è poi molto, molto di più.
C’è l’uomo giusto. ”.

<Un epigramma>
“.. Come aveva detto un garibaldino, Ippolito Nievo, in una delle sue bellissime - e quanto ignorate! - sintesi epigrammatiche, riassumendo in due versi la potenza di Milano nel Risorgimento:

Un tempio, un uomo:
Manzoni, il Duomo!