Marco Ramperti - IL GIARDINO SEGRETO E ALTRE IMMAGINI

Stampa PDF

Marco Ramperti - IL GIARDINO SEGRETO E ALTRE IMMAGINI, Torino, Edizioni Palatine, pp. 1-181, 1946


<segue> Singolarissima, poi, l’opera narrativa di questo scrittore, che, baldanzoso e aggressivo fra tutti gli articolisti, allora che mette mano a un racconto o a un romanzo, non si vale che di tonalità vaporose, di accenti smorzati, di motivi indulgenti e melanconici. “Io sono - egli dice di se stesso scherzando - Carlo VIII e Pier Capponi, piacendomi di sonare nello stesso tempo le trombe e le campane”. Gli squilli della polemica! I rintocchi della nostalgia! Ora il successo del narratore ha persino superato quello del saggista e del critico. La Corona di cristallo, che pure l’autore oggi ripudia come un libro futile, ottenne alla sua apparizione un tale successo che Alfredo Morsier, l’eminente feuilloniste francese venuto in Italia per un’inchiesta sulle nostre lettere, dedicava al Ramperti un’intera appendice nel Figaro - mentre ad altri non ne aveva dedicato che un terzo - anteponendolo a tutti “per la genialità dell’invenzione, della costruzione e del tocco”. E, dopo le successive raccolte di novelle, Suora Evelina dalle belle mani ed altre storie d’amore e L’appuntamento - Trame di romanzo, un professore di Heidelberg - Joachim Bannes, caduto di lì a poco sul fronte russo - s’offriva di tradurre “tutta” l’opera rampertiana ai lettori tedeschi. S’aggiunga che non soltanto in Germania racconti suoi vennero tradotti, ma anche in Boemia, Grecia, Ungheria, a Cuba, nel Messico, in Russia, in Inghilterra. Mentre è probabile che del pensoso e ponderoso libro pubblicato quattro anni fa, Benito I° Imperatore, appaia presto una versione francese; ed è certo che a queste Storie strane e terribili seguirà presto un romanzo, Ho sposato una donna, pei tipi della stessa nostra Casa. Dichiara Ramperti che, avendo appena quindici anni più di Wanda Osiris e lavorando una dozzina di ore al giorno, avrà tempo di pubblicare, almeno, un’altra trentina di volumi! <segue>

<Comica finale>
“Da Socrate a Catone - ho ricordato a un pusillanime - e da Regolo a Ferruccio, gli uomini più vivi della storia sono quelli che ci hanno insegnato a morire. Non si deve però credere che simili esempi siano ristretti al genere umano. Gli stessi animali sanno morire dignitosamente allora che appartengano a una specie superiore: mentre gli ignobili vorrebbero vivere a qualunque condizione, come la ranocchia che si mette a saltare anche decapitata, o il maiale che si ribella, urlando, al coltello del beccaio. Così si comportano questi esseri spregevoli, provenienti dal brago o dal pantano. Considera invece il gatto, il cervo, l’elefante, il lupo. Il lupo qui meurt sans jeter un cri; il gatto, che nell’agonia si nasconde; l’elefante che s’incammina al suo ignoto sepolcro da sé..
Lo stesso, ho aggiunto, accade nel mondo vegetale. Se  l’olmo e la quercia sanno aspettare i fulmini a fronte alta, l’edera  parassitaria, pur di campare, accetta qualunque sorte, subisce qualunque amplesso; e il garofano volgare imbruttisce, morendo, allo stesso modo della viziosa orchidea, per la quale la morte non è che una putrefazione. Ma vedi il giacinto, vedi la viola. Disfiora l’uno teneramente, quasi giovinetta che sorride del suo mal sottile; l’altra rinsecchisce, ma con vaghezza, e con modestia, ritraendosi in sé medesima per olezzare un poco di più! Vedi la magnolia, che nell’agonia si ravvolge come una colomba; vedi la rosa, che spirando s’apre scoprendo i semi, mostrando il cuore. Ho visto una volta, in un giardino, languire insieme dei tulipani e delle ortensie. Gli sciocchi tulipani, che vivi m’erano sembrati tanti calici alzati in un brindisi, morendo non parevano più che una fila di bicchieri rotti. Mentre l’ortensia, nobile fiore, di violetta s’era cangiata in rosea, prendendo nell’ora del trapasso il colore dell’aurora..
-         Però anche la vita è bella.
-         Tale non possiamo giudicarla, noi, che la recitiamo, ma solo coloro [i sopravvissuti, ndc] che assistono alla rappresentazione. Né il giudizio può essere dato che al calare del sipario, sia la commedia lunga o breve. Non la sua durata, allora, ma la sua consistenza dovrebbe importare. Troppi paurosi se lo dimenticano..
Rifletti, infine, che la morte serena impedisce la morte umoristica: mentre nulla è più grottesco.. del pagliaccio delle “comiche” che riesce, sì, ad evitare i treni in corsa e le randellate della suocera, ma solo rassegnandosi a dei capitomboli pietosi. Perché, oltretutto, la vigliaccheria è ridicola: e la paura del ridicolo sarebbe la sola acconsentita anche a degli uomini coraggiosi. ”

<I fagiani dell’Isola Bella>
“I fagiani dell’Isola Bella sono matti. Matti e inferociti. Non si sa come, proprio in quel luogo beatissimo attorniato da monti eremitici e da acque di sogno, rimpetto alla riva dove Manzoni e Rosmini piamente dissertavano ascoltando i rintocchi delle pievi, gli alati dalle piume d’oro non fanno che sfidarsi a zuffe sanguinose..
Battaglie spaventose dunque, per il menomo pretesto: occhio di femmina o grano di semente. Sono pugnaci malgrado la bellezza che li circonda: e questo è veramente incomprensibile..
Ho cercato di farmene una ragione.. :ed è che i fagiani dell’Isola Bella, in piena facoltà di andare e venire, abbiano potuto spingersi sino
al pian terreno del palazzo, in vista della celebre galleria d’arazzi che il meriggio immerge in un’incantata luce verde: e che i cattivi esempi li abbiano trovati là.. Nelle loro convulse figurazioni, nei loro diruti paesaggi sempre sconvolti da un caos, fra eruzioni e maremoti, diavolerie e carneficine, non sono mai riuscito a vedere che scene d’Apocalissi.. Ma ciò che porta al colmo l’allucinazione, è l’oro diffuso dappertutto, amplessi o eccidi, reggie d’Oriente o antri di versiere..
Ora i pennuti dell’isola, errando liberamente dal giardino al palazzo, hanno certo intraveduto gli arazzi famosi, ed anche dagli arazzi ripetono la loro pazzia e la loro ferocia. Che volete? Portano anch’essi dei piumaggi dorati, dei rutili panni da condottieri quattrocenteschi: e non soffrono che un rivale sia vestito, rilucente, risplendente allo stesso modo; e non hanno requie finchè, cercatolo e scannatolo, quelle piume non gli abbiano stracciato di dosso. Così sono fatti quei gallinacci. Noi uomini, per fortuna, siamo fatti in un altro modo. ”

<Dentro di me>
“.. Ebbi anche una zia modista di genio, magrissima e stranissima, che essendo bella andò sempre vestita di nero, velata di nero, e sempre sola; e che se componeva con le sue mani, quando ne aveva l’estro, i più bei cappellini della città, era soltanto per le clienti che le andassero a genio, la pagassero o no. Certo il mio disinteresse è anche il tuo, povera zia Ginevra.. : ma perché non m’hai insegnato anche l’arte? E perché hai saputo, nobilmente, mantenere silenziosa la tua misantropia, mentre io la vo sciupando, fra gli uomini che disprezzo allo stesso modo, in questo mio mestiere di chiacchierone? ”