Marco Ramperti - LUOGHI DI DANZA

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Marco Ramperti - LUOGHI DI DANZA, pp. 1-180, disegni di AA. VV. n.t., Torino, Fratelli Buratti editori, 1930, Lire dieci


Durante il trentennio di critico drammatico (v. biografia), Ramperti ha anteposto a “tante commedie, di cui appena due su dieci si reggono in piedi dopo il primo intervallo”, la danza classica.
”La prima delle arti - prima in ordine di tempo, di pienezza e di potenza -“, il cui senso “fu nelle origini amoroso e ‘religioso’, e dunque schietto, solenne e profondo”: da porsi “sullo stesso piano della prosodia latina, dell’ordine dorico, dello stile ogivale: forme geometriche nude, nitide, essenziali, definitive”; che ha inventata“il genio ariano, lo spirito dell’ovest che ha elevato le basiliche e magnificato il ritmo in Racine e D’Annunzio” - Maria Taglioni nell’Ottocento; Anna Pavlova, Jia Ruskaja, Clotilde Sacharoff nel Novecento - decade all’affacciarsi, tanto delle chorus girl [le ballerine di fila, ndc] e della musica sincopata, quanto dei “riformatori” russi: “L’innesto della pantomima nella danza l’ha arricchita, ma snaturata. Non ho mai visto Nijski. Dicono ch’egli ancora ‘danzasse’. Certo, oggi, Massine non danza più. Il ballo russo non è più ballo: è dramma. ‘La morte del cigno’ che la creatrice Pavlova avrà certo contenuto nei limiti dell’arte rigorosa, è dalle cento imitatrici - eccettuata, forse, la Jurieva - trasformata in un’esercitazione mimica, la quale sta alla danza come le Variazioni di Proch ai canoni della buona armonia. Grande e limpida arte erano ancora, cinque anni or sono, le evoluzioni cosacche del Principe Igor
[di Alexander Borodin, ndc]: ma già vedo che Fokine le va artificiando secondo il gusto delle varie platee. ”: pp. 107-114 e pp. 140-142.

<”Qui si balla”>
Grandi sofferenze dell’autore che s’iscrive a una scuola di ballo.

<”Dancing” domenicale>
Blues,
fox-trot,
tango,
charleston,
hesitation:

“E’ il più lento, cioè il più perverso di tutti i balli: stupore collettivo, estasi motrice, coi suoi chopiniani ‘tempi rubati’ che danno al desiderio il gonfiore dell’indugio, alla voluttà il drogato della tristezza.. Ognuno va con piede cauto, senza rumore, quasi temesse d’inciampare in una bomba. Passi di malandrini attenti al segnale d’allarme. Passi di disertori, in cerca di rifugio nell’ombra. ”: pp. 25-26.

<Addio, tabarin>
“.. Io, le poche volte che ci capito, penso ai debiti e domando una granatina. ”

<Festival alla fiera>
“.. I domestici degli altri dancings vengono a ballare qui, nei giorni liberi; e qui, il lunedì, parrucchieri e calzolai. E poi, i soldati.. Fannulloni, cialtroni, idealisti perduti. Poi, mannequins; o modelle; o donne del mezzo mondo. ”

<Tè delle cinque>
“.. Si balla bene, alle cinque. Osserva l’amico, tra due croccanti, che in questi dancings decorosi i piedi hanno l’aria di pensare. Però, a differenza dei pensieri degli uomini, essi non si urtano mai. Solo si direbbe disegnino qualche cosa, che subito altri piedi cancellano. ”: p. 73.

<Alla Pergola dell’Orbino>
“.. Fu alla Pergola dell’Orbino che si produssero gli ultimi balleurs.
Milano ha un po’ da rimpiangere anche questa sua fosca tradizione. Era sinistro, ma era ammirabile, il nostro danzatore suburbano: blusa alla brava e bottoniera di madreperla, reni guizzanti, ciuffo sugli occhi, coltello in tasca.. Gianni Barella, l’attore-pittore, ha tentato qualche volta di riportarci al proscenio le bravure danzanti, felinamente inarrivabili, del ligera. Non s’è voluto, proprio non s’è voluto rifargli l’onore d’una notorietà. A differenza del parigino, il milanese non intende valorizzare il suo apache. Per lui il cialtrone non ha diritto d’esistere, neppure come danzatore. ”: pp. 86-87.

<La calata delle Unne ovvero Brunilde alla riscossa>
“Quante mai Tedesche in Italia! A guerra finita, a guerra perduta. Caffè-concerti e case di danze, tea-rooms e ritrovi notturni ne ospitano, sto per dire, un esercito.
Attenti: perché le nemiche di ieri si sono fatte quasi tutte danzatrici. E ballava anche Giuditta. Ballava anche Basiliola..
Chi è stato in Tedescheria prima della guerra avrà visto - perché era dappertutto: case, botteghe, libri scolastici, sipari, francobolli - la vignetta di Tuselda germana in atto di sfidare con vereconda fierezza il ‘crudel romano’ assiso nel suo carro di trionfo. A quel carro le vinte d’oggi corrono esse stesse ad aggiogarsi con volonterosa allegria..
Siamo, sembran dire, le schiave venute a fiorire la vostra reggia di vincitori: non fateci male.
Ah, questa Germania che cercava un posto al sole e l’ha trovato al tabarin. ”: pp. 121-127.








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