Marco Ramperti - SUORA EVELINA DALLE BELLE MANI ed altre storie d’amore

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Marco Ramperti - SUORA EVELINA DALLE BELLE MANI ed altre storie d’amore, Milano, Libreria Editrice degli Omenoni, pp. 1-311, 1930 Lire 12



<Suora Evelina dalle belle mani>

A Ugo Ojetti



In tempo di guerra, l’Ospedale Militare di Perugia “tiene d’occhio” l’autore convalescente e una novizia di nobili origini: l’uno perché scrive, è aviatore, porta i capelli lunghi e, ateo, non va in chiesa; l’altra, perché, monaca per forza, non va d’accordo coi soldati. Suor Evelina, quindi, gli riserba attenzioni particolari, che si tramutano, quando, docile e acconciato come gli altri, fa il baciamano al Vescovo in visita, in “uno sguardo di disprezzo, iroso, cattivo, senza pietà, senza scampo. ”: p. 30.



<Robinson innamorato>

A Michele Saponaro



Ironica relazione di tre giorni da naufraghi d’una ragazza frivola e dello scrittore su un’isoletta del Lario.



<Il mendicante>

A Innocenzo Cappa



Immancabile appuntamento serale di Liana - “amata tutto un inverno -“ e dell’autore in stato d’indigenza, a Milano - “.. sotto l’alberata della chiesa degli Angeli; e da Porta Nuova, braccio a braccio, il Naviglio sino al ponte; tra San Marco spettrale nell’ombra, la via solinga e i giardini negletti, pieni di rose e di ortiche; le case dell’anno Mille, casette nane, prive d’ogni linea singolare; e l’acqua assorta.. ” con un mendicante: “Sì, egli era un mago. Forse era il destino. E domandava, in nome della giustizia del destino, un sacrificio in cambio della felicità: ma, ecco, un sacrificio minimo in cambio d’una felicità senza fine, ”: pp. 55-56.



<Gesù Bambino in casa Breitschmidt>

A Giuseppe Ravegnani



L’autore ottenne, invitato a una Festa di Natale, è l’occasionale testimone d’un flirt della padrona di casa.



<Il romanzo d’un povero cane>

Ad Arrigo Cajumi



Due casi di razze dispari: un giovane maestro di musica è innamorato della sua allieva benestante, della cagnetta della quale lo è il suo bastardino Flick: l’uno fa centro, l’altro è preso a legnate.



<Storia del Principe Azzurro>

Ad Alfredo Mortier



Traccia sulla sabbia un “Addio” per un’allieva del collegio signorile dirimpetto, “molto bella e forse duchessa”, dopo essersi “romanticamente calato con la scala di Faublas” dalla finestra della soffitta ereditata dalla nonna, un sonatore di violino nelle bande domenicali, la cui inadeguatezza non bastano a smentire “tutte le storie d’amore che si leggono negli educandati. ”.



<Un pretendente>

A Lucio d’Ambra



Un gabbamondo vanta a un’attrice conquiste immaginarie e, per avvicinarla, si cala in vari ruoli, tra cui - “C’è un rapporto, in certe operazioni di teatro, tra il cuore e lo strumento. Io era veramente come Budda, l’Illuminatore. Ella finì per saperlo. ” - l’elettricista di scena.
“- E’ inaudito: - pensò Silvia Marini - con tanti che mi vogliono, essere costretta ad ascoltare un uomo simile, una simile canaglia! Comunque, perché no? Fra mezzora... Tanto, non si tratta che di un mentitore. Nessuno gli crederà. -“: p. 152.



<L’ultima lezione>

A Giuseppe Brunati



Angosce e umiliazioni d’un giovane istitutore di collegio.



<L’ammiratrice>

A Orio Vergani



Ironico ritratto d’una giovane ammiratrice di Ramperti.




<Io e il macellaio>

A Marino Moretti



Gisella, quindici giorni dopo aver giurato all’autore amore eterno, si fidanza col signor Garbagnati, macellaio all’angolo del Carrobbio, che due anni dopo, ignaro, gli “fa l’onore” d’un invito a casa sua.
“.. Egli, buono, aveva offerto la sua ospitalità a me, che l’avrei tradita: io, spietato, avrei crudelmente fatto a pezzi, senza pensiero, la sua piccola, limpida, onesta felicità. Io era il beccaio; lui, la poesia. La vera, la migliore. M’à sconfitto, ed è giusto. ”: p. 234.



<Quindici giorni d’imbecillità>

A Carlo Linati



Un pubblicista socialista scorda “carte”, “polemiche”, “assemblee”, “comizi” e “la rivoluzione” per una donna.
“.. Immagina. L’umanità non esiste. Ma la strada è nostra. Il mondo è nostro. ”: p. 255.



<La complice>

Ad A. G. Borgese



Tra i frequentatori d’una bisca clandestina: l’autore e un sergente congedato, ora corridore motociclista, raggiunto ogni sera da una donna, Enrichetta.
“.. Giocavamo noi due soli, e avevo quattro carte di picche. Egli ne chiese due, io una.. Dissi: cento lire. Risoluto, duro, sinistro, egli, che aveva guardato le sue due carte, rispose:
-Tutto il suo resto. -
Accettare? Rifiutare? Accettare, in caso di perdita, o rifiutare, in caso di vincita, pareva altrettanto insopportabile al mio amor proprio, sfidato a quel modo dalla baldanza del soldato. Io possedeva flash, che è gioco prezioso, ma che poteva aver trovato il Vestri, nelle sue due carte: il compimento di un full, o quello di un poker? Nel primo caso avrei vinto; nell’altro, perduto. Ed ecco l’incognita. Ma in quel momento appunto, alzando gli occhi agli occhi del mio nemico con la curiosità disperata di penetrarne il segreto, incontrai quelli di Enrichetta; e li vidi, quegli occhi, pieni di tanta angoscia, d’una così supplichevole, spaventata ansietà, che fu come se un grido di pericolo fosse sfuggito alle labbra taciturne; e lo compresi e dissi:
-Passo. -
Bestemmiò, gettando le carte. Aveva poker, infatti. Tutti, intorno, ammirarono la mia sagacia..
L’indomani il Vestri partiva per Torino e alcuni giorni dopo la piccola confetteria malfamata, luogo dei nostri ritrovi, chiudeva per dissesto. Né più l’ho riveduta, Enrichetta: ma se mi avverrà mai d’incontrarla, sola, la mia pallida complice, ora che le sere imbrunano, lungo il bastione ombroso dove allora abitava, dove forse abita ancora, io già so di potermela prendere tra le braccia, senza neppure una parola, e di baciarla: lungamente, perdutamente baciarla, la mia tremante complice: sulla gola, sulle labbra, sulla bocca che non m’ha sorriso mai; ma soprattutto sugli occhi, sui grandi occhi paurosi che non m’hanno mentito. ”: pp. 272-274.