Eugenio Barisoni - CACCIATORE SI NASCE

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Eugenio Barisoni - CACCIATORE SI NASCE, @ Milano, Bompiani, 1932; Firenze, Editoriale Olimpia, 2008, pp. 1-254



<L’intuito>

L’intuito - “un senso sconosciuto che si porta con sé, come la passione della caccia, dalla culla” - conta più dell’esercizio.


<L’apertura>

“.. Perchè a vent’anni, con due passioni nel cuore, la caccia e la libertà, e un grande disprezzo di tutti i beni per cui l’umanità merciaiola si arrovella e soffre, un buon cane davanti e un fucile in mano, come può non esser bella la vita? ”: p. 19.


<Infortuni>

Proiettili, “rimbalzati sopra un sasso nascosto e presa una via traversa”, attingono gli umani.


<Una mosca bianca>

Il caso raro d’un fittavolo che invita l’autore nei suoi “risi in piedi”, un paradiso dei beccaccini.


<Del tirare a volo>

“.. Il meglio sarebbe poter tirare nelle due diverse forme e accompagnare un selvatico lento e diritto, stoccare all’occasione un selvatico veloce, di volo incerto e diverso o che non dà il tempo di mirare: cosa difficile sempre per la mancanza di esercizio e che si può conseguire, sino a farsene un abito, soltanto bruciando migliaia di cartucce. ”: pp. 57-58.


<Al caffè>

Raccontandosi, il cacciatore tende a deformare la realtà.



<Gli storni>

Le amnesie del compagno rappresentano un pericolo per il Nuvolone, un mediocre cacciatore.



<I nostri cani>

I suoi Floch, insuperabile nel ‘tracciare’; Tell, che morì giovane, “consunto da due grandi passioni: la caccia e l’amore. ”; Lenin, che “lo addottrinò sui costumi della beccaccia. ”; Duck, un fenomeno per “naso” e “andatura”; e Lea, che “non perdette mai un capo di selvaggina. ”.



<La caccia alle starne>

“.. Come dicevo in altra parte, la vera arte si manifesta nella caccia della starna, durante l’inverno. ”.



<Il fagiano>

“.. L’ornamento della caccia è il lavoro del cane e la difficoltà della ricerca e del tiro..
Del resto per me, in battuta o in altro modo, quattro beccaccini o un paio di starne, uccise a ferma di cane, valgono dieci fagiani d’allevamento. ”: p. 157.



<La nostra Maremma>

E’ la baraggia del Novarese.

“.. Due cose fanno il diletto e l’attrattiva della caccia: la natura del luogo e l’incertezza e la varietà della selvaggina in cui t’imbatterai. Nessun luogo come la baraggia presenta queste speciali condizioni. Non ti par vero, nelle lucenti giornate del tardo autunno o dell’inverno, dopo aver sfangato nella triste risaia (dove ti sentivi perduto, dalle fredde albe fumose ai pigri tramonti, in quel desolante mare) di muovere i passi sul sodo, tra le eriche arsicce e le rosseggianti corone di cespugli, arrugginite dalle prime buffe della tramontana, lo schermo delle prealpi a un limite dell’orizzonte e il digradare e il distendersi del piano dall’altro. Qui si concepisce la caccia nel suo vero aspetto, natura selvaggia e deserta; non una casa, non un’eco del mondo civile; non un uomo, non un cacciatore nei giorni del lavorare. Qui ti senti primitivo, figlio della terra e del bosco, come sui deserti monti, come nelle grandi selve; solo e umile sulla vergine terra, solo col tuo cane e la tua arma, intento a insidiare gli animali selvatici, per necessità di vita. ”: p. 161.



<Il beccaccino>

“.. Il cacciatore di beccaccini non conosce disagi, e non c’è asprezza di tempo o contrarietà di eventi che valga a frenare la sua passione..
Non avete mai osservato, nell’estremo autunno e nell’inverno, i primi treni o i primi tranvai del mattino, sulle linee che attraversano la nostra bassa? Vedete scendere, come ombre, cacciatori e cani, e scomparire sollecitamente, bevuti dalla nebbia, verso i campi, che viene freddo e stanchezza soltanto al pensiero della levataccia nella città lontana, e del disagevole viaggio e della fatica di una giornata a sfangare e a diguazzare nella brodiglia.. E poi la monotonia del paese, le strisce uguali dei fossi, la simmetria delle campagne riquadrate dai filari di pioppi e di salici, e il lagrimare giù dalla ramaglia spoglia, e l’orizzonte chiuso da ogni parte, come se il mondo abitato fosse affogato in quel torbido mare.
Eppure un sorriso di sole che irrompa a indorare la desolata piana, basta a far rifiorire la speranza nel grande cuore del cacciatore. La risaia dal sole è trasfigurata, quasi un altro paese..
Qui, in campo aperto, il cacciatore dà prova della sua valentia, e le solite scuse non hanno valore. ”: pp. 168-169.



<I beccaccini in risaia>

“.. Il cielo chiaro e il sole tiepido del tardo autunno, impigriscono la selvaggina: sono le giornate migliori di caccia.
La risaia allora è tutta dorata: dorate le ultime foglie dei pioppi e dei salici, dorate le piccole nubi, lente vaganti nel mare del cielo, dorato il fiato di nebbia che, di mattino, avvolge il piano, da cui emergono, nel sole, le andane degli albereti e il campaniluzzo della pieve, bianco in tanto oro. ”: p. 174.



<Natale>

“.. Oh, bei Natali della mia gioventù, a caccia di starne sulle ridenti colline del Novarese!..
Partivo che la città era uno scacchiere di bianco e nero: un paesaggio lunare.. La stazione era deserta, il treno vuoto.. La campagna, vuota di rumori, solenne e sacra come un paese abbandonato. La brughiera arsiccia e rosseggiante, rotta dalle valli cupe di boscaglie e inghirlandata di vigneti, chiusa dalle prealpi violette, dietro cui, sulla catena delle Alpi, lucenti di neve nuova, il Monte Rosa, più rosa del consueto, ergeva le sue cime, despota dell’orizzonte..
Siamo ancora nel tempo della bruma, e se anche le giornate si sono allungate del passo di un gallo [d’un brevissimo intervallo, ndc], la sera sopraggiunge veloce e inaspettata. Appena il sole scivola sull’orizzonte e le ombre si allungano, dalle Alpi turchine scende gelida la tramontana. Poi, enorme e sanguigno, il disco del sole, che ha perduto i suoi raggi, si posa sopra la punta del Monviso, e sembra che questo penetri nel suo corpo, staccandone uno spicchio nero, dai cui bordi sfugge un’aureola di fuoco che incendia la vallata. ”: pp. 197-202.



<Chiusura>

“.. Io allora, e un poco sempre, sono vissuto come gli uccelli: prendere la mia parte di piacere oggi, e non far conto del domani..
A proposito di pensione, sarebbe giusto e umano che gli uomini dovessero vivere in pensione da giovani, fino ai trent’anni, nel tempo che il vigore la sanità e la voglia consentono loro di godersi la vita, e che lavorassero, non potendo proprio farne a meno, dai trenta in là. ”: p. 251.