Marco Ramperti - VECCHIA MILANO - Cinquanta capitoli ricordi

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Giornalista, critico teatrale e più tardi anche romanziere, muove i primi passi nel partito socialista,
per poi aderire entusiasta al fascismo.
Dopo la caduta del governo Mussolini, il romanziere aderisce alla Repubblica Sociale Italiana. Alla fine del conflitto viene rinchiuso per 15 mesi nel campo di prigionia di Coltano.
Dall’esperienza nascerà il libro autobiografico: Quindici mesi al fresco.
Mariano Dal Dosso gli chiederà di scrivere la prefazione al suo libro: Quelli di Coltano.
Sullo stesso tema e con la stessa potenza lirica è la prefazione, sempre a firma di Ramperti, di
Fascist’s Criminal Camp, dell’amico Roberto Mieville.
Negli anni successivi al ’45, la sua penna sarà volutamente censurata.
La sinistra italiana, dopo aver fatto sbollire i furori epurativi, si ricordò di quel suo figlio eretico, tanto che, nel 1981, Leonardo Sciascia firmò la prefazione al capolavoro di Ramperti, L’alfabeto delle stelle, pubblicato dalla casa editrice palermitana Sellerio. Ma per salvarlo dalla miseria e soprattutto da se stesso era ormai troppo tardi. Ci provò anche Angelo Rizzoli senior che gli diede un assegno in bianco dicendogli: scriva lei la cifra. Però, accettare di firmare un contratto con Rizzoli significava, per uno come Ramperti, vendere la propria dignità. Quindi stracciò il biglietto che gli avrebbe garantito un futuro economico senza problemi, e rispose: “Non posso scrivere per chi ha cambiato casacca! ”..
La sua feroce coerenza lo condannerà a finire i suoi giorni alla stazione Termini. A vendere sigarette di contrabbando, a passeggeri di treni, che non erano più in orario.


Romano Guatta Caldini - Il Fondo Magazine




Marco Ramperti - VECCHIA MILANO - Cinquanta capitoli ricordi, pp. 1-294, Milano, Gastaldi Editore, 1959




adesso come mi trovo, facendo parte di
un’orchestra letteraria che non è più
l’orchestrina del Fossati? Rispondo che,
pensandoci bene, non ho cambiato in meglio.
Perché a perdere lo stipendio fra i musicanti
delle nuove lettere, non sono più quelli che
stonano, ma quelli che non stonano. Per cui
lo scrivere bene, o il cercare di scrivere bene,
è oggi diventato più nocivo di quanto fosse,
una volta, suonare male il violoncello





Ritrovi, caffè e teatri; piazze e monumenti; letterati: Luciano Zuccoli, Giannino Antona-Traversi, Fausto Valsecchi, Sar Péladan, Delio Tessa; pittori e scultori: Ludovico Pogliaghi, Vespasiano Bignami, Carlo Carrà; artisti di strada: il “Crappa”, il “Paccia-sass“ e “predicanti all’aria libera”: Paneroni, “Geppetto”; giornalisti: Francesco Pozza, Romeo Carugati, Ettore Albini; attrici e cantanti: Lina Cavalieri, Mistinguette, Cléo De Mérode, Carmen Mialet; e compositori: Alberto Franchetti, Giacomo Puccini, Umberto Giordano, Pietro Mascagni e un Giuseppe Verdi, visto, nel vestibolo dell’Hotel de Milan, da ragazzo, “là, al riparo d’un amorino d’alabastro che credo esista ancora in qualche cantuccio dell’albergo di via Manzoni, sorseggiando la bevanda prediletta, il caffè. ”: p. 97.



XV
Gli strani svaghi di Ferravilla - Tecoppa campagnuolo - Verga e le “montagne di Gallarate” - Tra fragole e asparagi.


“Edoardo Ferravilla, il grande attore milanese che il Rasi - un fiorentino - giudicava insuperato fra gli attori italiani, era figlio naturale d’un gentiluomo, il Marchese Villani, e di un’attrice portoghese: cosa che pochi sanno, come forse nessuno sa che la mamma di Tino Scotti è una messicana dello Yucatan. Le complesse origini del Ferravilla spiegano la sua natura contraddittoria, le sue abitudini stravaganti, quella sua miscela di falotico e di meditabondo, di taccagno e di signore, di buffonesco e di misantropico che a molti pareva incomprensibile. Colto e di buona razza qual’era.. nascondeva i suoi amori, dei quali era geloso fino alla violenza; non vantava mai la propria origine aristocratica, facendo però segreta raccolta d’imprese gentilizie e di stemmi; né lo si vedeva mai in giro per la città, di cui pure viveva il suo teatro, preferendo, nelle varie soste che poteva concedersi tra le recite e la briscola, vagabondare lungo le ‘marcite’ della periferia. Quando i suoi schizzi a penna e a matita (è noto come egli si esercitasse, sempre segretamente, anche nel disegno) vennero raccolti in un’Esposizione, ci accorgemmo con un certo stupore com’egli fosse solito tratteggiare i suoi Panera, i suoi Massinelli, e soprattutto i suoi Tecoppa in aperta campagna, fra le rogge e i cascinali, le macchie d’ontani e i filari di gelsi di cui è ricco il circondario milanese. Egli si divertiva, cioè, nel prestare ai suoi personaggi la sua propria misantropia, che come sempre nei comici di professione era fatta di melanconia, e andava in cerca del silenzio degli alberi, non potendo sopportare le ciarle degli uomini. La gente che ogni sera s’affollava alle sue recite, oltre i recinti dell’Olympia e del Fossati egli non voleva vederla più. Se n’andava quindi pei campi, accompagnato in ispirito dal sciur Panera, dal sciur Tobiselli, da Don Baldassar, dal Maestrin sentimental. Della città, nello sfondo di quei disegni, non appariva che la Madonnina del Duomo con la sua bandiera in mano. Nel secondo piano, un fosso, un’ortaglia, una siepe. In primo piano delle galline, che Tecoppa teneva d’occhio fingendo guardare da un’altra parte.

*

La periferia di Milano fu sempre apprezzatissima anche dai forestieri. Ho sott’occhi un capitoletto di Giovanni Verga, scritto per una ‘strenna’ di beneficenza nell’anno 1881, e non credo mai più ripubblicato altrove, che ne dà una descrizione quanto mai diffusa, allettante e fedele, salvo un’allusione a delle ‘montagne di Gallarate’ che non esistono, e che certo il letterato catanese vide soltanto in sogno: erano i tempi in cui anche il Carducci, riguardando lo stesso piano lombardo, vedeva il sole tramontare dietro il Resegone. Salvo quell’unico scarto, la pagina verghiana è tutta bella.. La vegetazione, appena oltre la cintura daziaria, appare d’un verde particolare, opaco e ‘tranquillo’; e la prospettiva ‘spianata col cilindro, spartita con le seste’, solcata da canali diritti e da strade più diritte ancora, senza neppure un’ondulazione o un rilievo di terreno. Ed ecco, sempre custodite dalle solite file di gelsi, i cavoli, le lattughe, gli asparagi caratteristici dei nostri poderi suburbani: il verde ‘sminuzzato a quadretti’ su cui si sparpagliano, col vento, i fumi delle locomotive, allora che al fischio dei direttissimi avviati al Gottardo o al Sempione risponde il muggito di qualche vacca, gonfia del buon latte da cui s’otterranno i più saporiti formaggi della penisola!.. La lontana origine lombarda di Giovanni Verga si faceva sentire, senza dubbio, in un sì accentuato sentimento della nostra terra. ”: pp. 83-85.