Eugenio Barisoni - VITA DELLA RISAIA

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Eugenio Barisoni - VITA DELLA RISAIA, Estratto da: Le Vie d’Italia-Rivista mensile del Touring Club Italiano, 1948, pp. 907-913


La vita della risaia si desta in aprile, quando le terre “invernate” vengono, dopo opportuna lavorazione, sommerse, prosegue in giugno col lavoro delle mondine, e si conclude in ottobre, il tempo del raccolto.
La risaia che nella pianura sottostante mareggiava fino al limite dei “dossi” si è spinta alla conquista della collina argillosa e primitiva la quale è detta “baraggia”. Terra compatta, appiccicosa, gialla. Scure, piccone e zappa si accanirono contro il millenario strato e vi fu condotta l’acqua.
Il riso, il cereale più rustico fra tutti, attecchì.
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Non sarebbe meglio avere grano o granturco in suo luogo? Riduciamo l’estensione della risaia. Ma il problema va posto sotto un altro aspetto. Non all’estensione si deve badare, ma all’opportunità e alla qualità. E’inutile coltivare il grano dove il suolo produce meglio il riso, dove nessun altro cereale viene meglio.
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E’ un alimento quasi completo. Se gli difettano le sostanze proteiche è sufficiente condirlo con fagioli o accompagnarlo con il pesce per renderlo perfetto.
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“.. Percorrendo la risaia in bicicletta, mi trovo spesso fuori mano per viottoli appena tracciati, a tratti invasi dall’acqua, interrotti da risciacquatoi, putrefatti dalla gualma [sporcizia, ndc]. Proseguo a piedi. Ogni passo mi è familiare.. La pianura verdeggiante appare come una superficie regolare, liscia, soda. Si distinguono le righe della semina meccanica, solchi di verzura che affondano nella lontananza ondeggiante e trèmola di vapori afosi. Gli argini sono soffocati dalla verzura. Nastri più chiari, piste d’acqua sfibbrata e ignava, simmetricano le prode. Non una calvizie in tutta la campagna. E’ il colmo della regolarità, del meccanismo, dell’artificio. Il risicoltore dirà: dell’arte. ”: p. 912
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Nel’Asia, in Spagna, in Portogallo il trapianto viene largamente praticato. In Italia prese sviluppo dopo la guerra mondiale del ’15-’18, per merito dello scienziato a cui la nostra risicoltura deve le sue migliorie, il senatore Novello Novelli..
Del resto, è facile intendere che là dove è possibile avere due raccolti, non è buona massima economica produrne uno solo.
Il campo dove si fanno due raccolti ha bisogno di essere reintegrato degli elementi assorbiti dalla doppia coltura con un’appropriata concimazione.
Alcuni risicoltori presumono che il trapianto sia un ritrovato dei tempi presenti, mentre è una pratica conosciuta fino dai tempi più antichi, come testimoniano questi versi d. G.B. Spolverini, poeta veronese del principio del diciottesimo secolo, che cantò appunto la coltivazione del riso.
Molta a poco terren sementa affida,
indi svelto con man crudele e pia
dal sen materno il pargoletto germe,
di lui nuova colonia altrove porta.
coprendone fra spessi umidi solchi,
a ciò poi sorga in sua stagion più altero
con righe immense le campagne e i piani.

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Ma l’agricoltore non ha la mente volta alla poesia, bada al sodo. Quando viene l’ottobre e vede l’oro del riso brillare nel granaio il suo animo si rallegra..
“.. L’ombra della sera scende sulla cascina. Ma la cascina è ancora tutta operosa. In tempo di raccolto non vi è ora e straora. Si accendono le luci, si lavora al riverbero dei riflettori, pulsano e stridono le trebbiatrici. L’agricoltore raccoglie una manata di chicchi dal rivolo perenne che zampilla dalla macchina. L’osserva, la strofina col palmo dell’altra mano, frantuma qualche granello sotto i denti. Pare soddisfatto. Il buon odore della paniccia calda e fumante si spande nel cortile dove l’aria rabbrividisce alla prima brezza della notte. ”: p. 913.