CULTISMO DI MANGANELLI

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CULTISMO DI MANGANELLI ¹ - Tratto da «ITALIANISTICA» V (1976) - n. 1


Come tutti gli scrittori barocchi, alessandrini, Manganelli motiva il suo «lusso verbale», il suo «funebre fasto fonetico», il suo «senso cromatico», in ultima analisi la sua «mania di stupire» con l'esigenza di adeguarsi al passo del progresso: «Piuttosto... vorremmo porgere [Nuovo commento] come faticoso ma non sleale documento di un inseguimento sgangherato e penoso, tra binari e marciapiedi di una allegorica e non di meno sordida stazione, dietro al gran treno della Storia... Giacché, che il testo debba diversamente atteggiarsi tra le mani di un pastore cillenio o erimanzio astronauta, cela va sans dire. »²

La polarità commento-testo, che sottende il romanzo Nuovo commento, mima (verbo tipicamente manganelliano) la distinzione, rivelatrice appunto delle suddette tendenze in letteratura, tra forma e realtà, tra parola e vita. Entrambe le componenti si prestano d'altronde ad essere interpretate in chiave barocca, alessandrina, caratterizzandosi l'una, ossia le proposizioni meramente categoriali, terminologiche, per la «dura qualità linguistica», il «gusto intellettuale», la strenua «volontà stilistica», che possono nei momenti di particolare felicità sortire esiti di bellezza, di «armoniosità», di «perfezione»; l'altra, cioè il «mondo», l’«universo», per le prerogative negative di inesattezza, imprecisione, improbabilità, ipoteticità: equivalenti, tutti, di quella «labilità» che è tra i miti fondamentali di una bene individuata area di gusto.

Prima di esaminare quale sia il rapporto tra le due zone, quella del perfectum e quella dell'infectum, con ciò prendendo atto delle «dimensioni cosmiche» dell'attività commentatoria, mi sembra opportuno precisare ulteriormente la natura della seconda di esse. Alla sfera dell'ontologicamente esistente, del mero contenuto, in una parola del testo, si annettono le condizioni, via via, di «cadavere», ³ risultante appunto dell'«ammazzar di commento un testo»; di «strage» o «catastrofe» (anzi, «casastrofé» ),⁴ di «sogno»,⁵ di «città» morta ed assediata,⁶ infine di profezia.⁷ Poiché, tra le varie soluzioni adottate, anche il sogno e quello che potremmo definire archetipo delle profezie hanno conclusione calamitosa, letale, possiamo concludere che Manganelli annette all'esistente, oltre alle prerogative negative già menzionate, una specifica coloritura funebre, macabra, anch'essa di gusto tipicamente barocco.

Per chiarire la natura del rapporto tra le due zone, mi pare utile partire, ancora una volta, da una citazione. Scrive Manganelli: «Mi proposi di disegnare un progetto di commento. Quelle statue: come confezionate, da quali modelli. Contesti culturali, sociali, stilistici. Precipitosamente cancellai l'accenno allo stile; paventai il commento estetico. »⁸ Qui lo scrittore procede all'eliminazione del commento estetico, in quanto esso è sentito au pair con gli altri contesti, grossamente contenutistici. A conferma, si veda quest'altro passo: «Lessi: E' venuto subitamente a mancare il cuore fiducioso di Federico H. : ne danno l'annuncio la moglie A., affranta, la figlia E., in lacrime, la sorella T., costernata...

«Affranta», «in lacrime», «costernata»: era, questa... separazione o discordia concorde? Erano le tre femmine, deputate a diversi ma congrui ed alleati momenti della celebrazione sepolcrale; o, al contrario, ciascuna di esse rivendicava con cerimoniale iracondia un proprio... possesso di quel cadavere? ».⁹ La concordia discors di cui qui si parla equivale alla condizione paritetica di cui al primo passo: ne consegue che, per lo scrittore, tra proposizioni ed esistenza non si può dare, come sopra ho detto, che netta separazione. Nei limiti della stessa, un'interazione tra i due ambiti è tuttavia scontata. Essa può prendere l'aspetto di prefigurazione ¹⁰ o di trasfusione ¹¹ del primo nel secondo; ma più spesso presenta una connotazione che potrei definire «chemioplastica». La parola, infatti, per Manganelli è destinata a degradare, ¹² rassodare, ¹³ disgregare ¹⁴ la realtà, infine a «concluderla, come uno spassionato fossile», nel suo «purissimo cristallo». ¹⁵ Alla parola, in conclusione, compete una posizione decisamente privilegiata: è appena il caso di ricordare «la precedenza che le questioni categoriali hanno su quelle di mero contenuto», agli occhi dello scrittore.

Un sia pur sommario spoglio linguistico confermerà puntualmente l'etichetta di alessandrino, che penso di avere, su un altro piano, sufficientemente comprovata. Troviamo infatti, oltre a numerose forme letterarie («badiale») e popolari («sagrati»), voci gergali («cascherino») e dialettalismi («corrada»), termini stranieri, francesismi («ciambrere»), latinismi («coalescere»), grecismi («paraforico»), bisticci («non a scherno, ma scherana»; «virgo virgola»), allitterazioni («viglietti vagabondi»), fatti grammaticali ascrivibili alla categoria della «fusione degli epiteti», del tipo «che rappresenta una fusione di pseudo-contrasti» ¹⁶ («umilmente trionfante»; «stabilmente fugace»; «eternamente impermanente»; «abito monacale e mondano»; «occhiuta talpa, codardo eroe», etc.) o di quello ad attributi «vicini» ¹⁷ («disamorata, insolente schedatura») e infine, particolarmente originali, equivocazioni (attentati brillanti; assembrando greggi; ossuta iracondia dei dadi; spiegando se stesso nella ulteriore parentesi; sospesa condizione).

A questo punto, occorre dire, sia pur solo di sfuggita, che la strenua attenzione rivolta alle veneri dello stile lascia talora il posto ad un risentito senso del reale, i cui documenti non consentono di essere liquidati come un puro error calami. ¹⁸ Sarà il caso, tra altri, del «paracarro orinato dai cani», sostegno alla «flaccida vecchiaia», o delle «scarne edicole goticheggianti», dai «davanzali... minuscoli... gravati di giornali», od anche del «modesto, anche se intensamente poetico, accelerato paesano, che appare sul punto di «smarrirsi nelle nebbie padane». È difficile negare che moduli di questo tipo si ritaglino sulla pagina col domenicale, fotografico rilievo di una mitografia in minore.

Anche il primo romanzo di Manganelli, Hilarotragoedia, sollecita la stessa chiave di lettura prescelta per Nuovo commento. A prescindere infatti dalla scheda di accompagnamento, che definisce il romanzo «un trattatello, un manualetto teorico-pratico che ha attinenza con la propria morte, variamente intesa», esistono precisi luoghi dell'opera, che indicano come la idea-guida, che Nuovo commento sottende fin nel titolo, cioè quella della separazione tra un «testo» (la realtà), sentito in chiave macabro-abietta, e un «commento» (la forma), particolarmente elaborato, si adatti pari pari anche ad esso. Incontriamo, dapprima, una contrapposizione tra «la massa... delle cose, («intinta in anilina d'anima») e «il tangibile... sintattico» (intriso di «anilina di... retorica») ; dei «catalievitanti», su cui Hilarotragoedia appunto ragguaglia, si dice inoltre che «chiosano la propria sorte con rima di selce» e soprattutto che «delibano le squisite ambage stilistiche in cui si venne rivelando la loro fatale, illuminante disperazione. » Ma si veda questo passo: «i grandissimi stomachi mangiacosmo sono invitati a procedere al seguente documento ideologicamente assai più avanzato»; oppure quest'altro: «Dolore, dolore: io ne annotavo forme e gradi, e chiosavo qual sorta di chiarezza me ne venisse. » Allo stesso modo, alle succitate reincarnazioni del mondo, come «cadavere», «città», etc., corrispondono qui quelle, come «infernica gourmandise», «macchina rugginosa... e dentata ab aeterno», e «astronave»; troviamo pure alcune registrazioni del reale (ad es. questo spaccato di marciapiede: «come foglia o foglio, in aria senza vento, basta balzo di cane, orina di felino, anca di femmina, e precipita l'effimero indugio. ») ; mentre, sul piano della lingua, spiccano ancora allitterazioni («tremule le già tremende mandibole»), bisticci («si inciampa e incianotica, si ciancica» «rospi di ruspa»), inflessioni barocche di gusto analogico («adipe di goffo dolore») e metaforico («nuvoloni... librati a masticare i raggi pubblicitari dell'ostia candeggiante. »), dialettismi («barlocchi») e persino una pseudo-fusione di epiteti del tipo ad aggettivi «vicini» («universi... imminenti e litigiosi»).

Ne Agli dèi ulteriori - sei racconti o «testimonianze» - proprio ad apertura e chiusura del libro, due luoghi sembrano richiamarsi a valori e moduli del tutto simili: «ogni cosa deve avere un nome»; «se il linguaggio ha intrinseco rapporto col mondo, ed anzi, secondo taluni vogliono, è quello stesso mondo. »; senonché non si tarda a rilevare come gli esiti qui conseguiti siano meno nettamente inquadrabili e comunque diversi, anche là dove esistono tracce inequivocabili dell'impostazione originaria. Questo non significa che il libro comporti un progresso rispetto al notevole livello conseguito dai due romanzi: di parziale fallimento si deve infatti parlare per tre dei sei capitoletti: Simulazioni, Alcune ipotesi sulle mie precedenti reincarnazioni e Dal disonore, in cui un uomo affocantemente (o gelidamente) delirante dà «licenza alla sua anima fastosa e barocca», avendo l'aria peraltro di dissertare al di qua e al di fuori di un ubi e di un quando minimamente plausibili, e mostrando segni di stanchezza nello stile e nel lessico, comparativamente grigi, nell'affiorare di moduli affatto peregrini e preziosi, anzi corrivi e quotidianamente colloquiali: «L'impressione è che sia, in larga misura, questione d'astuzia»; ¹⁹ «questo luogo pare appunto fitto di fessure, solo che non si capisce se portino altrove»; mentre il Discorso sulla difficoltà di comunicare coi morti (comunque la sezione migliore, insieme a Un amore impossibile) discende in linea diretta dall'esordio di Manganelli come romanziere. ²⁰

Un Re, non a caso primo dei capitoli, si rifà, pur se in una sorta di convergenza parallela, allo schema bipolare già illustrato: da un lato lo spazio, il tesoro inesauribile della mente, impersonato da un regale insonne, che si identifica con una gerarchia di animali (aquila, leone, serpente ed altri) intesi come aristocraticità, potenza sui subalterni, superiorità emblematica, araldica; dall'altro, sia la precarietà, il destino di suddito e vittima degli innumeri animali appartenenti alle stesse specie, sia un «essere assoluto» (benché non più che «profilo» e «suono metallico e povero»), che intacca la compattezza della regalità del monologante, in quanto esso solo non pensato dallo stesso (e a suggerire i rapporti tra i due è adibito uno dei verbi dalla caratteristica connotazione «chemioplastica» che in Nuovo commento adombrano l'interazione tra zona del perfectum e zona dell'infectum: «volevo anche degradare questo essere. »). Simulazioni sacrifica a tre grandi miti barocchi: nell'ordine la Meraviglia («Ammiro la competenza con cui sono stati simulati i muri») ; la Simulazione («le mie mani... non potevano imitare nulla, ma solo recitare; ma recitare un copione non scritto, e in modo cosl efficace, è arduo e cqmmovente») ; il Relativismo Prospettico, in quanto il fastoso, affollato monologo svoltò dall'astratto parlante viene alla fine ribaltato su un pupazzo, e comunque creatura «invisibile», indicato come il legittimo gestore della lunga allucinazione. In Simulazioni e più in Alcune ipotesi sulle mie precedenti reincarnazioni e in Dal disonore, Manganelli cade purtroppo (insisto a dire) nella maniera, nell’autocontraffazione.

Maggiori attenzioni merita invece Un amore impossibile, che rappresenta, a mio avviso, il vertice poetico della raccolta (considerata, come ho detto, la relativa novità del Discorso). Formato di lettere che reciprocamente si inviano Amleto e la principessa di Clèves, oltre a personaggi minori, esso parte dagli esiti cui (nell'economia ideale della sezione, intendo, non sul piano dell'immediata letteralità), era pervenuto Un Re, e tuttavia torcendone ab imo il significato, pur mutuandone il consueto schema bipolare. I due personaggi, intanto, incarnano abiti mentali opposti: la principessa una forma di «astemio» scientismo, che la pone «totalmente dalla parte della morte», in una calma e pia aspettazione (in cui l'accento batte sull'«ora, soltanto ora»: manganelliana versione d'un carpe diem, rispettoso al contempo della divinità) ; Amleto una sorta di fervido utopismo, che lo induce, inviando tramite una «verbobalista» missive ad un’appartenente ad un mondo dai principi radicalmente incompatibili coi propri, a cooperare all'incrinarsi, sfasciarsi e precipitare del pianeta, di cui rivela all'interlocutrice di avvertire i sintomi e di poter fornire le prove. All'esperienza, che si attua su un’eloquente piattaforma, o palcoscenico che dir si voglia, della gestione del rispettivo ruolo drammatico (Ofelia, il re, la regina etc.), del recitare un copione, fitto di morti araldiche (ritorna pertanto, ma come termine di primo anziché di secondo grado, l'idea-chiave di Un Re), ma anche della «fatica del morire quotidiano», della morte biologica, di cui la principessa è incarnazione, Amleto, che parteggia, non per la morte, bensì per «gli altri», i mostri, i fantasmi, i «sicari di qualche caprone di Dio», opporrà sempre nuove irreparabili disubbidienze, tanto radicali da sfidare la permanenza stessa degli dèi ulteriori - prodotto del progressivo disfacimento delle scatole divine che li includevano - in un’ipotizzata incessante palingenesi (tema centrale del carteggio è appunto la «imminente fine del mondo») ; salvo alla fine non attingere, perdutosi nelle tenebre nel tentativo di farsi recapitare dalla verbobalista presso la castellana, neppure lo stadio, prima agevolmente mimato, della morte naturale.

La morte, scenica (o «araldica») e biologica prende il posto occupato in Un Re dalle esistenze «non araldiche» oppure «non pensate», mentre quello occupato dal «commento» della regalità è preso da un’ideale, categorica palingenesi infinita ed assoluta.

Sul piano linguistico, sebbene Agli dèi ulteriori resti distante, come ho detto, dalla strenua volontà stilistica e dalla preziosa qualità linguistica palesate dai romanzi, lo spoglio metterà in luce alcuni tra i fatti stilistici peculiari a Manganelli, quali metafore («tutto ho scritto intingendo la spennata penna nel mio negrissimo inchiostro interiore»; «la canicola delle mie smanie») ; assonanze («fame e fauci») ; bisticci («ci illude, elude e delude, ci irride») ; e persino le predilette fusioni degli epiteti, del tipo dell'ossimoro che rappresenta una fusione di pseudo-contrasti («mossa accortamente maldestra»; «perfettamente imperfetta esistenza»; «O posso simulare l'esistenza libera del mondo, il suo stato di suddito»).

Per Lunario dell’orfano sannita, che è formato da articoli ²¹ suggeriti da aspetti diversi della società e del costume contemporaneo, si potrebbe parlare di discorso nuovo, se - anche a non annettere soverchia importanza all'embrionale presa sul reale, che è esperita nei romanzi, ove può giungere a forme di denuncia etosociale, ad es. in locuzioni quali: «paternalistica borsa di studio», «travolgente comicità sociale del decesso», «burocrazia capace di risolvere per dilazione», «barbarie pedagogica che tiene del fascista» - nel Lunario il reale non si riducesse quasi sempre a spunto, occasione, che suggerisce non la documentata e obiettiva indagine civile, ma il consueto commisurarsi a valori retorici e formali, lo sfoggio di un lussuoso repertorio di termini. Il senso di queste collaborazioni giornalistiche può agevolmente rispecchiarsi in quello che, nella relativa voce, si annette al particolare tipo di impegno cui sottostanno i partecipanti a Rischiatutto: «fare in modo inutile qualcosa che potrebbe avere un senso, consacrarsi al niente, sia esso Carlo Magno o la guida del telefono di Stoccolma nel 1933»; o nel precetto della «solitudine efficiente», nell'«astuzia di essere altrove», di cui si discorre ne Il padrino. Manganelli contrappone ad un modo di osservare il reale «informato, aggiornato, coinvolto, responsabile», che faccia «mostra di coscienza e consapevolezza», ²² il suo «discorso, oscuro forse, rotto e allusivo, largamente inesatto», ²³ «passionale», «inattendibile», «irresponsabile», incline «alle fantasticherie, alle vanterie insieme crucciose e infondate». ²⁴ E quale più golosa vanteria, per uno scrittore barocco, del postulare, in luogo del «sommario» mondo quotidiano, un universo inosservante delle abusate leggi, o del barattare con un nome («Italia»), confidando nella «coincidenza onomastica», istituzioni e interessi vertenti su una diffusa disciplina sportiva, o del suggerire, alla luce dei problemi del vivere associato, i criteri dell'«intensità» e dell'«urgenza» e quello della «lettera iniziale» come intervertibili ed equiparabili? Una memoria di «cannocchiale aristotelico» si stende sul Lunario, in cui l’importuna Storia, il tangibile concreto, appena inquadrato, è rintuzzato, degradato - nuovo «testo», «morte», «esistenza non araldica» - dalla vocazione al commento, al «rilievo essenzialmente stilistico, magari un po' da professore... », che le voci invariabilmente riflettono.

Nuove variazioni sul motivo delle gerarchie, introdotte dai più· vari spunti esistenziali, sono qui quelle di «simbolo», «dèi e stemmi», «Personaggio», «genere letterario», «stravolgente mascara» e «mito».

Il teatro remoto, fatto oggetto dei veri reportages di Cina e altri Orienti, ²⁵ riesce particolarmente congeniale a Manganelli per l'arcaica propensione dei suoi abitatori a vivere in una misura di gesti fissi e sacri, che li rende personaggi di una rappresentazione - tema svolto essenzialmente in Cina - e garanti d'un'esistenza sentita come rito, d'un religioso rapporto con la «cupola senza occhi e senza mani che governa il mondo», tema che fa da contrappunto a Malesia.

Da parte di qualcuno si è dato di A e B, ²⁶ parlando del «profondo risentimento che è dei moralisti classici, Swift e Voltaire in testa», ²⁷ un giudizio non equanime e da non condividersi. Se il climax vagamente teratologico di tali «testimonianze» può richiamare - ma solo a un esame superficiale - lo stampo di Lilliput o di Micromegas, questo, oltre a costituire un mero supporto convenzionale, comporta un'attenzione diretta, magari esercitata nel genere storiografico, verso il reale, il mondo, lontana dalla dimensione o panica, contaminata (Fedro, Gaudi, Tutankamon), o regressiva (Dickens, Re Desiderio), o perplessa, dissociata (Harun al-Rashid, De Amicis, Fregoli), che, emergendo da quelle, rimanda, di nuovo, allo scarto di e allo scarto rispetto a un reale «degradato», al tema cioè costitutivo di Manganelli.

Con A e B si chiude pertanto circolarmente l'opera di un autore che ripropone in modi ora singolarmente seducenti, ora manieristicamente atteggiati, ora qualunquisticamente defilati, la questione, oggi particolarmente dibattuta, di quale possa e debba essere la gestione, da parte di uno scrittore, del proprio ruolo, nel proprio tempo.








¹ In discussione sono: Hilarotragoedia, Milano, Feltrinelli, 1964; Nuovo commento, Torino, Einaudi, 1970; Agli dèi ulteriori, Torino, Einaudi, 1972; Lunario dell’orfano sannita, Torino, Einaudi, 1973; Cina e altri Orienti, Milano, Bompiani, 1974; A e B, Milano, Rizzoli, 1975 di GIORGIO MANGANELLI. Sigle adottate: Hil; Nc; Ad; Lu; Cin
² Nc, pp. 10-11.
³ «Non sarà [il commento] come una rovente e cordiale revolverata, che... alla speciosa sopravvivenza surroga la dignitosa reticenza del cadavere?»: Nc, p. 27 e ibid., p. 29.
⁴ «Non esitiamo a parlare [per il testo] di carneficina, di vocazione alla strage»; «Non v’è dubbio: è questo il gallicinio della abbagliante distruzione, la aureolata commorienza, la strage... »: Nc, pp. 47 e 48.
⁵ «Non impervio è codesto universo, ma infinitamente pervio, giacché ogni segno è adito, a chi osa calarvisi... rotolandosi come dado e poi abbandonadosi al vuoto, tentando di cogliere nell’attimo glorioso e filologico che precede lo sfracellamento, il numero augurale [il commentatore], procede... Come vorrebbe ammonire la seguente fabella, fra didascalia (sic) e nottambula! »: Nc, p. 60; cfr. anche ibid., pp. 136-137.
⁶ «Come si poteva sospettare, la città ha scelto, finalmente, la morte... La città non può descriversi liscia... La città ha colori tenui, anche delicati, che stranamente si accordano alla intransibilità delle sue mura senza porte... La città è accerchiata... La città non ha ombre... La città, tuttavia, ha forse una sede; al centro di una sfera, o nel cuore di un cubo?... »: Nc, pp. 100-103.
Nc, pp. 122-129.
Nc, p. 77.
Ibid., p. 72.
¹⁰ «Annotai a parte tali giudizi - non propriamente notizie - che, come emotivi, potevano, in un commento, prefigurare quelle note estetiche, quei patetici esclamativi... »: Nc, p. 79.
¹¹ «un luogo centrale... donde fiuiva un faticoso sangue di segni, a circondare e nutrire il mondo»: Nc, p. 147.
¹² «mi si svelava il compito, per attendere al quale quel testo si era consapevolmente de· gradato a capolavoro»: Ne. p. 67.
¹³ «zone del testo ormai rassodate da un tragico contatto con le proprie forme»: Ne, p. 118.
¹⁴ «Casa, villaggio, campagna, infine il mondo si disgregavano in un soffice furore di parole»: Nc, p. 154.
¹⁵ Nc, p. 128.
¹⁶ G. CONTINI, Alcuni fatti della lingua di Giovanni Boine, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, p. 253.
¹⁷ G. CONTINI, ibid.
¹⁸ Si potrebbe, in certo senso, riferire a questi sparsi reperti quanto Manganelli scrive a proposito delle storie, dei documenti (in Hil, ma gli stessi figurano anche in Nc), sorta di esercizi, o forse verifiche sperimentali del precedente testo teoretico: «E se a taluno parranno, queste documentazioni, povera cosa, e tediosa, rammenti che la scrupolosa fedeltà testimoniale è parsa più importante delle languide veneri dello stile; né gli sfugga, di questi testi aurorali, la blesa, impubere grazia, come di graffito catacombale, nato da un tenero e ustionante furore. »
¹⁹ Un attacco analogo nel libro stilistlcamente meno ambizioso: «L’impressione generale [che dà il symphonion] è che si tratti di un oggetto... diventato pazzo. »: Cin, p. 136.
²⁰ Si confronti, a titolo d’esempio, la Storia del non nato (Hil, pp. 135-149), con la postilla su «i longaevi", i quali pure « non sono mai nati » (Ad, p. 149).
²¹ Sono frutto, la maggior parte, della collaborazione all’« Espresso», 1972-73 e al «Giorno», a partire dall’autunno ‘72; i restanti, di quella a «Aut» e a «Quindici», 1967-68; uno è inedito.
²² Cin, p. 9.
²³ Lu [Alcune ragioni per non firmare gli appelli], pp. 169-70.
²⁴ Cin, pp. 10-11.