Marco Ramperti, 15 MESI AL FRESCO

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Marco Ramperti, 15 MESI AL FRESCO, pp1-350, Milano, Ceschina, 1960


Condannato nel 1946 (“Non essendo mai stato fascista, anzi avendo buscato più d’una botta in testa da coloro che del non essere tesserato mi facevano una colpa” (p.130 ) a sedici anni,”per aver in alcuni articoli parlato male dell’Inghilterra” (p.133) e poi amnistiato, il diario dei successivi incarceramenti, da Venezia, a Torino, a Saluzzo, è fitto di osservazioni psicologiche, in un alternarsi di riflessioni critiche e di digressioni fantastiche, riflessioni e digressioni distinte quanto scevre (il che vale anche per la narrativa) d’ un sospetto stesso di retorica.

<Stella confidente>
“..Dormii male e pochissimo. Ma al risveglio m’apparve una stella..Attonito, rapito, non potevo più staccare le pupille dal punto di luce..Poi il vento parve cedere, anch’esso, al loro spettacolo sereno: e non tremarono più. Furono tre, dieci, cento, centomila..Confidenti, le stelle, sono tutte. Ma le più amiche, senza dubbio, sono quelle che brillano sui penitenziari, affacciandosi tra i ferri delle celle.
M’accorsi, appunto, come la maggiore attrattiva dello stellato fosse dovuta alle sbarre che me ne contendevano la vista. Esse dividevano la finestra in tanti quadrati esatti, dove la posizione d’ogni astro, come nelle carte cosmogoniche d’una volta, veniva indicata senza fallo di latitudine o di longitudine..Mi risovvenni, allora, di quelle vetrate quattrocentesche che figurano nelle cattedrali le vite degli apostoli e dei santi, e che, compartite da tante traverse di piombo, appaiono tanto più corrusche e iridescenti delle moderne che ne sono prive. A che dunque è dovuto il loro incantesimo, se non a delle sbarre?..Oltre lo schermo è la luce. Oltre l’inferriata, il paradiso..La cella diventa allora la specola del cosmogono. Così il carcerato ritrova la bellezza. E quando si riaddormenta è con un diadema in testa: privilegio, nel sonno, negato persino ai Re.”: pp.113-116.

<Notturno>
“..L’albore lunare, penetrando gelido e trafittivo dalle inferriate, ha sui reclusi un potere stregonesco..Gli stessi parassiti delle celle appaiono trasfigurati dalla sua apparizione. Topi baldoriano, ragni si aggirano, scarafaggi si accoppiano senza ritegno, e la zanzara aumenta, ebbra di sangue, il suo ronzio. Sono le notti in cui si mostra lo scorpione; in cui la scolopendra s’arrotola, lasciva, in attesa del maschio millepiedi; e la forbicina scrive sul muro scialbato di fresco, diabolicamente, una coda cornuta tracciata all’inchiostro di china. Ed ecco il tarlo che rode, di giorno sempre in silenzio, il legno marcio del bugliolo, quel tarlo che gli Inglesi chiamano l’orologio della morte, fa sentire il suo morso in ogni fibra. Chi veglia poi si riaddormenterà, nel fascino pauroso, con le due mani in croce sul petto, quasi a impedire che uno di quei tarli maledetti, proseguendo il suo viaggio impossibile, abbia a penetrargli nel cuore.”: pp.137 e sg.

<Steinbeckiana>
“La nostra camerata ebbe prima la visita d’un sorcio. Poi furono due: la moglie doveva aver seguito il marito. Poi tre, cinque, dieci: forse l’amante, il parentado, la prole. Fatto sta che, ogni notte, era un’adunata. Topini da un soldo, lunghi un mignolo, così minuti da passare addirittura attraverso il graticcio della trappola: per cui noi ci si rimette le beffe, oltre la spesa del lardo. Ma temerari, insolenti, fastidiosi oltre ogni dire. Ce n’erano che si rincorrevano amorosamente, altri che squittivano mordendosi; uno fu visto, una volta, arrampicato sulla cinghia d’un tascapane. Fiutava. Sbirciava. E faceva il dondolino. Qualche notte mi mangeranno le orecchie! - aveva urlato, in preda al terrore, uno di noi ch’è affetto di sorciofobia, e anziché un topolino affronterebbe un leone. - Non dirlo per ridere: - è saltato su un altro, senza pietà - I topi hanno il morso dolce. Divorano evitando i nervi, e l’addormentato neppure se ne accorge. Ci sono delle galline, perciò, che si risvegliano col culo insanguinato: disgrazia considerata una colpa, perché allora le altre galline finiscono d’accopparla a beccate. - L’altro è ricascato giù smorto, più atterrito che mai. Già sentiva, oltre ai morsi dolci dei roditori, le zanne dei compagni sul cranio.”: p.183 e sg.