Luigi Gianoli, ATLETI COME UOMINI

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Luigi Gianoli, ATLETI COME UOMINI, Prefazione: “Pro Aluisio amico” di Gianni Brera, pp. 1-324, Brescia, La Scuola editrice, 1967


Ma sta’ allegro vecchio Chiappella
Heriberto: mestiere e coscienza
Helenio: “Sono tanto popular” -
Suarez - Gli altri
Rocco, il vecchio baccanone
Sicilia: il Catania -
I Massimini
Bernardini
Alberto Orlando
Ecco le cavie da gol!
I ragazzi del “Principe”
Benvenuti: i guanti per puntiglio e la faccia intatta
La verità in un istante di pugni
La scalata di Lopopolo
Bandini: la paura non si piazza mai
Bitossi e il fiume
Ugo Colombo: un portaborracce
Zandegù e le sette sorelle
Durante
La maglia gialla al trucco -
Il Delfino di Sedrina
Adorni: da zero per andare più forte
Motta: il gioiello della Regina
Zilioli ha smarrito Mefistofele
L’atletica come scuola
Ottoz
Frinolli
I Menichelli



Super raro, letteralmente introvabile, l’”ultimo” grande Gianoli: “a castello” e caprioleggiante la sintassi, alto e cattivante il “vocabolario”.



<Zilioli ha smarrito Mefistofele>

“.. Lo vedo arrivare e mi sembra cambiato. E’ sempre lui, coi suoi gesti di gomma, esile, il suo modo di muoversi vago, esitante, come grondasse di dubbi. Ma ha una faccia tonda, colorita, quasi color mattone, lui sempre tanto pallido, smunto addirittura, come certi poveri preti di campagna dediti a digiuni forzati. E lo intuisco subito desideroso di aprirsi, di confidarsi, seppure con le difficoltà, all’inizio, di chi cerca di muoversi in una stanza zeppa di cose fragilissime e preziose, pronte soltanto ad un gesto sbadato per cadere e rompersi. E parla come se la parola fosse nascosta sotto qualcosa, una foglia, una nebbia leggera, per trovarla, infine, sempre ed esatta. E’ forse anche il pudore, un immenso pudore, che gli impedisce di usarla subito e lo costringe a soppesarla un poco per decidere se valga la pena scomodare una parola tanto pesante per raccontarsi. Per esempio, quando mi parla di Giacotto [manager e direttore sportivo di Zilioli, ndc] e dice che gli è servito, perché gli ha fatto conoscere un mondo difficile facendogli sbagliare il meno possibile ‘in quanto in un ambiente come questo bisogna essere…’, lascia la frase sospesa e lo vedo arrovellarsi per cercare la parola, o meglio un’altra parola, perché quando gli suggerisco: ‘psicologi’, mi risponde: ‘Sì, bisogna essere psicologi, lo volevo dire, ma mi sembrava una parola grossa per noi, per me. ’”: pp. 253 e sg.


<I Menichelli>

“. - Franco [il ginnasta, l’altro fratello sportivo è Piero, il calciatore, ndc] si spremeva ormai in sacrifici senza pigliare un soldo. Peggio: strappando magliette, rompendo calzini, scarpe. E io [intervistato da Gianoli, parla Gian Luigi Ulisse, incisore e primo maestro di Menichelli, ndc] continuavo a tenerlo nascosto, non ne parlavo con nessuno, non gli dicevo mai ‘bravo’. Gli avevo detto soltanto: tu devi seguire me, perché gli altri, capisci?, la Federazione, se ti pescano, ti bruciano subito. Sai, loro vogliono i risultati, sono ambiziosi. La ginnastica è un’altra cosa: imparare giorno per giorno una piccola cosa in più, arrivare ad essere perfetti, perché soltanto questo conta. E la perfezione deve nascere da dentro…
Prese fiato e poi:
- Lei potrà prendermi per un egoista, ma non è così. A cosa vale la vita se non vivere per qualcuno, se non vedere realizzato il proprio ideale in un’altra persona? Insegnare, per riapparire in cento piccole immagini, come entro cento frammenti d’uno specchio sarà ambizione, ma non è peccato.
Seguivo il racconto ormai anch’io tutto preso, sperando che la Federazione non lo scovasse, e invece:
- La voce si sparse: i gioielli non si possono nascondere a lungo. Neri, l’allenatore della Nazionale, stava girando di palestra in palestra per cercare talenti da mandare contro la Jugoslavia. Bastò che lo vedesse: me lo tolse, capisce? Neri era stato mio maestro. Non osai una parola. Il ragazzo mi guardava in silenzio, io tacevo, a testa bassa, mentre Neri rivolgeva a me e a lui elogi che, almeno per me, non avevano senso: un epitaffio, mi sembravano. Da allora Franco non ha avuto più pace.
Ansimava e ormai temevo che in breve vaneggiasse..
E scappai non tanto per correre ad un taxi, quanto per andar lontano dal rigore, dal chiuso, dalla violenza di quella passione, di quella ginnastica che mi figuravo nell’aspetto di un idolo soffocante, esigente, feroce, una mania che conduce ad una specie di esaltazione mentale. ”: pp. 303-320.