Paolo Monelli, OMBRE CINESI

Stampa PDF

Paolo Monelli, OMBRE CINESI - Scrittori al girarrosto, con 21 disegni di Amerigo Bartoli Natinguerra, pp. 1-336, Milano, Mondadori, 1965


Come nella generazione d’oro del giornalismo sportivo, da Emilio De Martino (1895-1958) a Bruno Bernardi (1941-), Monelli (Fiorano di Modena 1891 - Roma 1984), inviato speciale al Carlino, al Corriere e dal 1946 al 1967 alla Stampa, è diretta esperienza - con sprazzi di emotività arguta - delle realtà descritte e prosa brillante dell’elzevirista “connaisseur”, attentissimo alla proprietà della lingua, ricco di curiosità tra svaghi gastronomici e enologici e polemiche linguistiche.
In questo volume sono raccolte le puntate della rubrica “Contemporanei al girarrosto” comparse dal maggio 1960 al febbraio 1963 sulla rivista Successo diretta da Arturo Tofanelli.
Venti scrittori contemporanei, ciascuno rosolato a fuoco lento allo spiedo, dove c’è sia “la preparazione delicata, ungere e arrostire”, sia “la fiamma crudele e spietata. ”





Bibliografia
Le scarpe al sole (1921)
Io e i tedeschi (1927)
La guerra è bella ma scomoda (1929)
Questo mestieraccio (1930)
Barbaro dominio 1933
Il ghiottone errante 1935
Roma 1943 (1945)
Naja parla (1947
Sessanta donne - narrativa - (1947)
Mussolini piccolo borghese (1950)
Morte del diplomatico - narrativa - (1952)
Nessuna nuvola in cielo - narrativa - (1957)
Avventura nel primo secolo - narrativa - (1958)
Il vero bevitore (1963)



Emanuelli (dichiaratosi “non fatto” per le interviste, “in questo libro non c’è che il bel disegno di Bartoli; ed invece di chiudere il volume lo apre.”).

Moravia (“Un negatore socievole.”).

Levi (Autoincensamento)

Montanelli. (“La sua forza - ha detto un suo amico - è l’inattendibilità.”)

Soldati (“eclettico, nervoso, contradditorio, in hilaritate tristis, in tristizia hilaris”).

Patti (“Tutto Patti è così. E’ lo Sciltian della narrativa. E’ il Baedeker dei paesaggi e degli stati d’animo. Il Reclus [celebre geografo dell’Ottocento, ndc] dei cataloghi dei grandi empori.”)

Ungaretti (“Il est trop jeune pour porter cette tete là, il sera tout à fait bien quand il sera un vieillard.”).

Prezzolini (Un “innamorato deluso” dell’Italia).

Buzzati (“il carattere lieve, vago, elusivo, illogico, infantile di Dino Buzzati”).

Piovene (“La rinomanza che ha di cinico, di crudele, di perfido, ha contribuito lui stesso a farsela.”).

Bacchelli (“Che differenza dalle donne di Moravia, descritte in fretta con quattro aggettivi dozzinali, sempre quelli!”).

Gadda (“la parola esaminata, rigirata, scrutata, provata su la lingua e sulla carta, che piaccia agli occhi, che sia assaporata dalle orecchie..
‘In lei era una gemebonda antifona al trillo, alle più casalinghe istanze del campanello’: detto di una donna che vive sola in casa, ed anche ha orrore del trillo del telefono e del tintinnio del campanello. ”).

Calvino (“Tre elementi appaiono essenziali per la sua formazione. I genitori, la balia, la casa Einaudi.”).

Comisso (“Un D’Annunzio - dice Ciro il libraio - tradotto in veneto.”).

Manzini (“Dopo quel suo primo libro, Tempo innamorato, del 1928, estatico, inebriato, trepidante, il suo progresso fu solo un’esasperazione di motivi splendidamente ermetici o arbitrari.”).

Pasolini (“quasi sempre manca nelle terzine o nelle lasse quella ‘melodia infinita’, quella ‘evasione estetica nell’infinito che s’estende vicino a noi e pur rimane chiuso in un impenetrabile segreto’ che cercava a vent’anni, scrivendo le sue prime poesie - queste davvero ‘poesia’- in friulano.”).

Palazzeschi (“in testa le fantasticherie le visioni assurde e colorate di tanti anni, sempre le stesse.”).

Morante (“Poche persone al mondo ho incontrato così sicure di sé. Sicura della sua vocazione di scrittrice, della bontà dei suoi mezzi d’espressione e dei risultati che sa trarne e della sua formula, che il romanziere deve interrogare sinceramente la vita reale affinché essa gli renda, in risposta, la sua verità.”).

Quasimodo (“credo che sia forse il solo che vive, agisce, pensa, parla da poeta. Ha del poeta i rancori ed i corrucci, l’assoluta ammirazione di sé e il disprezzo del volgo profano.”).

Marotta (“A mio giudizio i suoi titoli ad essere riconosciuto originale scrittore stanno soprattutto nelle sue cronache cinematografiche degli ultimi anni, in quelle raccolte in Marotta Ciak, in Visti e perduti, e nelle recentissime. E’ notevole prima di tutto l’esposizione vivacissima e trasfigurante della trama della pellicola che ne fa quasi il sunto d’un racconto suo, e un’acutezza d’annotazioni che sono talvolta straordinarie intuizioni; quest’uomo che non è mai uscito dalle frontiere di casa sua assiste ad una pellicola giapponese, Sayonara e deduce dai fotogrammi una descrizione del Giappone che vorrei aver scritta io che in Giappone sono stato due mesi: ‘che luoghi e che umanità singolari e preziosi. Le colline adagiate, la notte, fra scampanellii di tenui luci; stupori d’acque lisce, familiari, tiepide (suppongo) come guance; i ponti lievi, sensibili, che reggono i passanti come figurine prive della terza dimensione, ritagliate nella carta velina; le case fragili ed elementari, giovani e antiche zie del paravento... ‘ eccetera.
Poi l’inizio svagato che non raramente si mangia fino a due terzi dell’articolo, che prende pretesto da un suo stato di salute, dalla pioggia e dal bel tempo, dal rancore verso questo o quest’altro, considerazioni sulla situazione politica in Italia e all’estero, ricordi d’infanzia, esaltazioni e sconforti. E infine una chiusa impreveduta e lirica, come la cabaletta alla fine d’un duetto all’opera..
In queste cronache estrose il suo stile si raffina, la sua lingua si scarnisce, accenna a ripulirsi degli ultimi riboboli, ma il suo spettacolo è sempre quello: vi si assiste come ai fuochi d’artificio che sono sempre la stessa cosa e non ci si stancherebbe mai di vederne. Per conto mio mi son letto in una sola notte le quattrocentosettantasei pagine del suo Visti e perduti, con crescente curiosità, con interesse sempre desto, come quando leggevo in tempi remoti, con l’impazienza di passare dall’una all’altra, le Causeries du lundi di Sainte-Beuve.”).


Montale (“.. La sera dopo la cena che ho detto mi fu rivelato il Montale pittore. Cominciò dopo l’ultima guerra, in un tempo che si trovò sazio di parole. Andammo alla sua dimora in un vecchio palazzo della Milano di Stendhal, un’altana con un finestrone aperto sopra una petraia di tetti bruni. Mi fece vedere con aggressivo compiacimento tempere, pastelli, acquerelli, olii; una pittura quasi invisibile, come intraveduta in sogno. Un Duomo fantastico che somiglia a Santa Croce di Firenze, in un biancore non di marmo ma di gesso, con una piscina in luogo del sagrato, e preti stanno lungo la sponda, ed uno pesca ed uno guazza nell’acqua; e se ho visto bene fra le guglie della chiesa corre una ferrovia aerea. Prati gialli con vacche nere sotto un cielo terso: ‘Paesaggio di Normandia’ dice. ‘Ci sei stato? ’ ‘Mai. E sono sicuro che una campagna così in Normandia non esiste. ’. Aggiunge che lavora sempre di fantasia, o qualche volta come Utrillo copia da una cartolina illustrata. Ecco altri paesaggi normanni in cui trapelano renne in amore, dromedari. Con mozziconi di matita colorata sbriciolati e poi sfregati sopra un cartone cosparso di vernice crea morti uccelli come quelli nelle botteghe dei pollaioli, beccaccini, upupe, cornacchie. Contro una parete di roccia giurassica campeggia un solitario tapiro, un cane orfano. Nella ‘Promenade des Anglais’ un corridore ciclista visto di fronte arranca dall’orizzonte lungo un mare d’eclissi. Ha dipinto una marina per illustrare in una preziosa edizione fuori commercio, Accordi e Pastelli, una delle sue più alte poesie, Corno inglese, ove un forte vento suona gli strumenti degli alberi, spazza l’orizzonte di rame, ‘e il mare che scaglia a scaglia, / livido, muta colore / lancia a terra una tromba di schiume intorte’. E il poeta invoca: ‘il vento che nasce e muore / nell’ora che lenta s’annera, / suonasse te pure stasera / scordato strumento, / cuore. ’. Ma la marina che dovrebbe illustrare queste parole è una zuccherosa spiaggia incarnatina con baracchini di miele, varca una nave sotto una pioggia di strisce gialle e rosa su cui sboccia un’enorme pupilla turchina: il sole.. Di quei suoi quadri e quadretti dice che sono meglio di quelli di Buzzati; ma questi, dice, è bravo a farsi la grancassa, li fa riprodurre anche in cartolina. Forse Montale dei suoi farà una mostra personale, ma non li vende (e pochi ne regala, mi pare. Ligure è, sparagnino.)”.