IN MARGINE ALLA FORTUNA DEL LEOPARDI: I FRATELLI MACCARI E LA SCUOLA ROMANA

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IN MARGINE ALLA FORTUNA DEL LEOPARDI: I FRATELLI MACCARI E LA SCUOLA ROMANA



Se è vero che la rilevanza storica rivestita da divergenze di critici intorno a movimenti, autori, singole opere, giustifica e quasi reclama un ulteriore esame, per avvicinarsi almeno (poiché nella critica letteraria il raggiungerle è forse impossibile) a soluzioni definitive, non mi sembra inutile rievocare i giudizi che della poesia La Musa, di D. Gnoli, dettero, a distanza di un anno l'uno dall'altro, il Trompeo ed il Borgese. Ciò appare tanto più opportuno, in quanto i punti d'attrazione, rispettivamente indicati dai due critici, tra i quali oscillerebbe la lirica in questione e che non sono altro che quelli di «classicismo» e «romanticismo» sono gli stessi dei quali, mutato il parametro, risenti l'ottocentesca «Scuola romana»; sicché una maggiore luce fatta su quell'isolato lacerto potrà valere pure quale prima approssimazione alle caratteristiche di detto movimento nel suo complesso. Ecco parte del testo della lirica La Musa:


Dimmi, poeta, qual'è la Musa
Agitatrice de' tuoi pensieri?
- È la trombetta de' bersaglieri.

È notte; e l'ode l'orecchia illusa
Fra i rotti sonni, se un carro lento
Stride da lunge, se fischia il vento.

È l'alba; e arguta squilla dall'alto,
Svolazza intorno l'ermo Tarpeo,
Muore tra gli archi del Colosseo.
Tendo l'orecchio; suona all'assalto
Dall'Esquilino, balza lontano
Tra i colonnati del Vaticano;
Ed a le plumbee cupole intorno
Solleva un turbine di balde schiere,
Penne e moschetti, lampi e bandiere.
Poi quando al vuoto cader del giorno
Siedo del torbido Tebro a la sponda,
lo l'odo volversi mista coll'onda ¹.

Il Trompeo parla di «palpitante atmosfera umanistica» ². Tutto all'opposto, il Borgese scrive: «Un po' acerbo e ingenuo; ma piace quell'impazienza delle pastoie accademiche» ³. E, in effetti, se il colore linguistico è classico e tali sono il riferimento alla Musa, certe particolari espressioni come «l'ermo Tarpeo», o il «Tebro» e l'intera ultima strofe, si sente bene che tutto non si riduce a tanto e che ragione ha lo stesso Trompeo di soggiungere: «... gli elementi eterogenei della Retorica e dell'Oleografia armonizzano nel palpito alato di questi versi, nel battito rapido di questo giovane cuore. È il mito di Roma cui si vuoI far carne e sangue, è la parusia imminente dell'Urbe aspettata con ferma fede» ⁴. Oleografia e parusia in senso patriottico, s'intende.
E con questo si è individuato un primo ibridismo, presente in questa pagina della nostra storia letteraria, fiorita nella sonnolenta Roma fra il 1850 e il '70: il contrasto fra i professati dogmi classicistici e la protoromantica vena civile. Il primo aspetto è, naturalmente, fondamentale e fu impietosamente denunciato, fra gli altri, dall'Aleardi e dal Croce e sintetizzato in questi termini dal Borgese: «Non appena un dolore li pungesse, non appena li attraesse un sogno, tornavano alla loro memoria gli accenti con cui Petrarca o Leopardi avevano cantato quell'afflizione o quell'ideale. E nei classici trovavano conforto. È il primo stadio dell'emozione poetica, quello per cui tutti gli uomini sensibili sono un poco poeti, quando si sfogano e si consolano ripetendo un canto altrui, ove approssimativamente è detta la loro pena e la loro speranza» ⁵. Secondo il Filosa, invece, «…anche se, inspiegabilmente, specie nei primordi... subirono i pregiudizi delle accademie, i poeti romani non restarono, invero, distaccati dalla vita quotidiana degli affetti personali e familiari, dei contatti con la natura cittadina e campestre, delle idealità civili ed artistiche... » ⁶.
Propendo senz'altro per questa tesi, soprattutto quando, idealmente tralasciando i minori, si isoli l'esperienza dei due maggiori poeti della scuola: i fratelli Gianbattista e Giuseppe Maccari, i quali seppero imitare non servilmente il Leopardi idillico, derivandone pertanto la capacità di sollevarsi alla descrizione d'una scena di natura, imbevuta d'un particolare stato d'animo. Ma anche nel caso dei minori, pur tenendo conto del giudizio dello Gnoli ⁷, per cui «della produzione romana sparsa in raccolte e volumetti, parte dei quali non sono forse mai usciti da Roma e quasi introvabili, non è facile dare sicuro giudizio con piena cognizione di causa», affiora la ricordata inclinazione a dibattere moderni problemi «civili» ed «artistici». Basterebbe elencare (anche volendo limitarci alla raccolta dello GnoIi) i campioni di poesie d'intonazione politica, particolarmente numerosi in G. Bustelli («La bandiera italiana»; «A Vittorio Alfieri»; «La patria»; «Visione») ed in D. Gnoli ( «La gran novella»; «LaMusa»; «Gli stranieri al Foro romano»; «Straniero»; «In gondola») ; ma che presentano pure G. Carpegna («All'amico esule A. F.»), P.E. Castagnola («A Ferdinando Santini»), Teresa Gnoli («La patria») e Basilio Magni («A Dante Alighieri»). Sull'altro versante non va dimenticato che molti dei proseliti della «Scuola romana» ebbero ad occuparsi del pensiero e della poesia coeva d'oltralpe, sia francese che anglosassone e in parte slava: dal Nannarelli, che conobbe a fondo Lamartine, Hugo, Byron, Schiller, Goethe, UhIand e tradusse il Faust di Lenau; al Ciampi, che verseggiò i racconti del Puskin; al Torlonia, conoscitore del Gioberti, di Fichte e Schelling e seguace, nei suoi versi, di Novalis, Goethe, Lenau ed Heine; al Santini, che tradusse i Martyrs dello Chateaubriand; mentre, col '59, nella poesia del Celli, del Cossa e dello Gnoli-Gaddi, probabilmente per influsso della recente poesia francese e soprattutto di Baudelaire, s'insinuano motivi che fanno pensare, qua e là, a un «clima vagamente scapigliato» ⁸ o comunque da «secondo romanticismo».

Il referto più significativo, che esca da questo cenacolo, è costituito dall'influenza esercitata dal Leopardi sui fratelli Maccari (ma anche, seppure in minor misura, su altri «fedeli»). I canti, cui i Maccari attinsero più largamente, sono, in ordine decrescente, La quiete dopo la tempesta, A Silvia, La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, Il passero solitario e Le ricordanze. Si vedano questi versi, in cui, tra due luoghi, dei quali è facile individuare la matrice, se ne inserisce un terzo, desunto dal Sabato del villaggio (in corsivo i versi leopardiani) :

E s'ode il canto fuggitivo e fioco
Dell'avaro villan
, che in sulla via
Vende il tristo Iupino, e noI raffrena
La grave pioggia e l'aer che balena.
. . . . . . . . . . . . . . . .
E le fanciùlle in su i rasciutti sassi
Seder filando
, e riscaldarsi al sole,
Mentre dal gel van disgombrando i passi
I viIlanelli, e le sepolte aiuole;
E il can distesa la sua coda stassi
Lisciando al mite raggio, e come suole,
Ruspa il terren la gallinella allegra
,
E le sue forze ogni animaI rintegra. ⁹
O questi, in cui, a due spunti attinti ancora alla Quiete dopo la tempesta, se ne aggiunge un terzo, mutuato invece da A Silvia:

Già la notte mestissima trascorre,
a mezzo il corso, e ancor gocciano i tetti
la folta pioggia che pur or s'è queta.
lo dai volumi ove ogni bel s'accoglie
sollevo il capo
. Le finestre scuote
il vento novo che fischiando passa,
e poi si tace, e il mormor succede
lungi dal fiume che la valle irriga
. ¹⁰


E ancora:

Dopo i dì torbi a mezzo del cammino
Sereno il sol risplende, e d'ogni parte
Il benefico suo raggio diffonde.
Tutto è rumore nella strada e gioia
Del pieno giorno: nel balcone spande
La donzelletta i panni, e poi s'affaccia.
¹¹


Oppure:


M'affaccio, e al chiaro della luna veggo
Di giù di giù vicino alla montagna
Fumar gli alti camini...
E quindi torna all'opra, e mai non posa. ¹²


La lirica L'estate di Giuseppe Maccari è un intarsio di spunti, desunti da La quiete dopo la tempesta, da La sera del dì di festa e da Il sabato del villaggio:

Mormora presso la purgata fonte,
Ove ad attinger vien l'acqua con l'urna
La maggior figlia…

La donzelletta scopre
Del sen le rose, e languidetta giace
Piena d'amor nella dipinta stanza…
E poi, trascorso e temperato il giorno,
Torna romore per i luoghi e nunzio
Della festa che vien, batte il tamburo.
A poco a poco s'ombrano le vie,
S'apron logge e finestre,
e il sol che cade
Gli ultimi raggi nelle stanze manda. ¹³


E vediamo quest'altro frammento di Giambattista Maccari, aperto da un'altra eco del Sabato del villaggio:

Nelle cantine, o amici, odo il martello
Del legnaiuol che le vuote botti
Ricerchia al taverniere…
Or s'apron le finestre dei casini. ¹⁴


Due luoghi (il primo dei quali riprende pure i vv. 40-46 di A un vincitore nel gioco del pallone ed i vv. 4-7 de La Ginestra) offrono la versione personale di due motivi presenti ne La sera del dì di festa: irreversibile tramonto dell'antica civiltà romana e senso d'universale caducità, suscitato dall'ascolto di un canto solitario nella notte:

Qui delle tombe tue l'alte ruine
Sepolte fra le spine
Aride spine da cui spunta il verde,
Perché mai la speranza non si perde.
Oh fallace speranza!
Nella tua vecchia stanza
Eternamente abiterà la volpe...
Sparve la rosa, ed ogni fior giocando;
È la ginestra il fior del tuo deserto.
Muto è il suono dell'armi; innanzi agli occhi
Ho di Romolo il circo; aspetto i cocchi,

E la polve ed il fumo dei cavalli.
È silenzio... ¹⁵


Questa notte vicino
Alla mia casa han fatto un dolce suono
Un flauto e un mandolino,
E una voce di canto
S'udia d'un giovinetto

Tutta piena d'amore,
Che m'è discesa al core.
lo l'odo quella voce
lo l'odo ancora come di lontano;
Ma col passar dell'ore,
Pur l'eco a mano a mano
Morrà nell'alma mia
Di quella melodia.
E come il suono, così ogni altra cosa,
Sia lieta o dolorosa,
A poco a poco tace nel cor mio.
Volano gli anni, e tutta nell'oblio
Sarà presto finita
La mia povera vita.
¹⁶.


A parte il finale rimando al Canto notturno, l'«elegia» A Nicola Faberi di Giambattista presenta puntuali riscontri con A Silvia:


Fuggon gli anni, e il ver nudo rimane..,
Corsi tutta la vita
di giovinezza insiem con la speranza,
e fu corsa affannosa
piena d'inganni; or so quel che m'avanza...
A che qui venni?...

e saperlo non spero. ¹⁷.

Quali «sorelle minori della Silvia leopardiana» si presentano due gentili creature:


Una fanciulla v'era,
Ed ora se n'è ita,
E dicon che di qua più non ritorna.
Non si vide fanciulla più compita,
E più di grazie adorna;
E s'ella fosse giunta a primavera
Allora che sorride giovinezza,
Sarebbe stata il fior d'ogni bellezza...
¹⁸


Poiché repente una fanciulla mia,
Dai giardini c'ha in cura giovanezza,
Ove tranquilli parlavam d'amore,
Si disviò, s'ascose fra le tombe...


Calchi da A Silvia offrono altre due liriche del frusinate:


Spesi la giovinezza
In un altro lavoro;
Nel lavoro dei versi.

Non m'ebbi onor, né pane.
Furono giorni persi,
Furon speranze vane ¹⁹.


Ivi m'avrò con voi grato soggiorno,
Se quella cruda che m'è già da tergo
Ch'ogni nostra speranza in erba uccide
E del mio caro immaginar si ride…²⁰


A Le ricordanze si ispirano i versi seguenti:


Penai nella speranza
Che m'avresti pietade
Un dì dopo gli affanni.
Ma di quella mia speme che m'avanza? ²¹.


La fantasia vien meno; e più s'avviva
Del cor la vita e signoreggia, e move
Per la mente l'acerbe rimembranze.


E veniamo agli sparsi moduli, desunti dal Passero solitario:


Emilia mia,
Primavera è pei campi, e alle fanciulle
Reca le rose, e i teneri gesmini.
Vedi l'aria è rosata all'oriente…²²

... e ad ora ad ora
s'ode lo scoppio di lontan, che viene
dalla valle ove fruga il cacciatore
…²³

lo l'andrò ricercando per le chiare
Vie del paese; ch'oggi è dì festivo,

E vanno in giro tutte le donzelle... ²⁴


Quando mancava intorno poesia
Tu m'eri nel pensier qualche vaghezza,
O perpetuo fanciullo di natura... ²⁵


Un curioso connubio tra L'infinito e la Ginestra presenta il Frammento II di G. B. Maccari:


Ecco fra le tant'ombre anch'io mi celo
Delle genti che furono, e nel seno
Dell'infinita eternità mi perdo;
E voi saluto, o figli della terra
Stirpi novelle, che spiegar la forza
E de' nervi potrete e dell'ingegno,
Onde il nome starà, staranno l'opre
Famose, e ognora crescerà lo spirto
Delle proli future... .
Sì che schiusi saran gli alti misteri
Che natura ci ascende. ²⁶


Il tema del contrasto fra il presente e la felice età dell'oro, trattato precipuamente nell'Inno ai Patriarchi, si ritrova nel Frammento II dello stesso:


Insieme con la gaia giovinezza
Ride la fanciullezza.
Non è fanciullo amore?
Ma l'ingenua bellezza
Sovra ogni altra innamora
Che un tempo al mondo piacque;
E fe' caro ogni stile…
Rise l'età matura
Della bellezza antica,
E per ischerno la chiamò fanciulla.
A voi sia sempre amica,
O giovinette, ché d'ameni inganni
In sino a gli ultimi anni
Vi fiorirà il cammino,
Come in vago giardino ²⁷.


E si potrà vedere un'eco della canzone Alla sua donna nel Frammento VIII di Giambattista?


........ Sei tanto vaga
E sei tanto leggera
Che a me viva e presente
Vanisci nella mente
Come figura in un sogno d'amore.
In cosi dolce errore
La mia mente ravvolta
Mille perdute immagini rivede;
Ma si dileguan tutte un'altra volta ²⁸

Infine, la prima delle «sepolcrali» richiamano i versi seguenti, del maggiore dei Maccari:


Come rinacque? Quale
Nella sua nuova stanza
La forma, la sembianza? ²⁹

Sulla storia della poesia dei Maccari sembrerebbe che il recente contributo del Filosa abbia fatto piena luce. Giambattista, partendo da una posizione arcadico-puristica, testimoniata da canzoni, sonetti, ballate e pastorelle, odi, «idilli» leopardiani, componimenti lirico-narrativi in terzine, ottave e sestine dell'edizione delle Poesie del 1856 (cui nel '69 seguirono, postume, le Nuove poesie), attraverso traduzioni dal greco (Anacreonte ed Esiodo), incoraggiate da Giuseppe, sarebbe giunto, secondo il Filosa, che riprendeva precedenti giudizi del Castagnola ³⁰ e dello Gnoli ³¹ ad «un'adesione più umile, ma anche più sincera, dell'anima alla propria esistenza, alla natura del mondo, alla condizione umana e al suo significato vero», appunto grazie all'«autorità dei classici veri, quelli dell'Ellade. » ³². E cosi il fratello, che viceversa non dovette contrastare con un iniziale condizionamento puristico, si sarebbe formato «un intimo sentimento della natura», essenzialmente per influsso della poesia greca, come convengono anche il Tirinelli ³³ e l'Ulivi ³⁴. A me per contro pare, vagliata attentamente l'opera dei due poeti predetti, che, essendo stati tradotti da G. B. Maccari, ne avrebbero anche determinato il contegno, che il peso di questa componente «greca» sia affatto impercettibile. Mentre sono del tutto assenti influssi dell'unico poemetto esiodeo - Le opere e i giorni - conosciuto dai Maccari, scarsi sono i punti di contatto tra gli stessi ed Anacreonte. Questi si riducono al tema del declinare della gioventù e del sopraggiungere della vecchiaia, presente in alcuni versi di Giambattista («Pierino mio, finita è la "mia festa. - Avea le rose in testa - E venne morte, e una ghirlanda nera - Di cipresso vi pose - E appassiron le rose.... Giovinezza vivace vola - E il capo s'imbianca») ; così in Anacreonte troviamo:

Quando misti avrò con quelli
Neri, candidi capelli…
Son già grige le mie tempie, tutta calva è la mia testa,
sono gialli i denti; è lungi la gradita gioventù.
Oramai del dolce vivere lungo tempo non mi resta,
perciò gemo dell'Averno, di discendere laggiù... ³⁵.

Dove peraltro c'è da notare che, dal tono disperato di Anacreonte, notevolmente si differenzia il senso di «mistico conforto» presente nel Maccari. Un'altra ragione di affinità si può trovare in due frammenti, dei quali il primo costituisce una natura morta («... e di vetrici un cestello con le radiche del selvatico petrosello»), mentre il secondo esprime un senso d'esultanza amorosa («M'inerpico di Leucade - Su la rupe, e del mar nel bianco fiore - Mi tuffo, ebbro d'amore») ³⁶. Essi possono essere confrontati, rispettivamente, con liriche come Il cocomero di Giambattista ³⁷ e con quei passi della raccolta Amore di Giuseppe, nei quali parrebbe che l'impeto amoroso sia una cosa sola col sentimento d'adorazione suscitato in lui dalla natura: questo, ad esempio:
M'ama, non è più dubbio; a me lo dice
Del cor parola, l'occhio. Ai verdi luoghi
Mi sospinge la mente innamorata.
lo voglio inebriarmi della luce
Che primavera or ha diffuso intorno. ³⁸
Comune a certi luoghi dei Maccari è il vivo senso della stagione e del tempo presenti in questo frammento:

Inverno
E' il mese di Posidone:
acqua il nuvolo gronda;
romba il selvaggio turbine
con la voce profonda. ³⁹

Per il soggetto mitologico, infine, va menzionata la lirica Le grazie che pettinano Amore di Giuseppe ⁴⁰. Come si vede, troppo scarsi sono gli elementi, su cui può fondarsi il giudizio tradizionale, tanto più quando si pensi, viceversa, ai puntuali riscontri indicati a proposito dei Canti.

La Scuola romana, pur non essendo stata fatta oggetto di massivi interventi critici, si può inquadrare ormai in una luce abbastanza ferma: pur tra patteggiamenti romantici, essa fu essenzialmente «attenzione umanistica», culto del buon secolo, azione preservatrice e risanatrice della lingua tradizionale. Ogni membro sceglieva uno o più autori, generalmente «ortodossi» e ne faceva oggetto d'imitazione, come fecero i Maccari con Leopardi, i primitivi ed i quattrocentisti; il Parini con Petrarca (nei sonetti e nelle canzoni), Cino e il Sacchetti (nelle ballate), Leopardi (negli sciolti) ; il Celli con Dante, Leopardi e i francesi moderni; il Cossa lirico con Leopardi e l'AIeardi e il drammaturgo con l'Alfieri, imitato pure dal Cecchetelli e dal Bustelli; il Ciampi con l'Ariosto; il Castagnola con Guinizelli, Cavalcanti, Dante e Leopardi, quindi con i moderni d'oltralpe; il Novelli col Petrarca; il Lezzani con Leopardi e i trecentisti, il Monti con Parini nelle odi e il Berni nei capitoli; il Caroselli con Petrarca e Leopardi; il Magni con Parini nelle liriche e Alfieri nei drammi; il Massi con Dante, Tasso, Parini e Monti; il Codronchi ed il Bonanni ancora con Leopardi. Per il Filosa al momento dell'imitazione sarebbe poi subentrato «un nuovo senso della classicità, non più intesa come esteriore canone di imitazione, ma come intima misura della realtà spirituale e naturale, la cui lezione si apprende non già dai classicisti, bensì dai veri e propri classici e specialmente dai più genuini, quelli greci. » ⁴¹. Più persuasivamente l'Ulivi vede oscillare la scuola «tra due punti d'attrazione ugualmente influenti: da un canto il richiamo ai primordi romantici... : dall'altro, mercé l'assottigliarsi e il depurarsi dell'elemento romantico in nome dell'umanesimo, il risultato di un affinamento tale da anticipare in qualche modo le prossime quintessenziate ricerche di stile» ⁴².

Si delinea un quadro ibrido, senz'altro più attendibile di quello «manicheo» dell'introduzione (ma tra i moderni, conosciuti dai «romani», molti sono, da Goethe e Uhland ad Heine ed Hugo, i poeti «bifronti» in accezione analoga). La difesa dell'«antico stil dell'itala favella», dal Rezzi (iniziatore e mentore del gruppo) in poi è indivisibile dalla vena politico-patriottica ⁴³ e dalla componente religiosa ⁴⁴, riscoperta tramite i nostri primitivi ⁴⁵, il naturalismo misticheggiante germanico e la cultura neoplatonica secentesco-settecentesca tramandatasi in ambiente romano (Bellori e Gravina e più tardi Winckelmann e Milizia) ⁴⁶. E Leopardi, maestro indiscusso dei «romani» (un Leopardi «arretrato al quattrocento», ai primitivi, all'Arcadia) lo fu, oltre che per le possibilità inerenti al genere idillico (nel quale specifico indirizzo imitativo, portato «al grado esaustivo, di stilizzazione, conseguibile solo attraverso un'operosità collettiva», e precisando acutamente che si tratta ad ogni modo di un «idillio senza colloquio», il Negri ⁴⁷ ha recentemente visto il segno caratterizzante della scuola) anche in virtù della castigata, classica resa dei più immediati moti dell'animo.





1. Cfr. F. ULIVI, I poeti della Scuola romana dell'Ottocento, Bologna, Cappelli, 1964, p. 156.
2. Vedi P. P. TROMPEO, I poeti della scuola romana, in «Il Conciliatore», I (1914) p. 418.
3. Cfr. G. A. BORGESE, in Studi di letterature moderne, Milano 1915, p. 55.
4. lvi, p. 419.
5. Vedi G. A. BORGESE, Op. cit., p. 52.
6. Cfr. C. FlLOSA, I due poeti «principi» della «scuola romana», Venezia 1958, p. XIV.
7. Cfr. G. GNOLI, I poeti della Scuola romana (1850-1870), Bari, Laterza, 1915, p. 3.
8. Vedi F. ULIVI, op. cit., p. 38.
9. G. B. MACCARI, A Emilia (si trova riportata in P. E. CASTAGNOLA: I poeti romani della seconda metà del secolo XIX, in «La Rassegna Nazionale», 1890, 2, p. 648).
10. G. MACCARI, La quiete (in F. ULIVI,, op. cit. ; p., 168).
11. G. MACCARI, Il mezzogiorno di marzo (in F. ULIVI, op. cit., p. 169).
12. G. MACCARI, I molini a olio (in F. ULIVI, op. cit., p. 97).
13. Cfr. F. ULIVI, op. cit., p. 171.
14. G. B. MACCARI, Agli amici (in F. ULIVI, op. cit., p. 99).
15. G. B. MACCARI, Roma antica (in D. GNOLI, op. cit., pp. 225-226).
16. G. B. MACCARI, La vigilia di. S. Giovanni (in F. ULIVI, op. cit. ; p. 116).
17. Vedi F. ULIVI, op. cit., pp, 119-120.
18. G. MACCARI, In morte di Giulia Cagiati (in F. ULIVI, op. cit., pp. 187-89).
19. G. B. MACCARI, A Pietro Codronchi (in F. ULIVI, op. cit., p. 121).
20. G. B. MACCARI, Ai fratelli (in D. GNOLI, op. cit., p. 218).
21. G. B. MACCARI, Frammento IV (in F. ULIVI,, op. cit., p. 126).
22. G. B. MACCARI, A Emilia, cit.
23. G. MACCARI, Amore XV (in F. ULIVI, op. cit., p. 176).
24. G. MACCARI, Amore XX (in F. ULIVI, op. cit., p. 178).
25. G. MACCARI, Ad un augello (in D. GNOLI, op. cit., p. 262).
26. Vedi F. ULIVI, op. cit., p. 126.
27. Cfr. F. ULIVI, op. cit., pp. 124-125.
28. Vedi F. ULIVI, op. cit., p. 127.
29. Cfr. F. ULIVI, op. cit., p. 117.
30. Vedi Art. cit., in «La Rassegna Nazionale», 1890, II, p. 643.
31. Op. cit., p. 39.
32. Vedi C. FILOSA, op. cit., pp 56 e 65.
33. Cfr. G. TIRINELLI, Giuseppe Maccari, ne «La scuola romana», giugno 1885,
pp. 169 e 174. .'
34. Vedi F. ULIVI, op. cit., p. 20 e passim.
35. Cfr. I poeti lirici (trad. Romagnoli), Bologna 1963, pp. 532 e 539.
36. Ivi, pp. 538 e 523.
37. Cfr. F. ULIVI, op. cit., p. 103.
38. Vedi F. ULIVI, op. cit., p. 178.
39. Cfr. I poeti lirici, cit., p. 537.
40. Vedi F. ULIVI, op. cit., p. 173.
41. Vedi C. FILOSA, op. cit., pp. XX-XXI.
42. Cfr. F. ULIVI, op. cit., pp. 37-38; per quanto le «aperture» più probabili della Scuola concernano, non, come l'Ulivi (e il Filosa) sembrano supporre, i crepuscolari - cui la decantazione talora ironica di temi e di linguaggio non basta ad avvicinarla ma piuttosto il Carducci e il gruppo sommarughiano di «Cronaca bizantina»: si ricordi, infatti, il misurato (almeno sulla carta) programma di questo movimento: «Base: il vero, il vero grande ed immutabile, il vero che si riposa nella natura, che guida l'istinto, che ispira la ragione umana» e inoltre che due collaboratori della rivista, U. Fleres (Lucius) e G. Salvadori, dedicarono rispettivamente un articolo ed un saggio alla Scuola. Sui presentimenti «bizantini» dello Gnoli, cfr. ULI\I, op. cit., p. 38.
43. «Un equivoco spiegabilissimo e diffuso... faceva della difesa dello 'antico stil dell'itala favella'... una cosa sola con la rivendicazione dell'indipendenza politica. : così R. NEGRI nel suo fondamentale Leopardi nella poesia italiana, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 24.
44. [L. M. Rezzi] continuatore «della grande tradizione filologica alla Angelo Mai... alla stregua del Giordani... ribadiva i fini morali e non solo tecnici del suo lavoro, e proclamava per suo conto la stima di una cultura letteraria e figurativa impressa di spiriti religiosi»: F. ULIVI, op. cit., p. 13.
45. Si veda quella sorta di Vita nova in sedicesimo (coi motivi dello infermare dell'adolescente, del presentimento luttuoso, della visione in sogno di figure allegoriche, del «ventilare di paradiso» e della escensio in coelum) che è In morte di Giulia Cagiati di Giuseppe, già ricordata.
46. Cfr. F. ULIVI, op. cit., p. 20 n. 15.
47. Vedi R. NEGRI, op. cit., pp. 25 e 29.