Paolo Monelli, SETTE BATTAGLIE - Racconto di un pellegrinaggio sui luoghi della guerra

Stampa PDF

Paolo Monelli, SETTE BATTAGLIE - Racconto di un pellegrinaggio sui luoghi della guerra, pp. 1-125, Milano, Fratelli Treves Editori, 1928



I luoghi principali della Guerra '15-'18, che ritrova a dieci anni dalla vittoria, sono sinonimo di tragicità: "Sono salito sulla cima del Monte Castelgomberto, in vista al brullo Montefior, al boscoso Tondarècar. Grande solitudine intorno. Fra la roccia bianca il bosco invade, frettoloso, come per precludere al mondo una principessa che deve dormire cent'anni. Invadi, invadi, bosco, nascondi la principessa della nostra giovinezza che si dissanguò quassù."
Dissente, tuttavia, dal riempire le zone di guerra con cippi, epigrafi e lapidi e dal raccogliere i caduti dai semplici recinti montani e trasferirli nei grandi Ossari tipo Redipuglia (mentre visita Monte Grappa, vengono all'uopo fatte brillare mine per spianarne il culmine).
E' una storia, più che del conflitto mondiale, del diverso stato d'animo dei soldati nell'arco dei quattro anni: il drammatico 1917, quando "non credevano più alla vittoria, ma non volevano credere ancora alla sconfitta" e delle loro professionalità in divenire: "Ci s'urtava, quassù, ad ostacoli ciascuno dei quali sarebbe parso bastante a impedire ogni azione: l'altezza e l'asprezza delle cime, il gelo, i sassi crollanti, il vantaggio delle posizioni nemiche, la difficoltà dei rifornimenti; e pure gli uomini per mirabile allenamento all'ambiente superavano tutti questi impedimenti riuniti." ; del valore dell'esempio: "Come fu preso il Sasso Misterioso? Lo scoramento li aveva presi.. Ma allora corse una voce: il capitano, il capitano Rossi è qui. Bastò per scuoter di dosso l'ignavia, e balzarono senza grido innanzi, e chi vide più il Sasso Misterioso? superato, sommerso dall'ondata che se lo lasciava ormai a tergo, ridicolo e sconsacrato ostacolo." ; e del non repugnare, un quarto d'ora prima della fine della guerra, dall'ultimo combattimento, dall'ultimo sacrificio dell'esercito vittorioso: a Caradu, in Carnia, la galoppata del Quarto squadrone cavalleggeri di Aquila contro le mitragliatrici, una ventina, della retroguardia austriaca che proteggono la ritirata della loro divisione.
Distingue tra "azione inutile e nefasta": "Era, dunque, la fosca primavera dl 1917.. già quegli incitamenti demagogici e pacifisti dall'interno trovavano eco presso i più deboli e i più sfessati..
Questo non era ancora avvenuto fra le truppe dell'Ortigara: erano sfiduciate sì, ma tanto più solide e fedeli; e all'ordine d'uscir fuori,.. quando capirono che il miraggio era una beffa, e l'azione era inutile e nefasta, s'annichilirono nel fuoco, ma non vacillarono. Dopo l'Ortigara si capì che doveva venire Caporetto; ma si poteva anche prevedere la riscossa sulla Piave e sul Grappa.
Non è il caso qui di far la storia o la critica dell'azione. Da queste cime, a cui sono giunto dal versante che fu degli Austriaci, appoggiate da un lato all'apicco della Valsugana e dall'altra a successive linee di difesa ben preparate, si vede quanto sarebbe stato più saggio abbandonare l'azione su questo settore quando sul fianco sinistro l'offensiva era fallita e abbandonata." ; ".. Ritrovo gli alberi e i sassi; solo il bosco mi pareva più fitto, e meno aspro il terreno, e più vasta la conca ove vidi sfilare al contrattacco e alla distruzione e per l'ultima volta salutai di lontano, col cuore stretto dal presentimento, i morituri compagni." ; e "manovre-chiave": ".. Ed ecco il San Matteo, 3686: la più alta battaglia del mondo. Se è vero che Matteo vien da matto, guardate mo' che delicata allusione ai pazzi della montagna.
Pazzi savissimi, signor mio. Mai battaglie furon studiate con più accortezza e condotte con più senso di quelle su per i ghiacciai o per strapiombanti pareti. Capisco, le pare strano a lei che uno che torna a casa alla sera invece d'andare su per le scale voglia raggiungere la sua camera arrampicandosi sul muro. Ma dalla parte delle scale facevano buona guardia i nemici, e di lì bisognava accontentarsi di far fracasso, di esporsi a bersaglio. Così fecero gli sciatori del capitano Calvi sul ghiacciaio di Lares offrendosi al fuoco delle mitragliatrici austriache, mentre gli scalatori del battaglione Val Baltea, su per un apicco che bastava che un austriaco si affacciasse e mollasse un pietrone perché ruinassero tutti a valle, arrivavano in cima e conquistavano il Corno di Cavento, 3400, il 15 giugno del 1917." ; ".. Allora [battaglia di Vittorio Veneto, ndc] più a sud, sui ponti che dalle Grave di Papadopoli, già conquistate il 24, la Decima Armata ha gettato oltre il fiume, con decisione audace vengono fatte passare in fretta le riserve, con l'ordine di risalire la sinistra del fiume e cadere sul tergo dei nemici. Questa manovra è la chiave della vittoria: quella minaccia alle spalle fa vacillare l'avversario, crea in lui quello stato d'animo avvilito e conscio dell'inutilità della lotta donde si genera il disastro.".
Rivede plaghe modellate dalla spaventosa potenza dell'artiglieria, dei lanciafiamme e dei gas: ".. Ci sono altre zone monumentali della guerra, e v'ho già detto come le maltrattano; questa, non ufficialmente elencata, pensa a conservarla la gelosa natura. Son monumenti questi massi ruzzolati in mezzo alla valle, questi scavi, questa geografia che ha cambiato faccia, e c'è una sella dove c'era prima una cresta, e nuove cime si vedono per nuove finestre aperte nelle eterne pareti." ; ".. Ora, nel crepuscolo piovoso, guardiamo nella valle il campo dei diecimila morti. E' lugubre, livido, isterilito per l'eternità. Morta è la grande montagna, uccisa anch'essa dal fuoco. Guardavamo una sera fuori dalle trincee e uno di noi gridò: 'Guardate l'Ortigara, come ha cambiato colore!'. Aveva cambiato colore; e fumava, gialla e negra, dai suoi mughi inceneriti, dalle buse colme di gas.
Da allora è immutata." ; ".. Ma anche questi crodoni dolomitici sono dei reduci, pur modesti. Il Piccolo Lagazuoi fu ferito tre volte, e ne ha ben visibili i segni; crollò tutto un suo superbo pinnacolo, quando gli Austriaci fecero scoppiare la loro seconda mina; la nuova epidermide della roccia è chiara e fresca accanto alle vecchie rughe su cui vivevano aggrappati i plotoni della Val Chisone." ; e dalla sottile ingegnosità dei fanti: ".. Ecco le baracchette scavate nel sasso: i due lettucci sovrapposti, la porta di ruberoide, il ballatoio sull'abisso; ancora la cera del candeliere sulla mensola, ancora la cartolina illustrata per tappare lo spiffero. Ma più su, le nicchie, le tane, i covi a cui s'accede per scalette
piantate nella roccia: da una parte e dall'altra piomba giù la montagna; così liscia, che nemmeno la nebbia che fuma dal basso riesce a fermarcisi contro. E nelle nicchie, nei buchi, vicino alle feritoie, i segni dell'accomodamento paziente: la coperta da campo, la cartolina in franchigia, la tazza di latta, i calzari contro il gelo, i bossoli sparati, le sipe già discapsulate. Tutta la vita d'allora, fanti.".
"Prendi il tuo sacco, vagabondo, porta altrove lo zoccolio degli scarponi chiodati.": tenuta a freno la piena dei sentimenti, "per non dimenticare".