Paolo Monelli, ROMA 1943, Introduzione di Luigi Barzini

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Paolo Monelli, ROMA 1943, Introduzione di Luigi Barzini, @Mondadori, Le Scie, 1948; Oscar Mondadori, 1979, pp. 1-384




La lingua di Monelli e' tersa come un cristallo. Non la si legge,
la si beve. Ma anche questa che sembra una spontanea fluidita'
era invece il frutto d'uno scrupolo che talvolta cadeva nella
pignoleria. La pagina di Monelli era, contro ogni apparenza,
tormentata. Nelle occasioni (e ce ne furono parecchie) in cui
ci capito' di lavorare fianco a fianco, le sue sofferenze mi
facevano qualche volta pieta', ma qualche altra stizza.
La scelta di un aggettivo, per lui, era un problema. Ma
poi lo azzeccava. [Indro Montanelli, su Google]





La cronaca giornalistica di Roma nel 1943 - che andrebbe letta dal fondo, per capire perché il Monelli, il quale, in: In Corsica, Milano, Garzanti, 1938, si prosternava a Mussolini e Hitler, abbia, dieci anni dopo, cambiato radicalmente opinione: ma, nel racconto autobiografico "Guerra sui nostri campi - 1944 Guerra di liberazione", incluso in: Nessuna nuvola in cielo, Milano, Mondadori, 1957, partecipa già a combattimenti contro tedeschi e repubblichini - va dalla perdita della Libia, alle prime agitazioni clandestine, ai "quarantacinque giorni" seguiti al 25 luglio, ai bombardamenti aerei d'agosto, alla prigionia ed evasione di Mussolini, all'armistizio, alla battaglia intorno a Roma città aperta ( libera, non occupata), alla partenza del re e del governo per Brindisi, alle trentacinque settimane dell'occupazione nazista, all'ingresso in città degli angloamericani.

I fatti "bene accertati e indiscutibili" rivelati, o sono d'ambito e fonte diplomatico-ministeriale, o gli sono stati riferiti da interlocutori comunque attendibili: ".. Gli ufficiali di marina che vennero a contatto con lo straordinario prigioniero [Mussolini, dopo l'arresto a Villa Savoia, è trasportato in macchina a Gaeta, di qui con la corvetta Persefone all'isola di Ponza e, più avanti, in volo, al rifugio di Piano Imperatore sul Gran Sasso, ndc] ci hanno descritto i suoi gesti e i suoi atti. Miserella cronaca, povere frasi, poveri gesti. 'Non facciamo scherzi, non sono Napoleone' disse all'ispettore Polito nella macchina che lo trasportava a Gaeta, quando questi gli disse che doveva essere relegato in una piccola isola dell'arcipelago ponziano. E' vero, quelle sue giornate di Ponza, come ci sono narrate da un Las Cases in sedicesimo, un onesto maresciallo dei carabinieri, non sono tali da ispirare né epopea né cinematografo.
Ecco il dittatore che si vantava di occuparsi di tutto, e al largo di Ventotene rammenta che ha sorvolato l'isola una volta, l'ha vista molto piccola, e ricorda che è coltivata solo nella parte occidentale (e naturalmente ricorda sbagliato).. Che quando deve scendere a terra, a Ponza, grida istericamente: 'Non voglio scendere, non voglio scendere, non voglio che tutti sappiano!', e s'afferra al passamano della scaletta; e poi scende dal barcarizzo col cappello calato sugli occhi.. Che il giorno che gli arriva, col motoveliero di Totonno l'aragostaro, il bagaglio da casa, due bauli, si toglie lo sgualcito abito blu, quello della visita al re, e si veste di tela bianca e va alla finestra; poi scompare e riappare alla finestra a torso nudo e un berrettino marinaro in testa; e riscompare, ed eccolo di nuovo vestito di bianco; e via ancora con la rapidità di Fregoli, e rieccolo in vista con una camicia dalle maniche corte.. Che annuncia ai carabinieri che traduce in tedesco le Odi Barbare, e legge e postilla la Vita di Gesù Cristo dell'abate Ricciotti, e la manda poi in dono al parroco dell'isola, perché veda che ha sottolineato in rosso le pagine del tradimento di Giuda.": p. 172 e sg. ; ".. Intanto fu discussa la possibilità che i tedeschi di Roma tentassero un colpo di mano contro il sovrano ed il governo. Fu stabilito che si trasferissero subito al ministero della guerra, che era facilmente difendibile. Nessuno parlò di lasciare Roma.
La famiglia reale arrivò al ministero della guerra verso le otto, e fu condotta all'appartamento riservato per il ministro in carica, una fila di camere e di salotti di diversissimo stile, secondo i gusti dei vari abitatori; da un pezzo non ci abitava nessuno, c'era odor di chiuso, aria d'abbandono. Il re, in uniforme militare, portava una borsa di cuoio come quelle degli avvocati, col manico. La regina aveva un cappellino tondo ed una gonna fino ai piedi, Il re andando criticava mobili e stili, e faceva confronti con l'arredamento di Villa Savoia. Giunsero nell'ultimo salotto, da cui si passa nelle camere da letto. Il re si sedette in una poltrona, contro il muro; la regina si sedette accanto a lui, gli mise un braccio sulla spalla, con affetto e protezione. Calava la sera, ma nessuno pensò ad accendere la luce. Rimasero così silenziosi, immobili, nella stanza che si oscurava. Due poveri vecchietti..
Arrivò Badoglio, di ritorno dall'Eiar. 'Come ho parlato?' chiese. 'Ho parlato con voce ferma, vero?' Fece una cenetta rapida, con gli altri personaggi. Alle nove e mezzo disse: 'Mi i vadu a doeurmi', e andò a letto, presto come suo costume..
La Baionetta salpò [da Ortona a Mare, ndc] verso l'alba, e fu raggiunta in mare aperto dall'incrociatore, che aveva fatto altra rotta. Il re e la regina passarono la notte in due poltrone a sdraio sul ponte, una coperta sulle ginocchia. Verso le tredici un apparecchio tedesco, un Junker 88 da combattimento in picchiata, comparve in cielo, puntò sulla corvetta, scese su di essa in larghi giri. Fu dato l'allarme, qualche viaggiatore indossò la cintura di salvataggio. Il re rifiutò con gesto brusco la cintura offertagli. Poi l'aereo si allontanò e scomparve, e la navigazione continuò senza altri spaventi.": p. 238 e p. 244.

Monelli include il suo caso di coscienza tra i molti, esibiti in quegli anni: "Specialmente dovendo fare i conti con vent'anni di vita, i vent'anni che passano fra la giovinezza avventata e inesperta e la ponderata maturità, bisogna ben concedere agli uomini la possibilità di meditare sugli errori del passato, di guarire dalle infatuazioni, d'imparare a forza di tristi esperienze a conoscere il prossimo, a sceverare il veleno dalle melate parole; e bisogna bene riconoscergli la buona fede se cambiano l'opinione che s'erano fatta d'un uomo o d'un'idea dopo che li hanno visti all'opera, e al paragone dei fatti.": p. 151.
".. Da quando saltò in mente al segretario del partito che il bollettino della guerra si dovesse ascoltare in piedi, la gente si alzava in piedi distrattamente alle prime parole della radio. 'Trasmettiamo il bollettino numero tale', con lo stesso gesto ovvio con cui si cava il cappello al passaggio d'un carro funebre.": p. 22; ".. Anche la Stefani derogava in questi casi da quel suo linguaggio sciatto, tipo 'rapporto di questura', ed incaricava un biondo poeta di esprimere con variopinto eloquio le gesta, le opere e i giorni del capo. Avvenne per uno degli ultimi viaggi di costui in cerca di consensi popolari, a Bologna, che quel cronista descrisse così le dimostrazioni della folla: 'L'entusiasmo dei bolognesi s'è manifestato con ripetute rotture di cordoni.'. Il giorno dopo un secco ordine del ministero della cultura popolare vietò di parlare di rotture di cordoni a proposito di Mussolini e dei suoi viaggi.
Le prime cronache colorate di questo stile si ebbero nel 1932, quando Mussolini, per il decennale della rivoluzione, inaugurò "quelle sue visite alle varie città d'Italia che culminavano tutte in una grande radunata di popolo in piazza, urlante e acclamante. I giornali mobilitarono i loro migliori cronisti, che si sfidarono a gara a descrivere le piazze gremite (furono paragonate a mosaici di facce, a enormi melograni, a immense scatole di pallini da schioppo o di caviale, a giganteschi occhi di mosca, a trascoloranti campi di grano)..": p. 56 e sg.

E', alla fine, "quella paurosa progressione di angherie, di torsioni e di violenze che durò trentacinque settimane" [dal 28 settembre al 5 giugno 1944, ndc], a fargli guardare "con sollievo" alla Liberazione:
"Roma ebbe le sue più dure giornate. Il coprifuoco fu messo alle diciassette. Spogliata in fretta, ancora, di uomini e di materiali, tagliata ormai fuori dal resto d'Italia, invasa da cinquecentomila profughi che s'accampavano nei fori e lungo le mura, e pascolavan le poche bestie salvate alla rapina nei prati di Villa Borghese e negli orti celimontani, fu uno squallido ghetto, affamato, sgomento, miserabile. Visse giorno per giorno, di ripieghi, di sacrifici, di pazienza. Calavano dalle montagne, arrancavano per le strade battute, mendicavano un passaggio sugli autocarri militari, esposti a spogliazioni e angherie, i burini, eroici a modo loro, anche se per alimentare la borsa nera, che era ormai il solo mercato possibile, a prezzi sempre più alti..
La notte dalle case più alte si vedevano accendersi gli scoppi sui monti Albani, e tutto rosso il cielo dalla parte di Velletri, e ardere gli incendi verso Tivoli. Il cielo era pieno del rombo degli stormi che tempestavano le strade intorno, la Flaminia, la Cassia, la Tiburtina, la Prenestina, risparmiavano la città di così giusta misura come il lanciatore di coltelli che serra in una gabbia di lame il corpo della donna, ritta contro l'assito..
Improvvisamente, il pomeriggio del 3, le cose precipitano. Gli abitanti lungo i viali Margherita, Liegi, Parioli, lungo il Corso e la via Flaminia, vedono passare in fila ininterrotta cannoni, carri armati, autocarri tedeschi, che si dirigono verso settentrione. La gente guarda, assiepata sui marciapiedi, non osa pensare che sia vero. Sfilano per tutto quel pomeriggio, per tutta la notte e il giorno seguente; pezzi d'artiglieria d'ogni calibro; carri colmi di roba rubata; autocarri stipati di soldati sporchi, laceri, macchiati di sangue, la faccia annerita, gli occhi perduti. Sanno che traversano una città nemica, che nessun augurio li accompagna, nessun sorriso di ragazza, nessuna voce di pietà per la sciagura..
Un enorme carro armato è fermo all'angolo delle Quattro Fontane; quando ci arriviamo, vediamo una fila di altri carri su per la salita, fermi. Un soldato altissimo, magro, è in piedi a terra davanti al primo carro, mastica qualcosa. La gente lo guarda, non dice niente. Chiedo: 'Where do you come from?'.
'From Texas' risponde.
Arrivano due ragazzette con una bandiera tricolore in mano.
'Here is a flag'.
Stende una mano, afferra la bandiera, la issa sulla torretta.": pp. 305-316.