Paolo Monelli, IO E I TEDESCHI

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Paolo Monelli, IO E I TEDESCHI, Milano, Fratelli Treves Editori, 1929, pp. 1-318

 

 


Quis porro, praeter periculum horridi et ignoti maris,
Germaniam peteret, informem terris, asperam coelo,
tristem cultu aspectuque, nisi si patria sit?.
Bisogna
esserci nati in Germania per viverci, dice, press'a poco,
l'antico. Chi volete che ci fosse venuto da altri paesi,
per abitare sotto un cielo aspro, in un paese brutto,
triste e brullo? [p. 225 e sg. ]

Non è forse inutile che io assicuri qui il sospettoso
lettore ("questi giornalisti, tutti contafrottole") della
più assoluta veridicità di tutto quanto gli ammannisco,
della rigorosa esattezza dei fatti, dei luoghi, degli
elementi dei miei giudizi.
[Nota 29, p. 310]

 

 

Comprende articoli apparsi su "La Stampa", "Corriere della sera" e "Illustrazione italiana", cui s'aggiungono altri capitoletti stampati per la prima volta. "Rapidi ricordi storici" (p. 76), che denotano "il duro compito della critica ad ogni costo, il bisogno spasmodico del confronto." [p. 270].
Confronto che va dalla letteratura
: ".. Certo dunque il nostro automedonte sentiva gli ondeggianti effetti del cicchetto mattutino; ma poi finalmente lanciò la vettura al galoppo sopra il selciato lucido, svoltò per una strada in miniatura, con case basse e orti in pubertà; e s'arrestò nel bel mezzo della piazza comunale di Hildesheim.. Pare allora che una spugna cassi dalla lavagna della memoria la brutta intollerabile Germania del nuovo secolo, paccottiglia a prezzi da non temere concorrenza e presuntuoso imperialismo. Torna a fiorire, fra gracili reminiscenze scolastiche, la Germania che amammo: il suo medioevo ingenuo, i suoi borghesi birraioli, le sue ragazzòle romantiche: la provincia germanica, che ripagava di pratico buon senso la cultura un po' schiva e raffinata che le davamo: e in questo scambio essa rimaneva goffa e noi si restava geniali, pur guadagnandosi dalle due parti qualcosa che all'una o all'altra mancava. Goffa essa rimaneva, questo sì; ma fresca e gaia e contenta di poca scienza; senza letteratura, senza umanesimo, con una cultura già pedante ma non ancora petulante. La Germania di Leibnitz, che scriveva in latino; la Germania di Goethe, che nell'esametro dell'ira d'Achille e degli errori d'Enea racconta i conversari del signor farmacista con il signor oste:

'Aber es sassen die drei noch immer sprechend zusammen,
Mit dem geistlichen Herrn der Apotheker beim Wirte,

ma ancora sedendo i tre conversavano insieme - l'oste e il curato e con loro il signor farmacista': pp. 181-183; al clima [le controversie che han distaccato Palatinato dalla Baviera e Baviera dalla Confederazione gli ricordano la vittoria di 7000 Ghibellini di Modena contro 32000 Guelfi di Bologna: battaglia della "Secchia rapita", Zappolino, 1325, ndc]: ".. Senonchè quei giocondi eroi plateali che si sbudellavano a Zappolino e ammazzavano i fuggiaschi rifugiati nei pozzi ('e sappi che ne ritrovorno assai'), al ritorno dalle loro gualdane trovavano trebbiano in fresco, che apre le fonti dell'oratoria e sbriglia il pensiero alle leggiadre amplificazioni. E inoltre gli arrideva perpetuamente, immerso nel rosso dell'autunno e nell'argento marzolino, un sole sano, netto, diligente: ma quassù il cielo eternamente livido abbrutisce le fantasie e scolora i sogni. Ne è nato un popolo che ha inventato il dolore universale, il romanticismo (che è un'etisia dell'amore), l'odio di classe, le donne studiose, il maldidenti, le edizioni di Lipsia, e del vino che consola gli amareggiati ha fatto una condanna per i frequentatori delle trattorie. Un popolo per cui la felicità è mito lontano e vano; che ha creato il proverbio: il bene è dove tu non sei; che già negli anni leggeri dell'anteguerra ha potuto assumere come simbolo del proprio destino quella stampa del Durer che rappresenta la melanconia.. Il clima rude, le lunghe acquate, le brevissime giornate d'inverno, hanno contribuito ad imporre una più stretta connivenza, le associazioni, le interdipendenze, tutte prepotenti esigenze della collettività che ammazzano l'individuo. Nell'individualità è la felicità.. Questo è il vostro Settentrione, signori: è così dai tempi d'Arminio il rannuvolato; e solo è maravigliosa la tenacia con cui questi iperborei tengon fede al calendario che gli è venuto d'oltremonte, nonostante ogni contraria esperienza; e s'ostinano a credersi in piena estate non appena il solstizio di giugno ha saltabeccato sulla brevissima e sacra notte di San Giovanni. Nulla vidi di più commovente che questo, alla stazione di Grunewald, un giorno di luglio che naturalmente pioveva e faceva freddo: un signore tutto vestito di tela bianca, bianche le scarpe e la paglietta, sul marciapiede della stazione, contro il fumigare della foresta.": p. 203 e sg. e p. 219; e all'architettura: ".. E accanto alla piazza di Hildesheim, nel labirinto delle strade anguste, ritrovate il Rinascimento, il Seicento, il Settecento tedesco; le case in miniatura, di legno, lucide di colore. Fra un piano e l'altro vi sono scritte in latino o in tedesco arcaico, inneggianti alla virtù, alla fede, invocanti Iddio sulla casa e sugli ospiti; o fasce pazientemente incise, vistosamente colorate, con scenette gustose di ubriachi, di cavalieri erranti, di vergini ignude.. Ma che matte vecchiette, queste casine decrepite così imbellettate! Il tempo ha curvato le travi maestre, i pilastrini di legno dorato, gli architravi; le facciate si sono rattratte, contratte, azzoppite; qualche finestra di quadrata s'è fatta trapezoidale, altre strizzan l'occhio, altre divergono come se avessero litigato con la vicina.. Così si costruiva quassù, nella semplice Germania, quando da noi sorgevano le case del Comune, e le regge della Rinascenza, e i palagi del 'Seicento e del 'Settecento. Pensate alla principesca Vicenza, i cui palazzi hanno la stessa età di queste catapecchie brulicanti.": p. 184 e sg. ; ".. Ed ecco Postdam, soave anacronismo.. S'eleva sulla città la collina esotica, con le gabbie d'oro, le grotticelle finte, i vigneti in serra; una declinante accoglienza di scale protese verso palazzi allegri, verso giuochi d'acque e silenzii di tigli, incappucciati d'oro aulico nel precoce autunno. E al sommo sta il padiglioncino sinuoso: Sans Souci, l'eremo del Re filosofo e misogino, di Federico il Grande.. E di lassù dominava tutta la città sorta per volere e gusto suo, e i giardini da lui disegnati pianta per pianta; gli aranci sotto vetro, i ventimila gelsi fatti venire dall'Italia insieme con mille Piemontesi per introdurre l'arte della seta in Prussia. Accennava col bastone tutto intorno agli ingegneri e ai terrazzieri; come suscitar quel contrasto di verde, come vivificar quel giuoco di fontane; e qui sorga un mulino rustico con la sua brava leggenda, e là un palagio che sia come il Palazzo Barberini, e là un altro con la facciata del Palazzo Pompei di Verona; e qui la copia di Santa Maria Maggiore, tale e quale; e nello sfondo un Cupolone come quello del Brunelleschi. Questa è Postdam; una città uscita tutta da un bislacco e geniale cervello regale; un'aspirazione verso il sole e verso il mezzogiorno favoloso; un sogno d'armonia architettonica i cui modelli furon presi quasi tutti in Italia. (Certe facciate classiche, copiate da noti palazzi vicentini o romani, non sono che la copertura di differenti casette borghesi, che hanno diversi proprietari; e spesso avviene che ogni proprietario fa quello che vuole della sua parte; e si vedon facciate colorate per un terzo in blu per un terzo in giallo per un terzo in verde tenero, secondo l'insindacabile piacere di ciascuno dei proprietari.": pp. 273-275.