Tommaso Landolfi, GOGOL' A ROMA

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Tommaso Landolfi, GOGOL' A ROMA, Milano, Adelphi, 2002, pp.1-437


Rimane che società e buona letteratura
hanno sempre fatto a pugni


Tommaso Landolfi [André
Billy, Les Frères Goncourt, Flammarion],
p.203





Pubblicato la prima volta nel 1971, raduna settantanove recensioni uscite su "Il Mondo" di Mario Pannunzio fra il novembre del 1953 e il marzo del 1958.
Diretto l'approccio all'autore, incisivi il metodo e il dettato, pettinatissima la lingua.


<Geoffrey Gorer, The Life and Ideas of the Marquis de Sade, Londra, Owen, 1953>
"..Giacché poi ogni cosa è sostenuta da un'immensa, espiosiva carica vitale, che è il vero segno generico della personalità del Sade.": p.34.

<Lev Tolstoj, Autobiografia dalle lettere (scelte da Tat'jana L'vovna e annotate da Ettore Lo Gatto), Mondadori, 1954>
"..Una sola cosa forse non si riuscirà a trovare in lui: un principio di malafede, che dia un po' di respiro; o la compiacenza; lui non conosce quella salvezza che è la futilità, al contrario infierisce su se medesimo, prende tutto di petto e non è mai disposto a ridere di nessuno, neppure di sè;..capisce poco, non sa nulla, e sa tutto; è uggioso, predicatore; e intravistolo appena di lontano, gli si corre dietro per mendicarne la compagnia e i discorsi. La verità è, insomma, che questo omuncolo barbuto, questo villanaccio e gran signore, questo Pierdiciacchero [Ciàcchero, Tosc. Birbante, poco di buono, ndc] e Luigi di Baviera, è di stirpe reale, e anzi positivamente regna sol che impugni, goffamente se si vuole, per scettro la penna.": p.145.

<Anton Cechov, Racconti e novelle, a c. di Giuseppe Zamboni, con un'introduzione di Emilio Cecchi, voll.3, Firenze, Sansoni, 1955>
"Dopo oltre mezzo secolo, l'opera di Cechov serba intatta la sua attualità e il suo mistero..Gli è che la sua problematica, per esser trita, non è meno formidabile;..che egli non è l'uomo dei messaggi roboanti e, per così dire, buoni a qualsiasi uso; che le sue creature, a parole o con le loro stesse vicende, non dicono più di quanto disdicano;..Cechov ci racconta e dice tante cose, e anzi in forma piana, suasiva, irresistibile, tuttavia non ci comunica nè intende comunicarci nulla. Lui ride meno di quanto qua e là non voglia darci ad intendere, ma neppure prende le cose troppo di petto; se ha orrore di qualcosa è del salire in cattedra per ammaestrare i propri simili; non intende lasciarci norme per l'esistenza e neanche formulazioni astratte, non è fatto suo. Il fatto suo è la meschinità, e poi la grandezza, la bontà, in concreto e in atto, donde si guarda bene dal trarre conclusioni finali; lui adoratore della ragione non parla alla ragione; la sua verità è se mai una verità poetica.": p.194 e sg.

<I cento anni di Nerval>
"..L'opera di Nerval è senza dubbio di ardua intelligenza: l'inconscio, l'irrazionale, oscure concezioni di tipo speculativo, nonché semplicemente la follia, vi fanno larga irruzione sgomentando e sfidando talvolta il lettore. Tutto o quasi tutto in Gérard è trasposizione, raffronto, metafora, simbolo e sprezzo del tempo; come del resto in certi suoi maestri (romantici tedeschi primi e secondi) le dimensioni consuete sono sconvolte, e questo riflesso di epoche primigenie o addirittura di caos originario perseguita anche nelle pagine che in apparenza scorrono lisce come l'olio; per farla breve, gli elementi impliciti sono spesso preponderanti. 'Je suis l'autre', scrisse da illuminato Gérard sotto un proprio ritratto; e nella mirabile apertura di Aurélia libera le creature invisibili..E poi non afferma dei suoi sonetti 'composés' dice 'dans cet état de reverie supernaturaliste, comme diraient les Allemands', che 'perdraient de leur charme à etre expliqués si la chose était possibile?"": p.221 e sg.

<Daria Borghese, Gogol' a Roma (collezione "Itinerari" del Sansoni, 1957)>
"..Resta il frammento Roma..Senza dubbio Gogol' non era dei soliti viaggiatori o residenti all'estero: la sua visione doveva essere assai più alta e profonda e feconda, per l'ottimo motivo che egli era un grand'uomo..
Per altro verso in certo modo delusivo ci appare il capitolo su Gogol' e Belli. Dove forse, anziché porre l'accento sulla comune coralità dei due grandi scrittori, bisognava riferirsi a quel qualcosa da spartire che gli stessi sembrano avere; a quel qualcosa (se serve un linguaggio da caffè letterario) di surrealistico, che chiunque abbia la menoma dimestichezza colle rispettive opere non può aver mancato di rilevare. Insomma nella partita quello che soprattutto importa è l'enormità o l'eccessività di talune figurazioni, è l'aspetto di ossessi, non tanto occasionali, dei due; e naturalmente vogliamo accennare ad alcuni di quei sonetti del Belli che non potrebbero trovar posto nelle antologie scolastiche o nelle bibliotechine rosa, e a qualche racconto di Gogol' tra i più improvvisi e abbaglianti..Si riesce a buon conto a stabilire una probabilità e quasi certezza di rapporti personali tra i due; ed è già molto.": pp.392-394.

<Boris Pasternak, Il dottor Zivago, traduzione di Bruno Sveteremich, Feltrinelli, 1958>
"..Pasternak insomma vuole che il suo romanzo sia accolto e giudicato in quanto tale, con tutte le relative ed evidenti storture, dispersioni, oscurità, incongruenze, con tutto il relativo spregio per ciò che si chiama economia compositiva o come. La sua preoccupazione costante seguita ad essere di natura estetica, letteraria nel senso buono, formale nel senso ottimo. La chiave è forse in una fulgente pagina di natura teorica: '..Le opere d'arte parlano in tanti modi: con l'argomento, la tesi, le situazioni, i personaggi. Ma soprattutto parlano per la presenza dell'arte. La presenza dell'arte nelle pagine di Delitto e castigo sconvolge più del delitto di Raskol'nikov.'": p.411 e sg.

<Charles de Brosses, Viaggio in Italia. Lettere familiari, versione di Bruno Schacherl, prefazione di Carlo Levi, introduzione critica di Glauco Natoli, voll.3, Firenze, Parenti, 1958>
"Nell'anno 1739 il noto Presidente de Brosses calava dalla natia Borgogna in Italia, con uno spirito insieme classico, aristocratico e razionale, una parzialissima ammirazione per le antichità e le anticaglie..Tanto per fare un esempio, dire al Presidente 'gotico' era come sbandierare il drappo rosso davanti alle corna del toro. E codesto generico termine di 'gotico' ne doveva comprendere di cose, giacché lui saltava a piè pari dall'antichità classica a quanto nel Rinascimento le si ricollega direttamente e quello che c'è nel mezzo si studiava addirittura di non vedere. Prendendo a caso: 'Questo grande maestro [Giotto], così celebrato in tutte le storie, potrebbe oggi essere assunto per dipingere una palestra. Tuttavia, dietro ai suoi scarabocchi, si distinguono il genio e il talento.'; oppure: 'Questo palazzo [pubblico di Siena] è un vecchio edificio che non ha niente di notevole, o almeno di curioso, salvo alcune pitture ancora più vecchie e brutte di lui.'. Le lettere del Presidente sono in definitiva, per un certo riguardo, un insigne repertorio di sciocchezze.
Ma, stabilitolo per comodo di chi leggerà le lettere, dobbiamo soggiungere che non certo con un tal metro potremo dopo due secoli misurarle; o, altrimenti detto, donde viene quel loro fascino singolare e persistente? Da tre principali qualità del loro autore. In primo luogo la sua spregiudicatezza o libertà di giudizio, la quale se tanto tanto riesca a rompere gli schemi che cultura e mania le impongono, balza fervida e fa lievitare la realtà considerata. Poi la sua umana curiosità, più vasta che non ci si aspetterebbe, benché s'eserciti su una ristretta cerchia di esemplari ed escluda la parte del corpo sociale che si può considerar la più viva: il popolo. La terza è di natura specificatamente letteraria ed è il suo notevole dono narrativo, che per effetto secondario estende la sua curiosità ad ogni ordine d'oggetti, fino al gioco del faraone, minuziosamente descritto. Queste tre qualità e questa stessa minuzia descrittiva servono a comporre dell'Italia di due secoli addietro un quadro quanto mai vivace e allettante..Giacché è piacevole lasciarci guidare dalla troppo alacre penna del Presidente attraverso un mondo defunto eppure curiosamente familiare.": pp.415-418.