Massimo Bontempelli, SETTE DISCORSI

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Massimo Bontempelli, SETTE DISCORSI, Milano, Bompiani, 1942, pp.1-239

 

Pirandello - o del candore, Reale Accademia d'Italia in Roma, 17.1.1937

Leopardi - l'uomo solo, Aula Magna del Civico palazzo di Recanati, a chiusura delle celebrazioni leopardiane, 29.6.1937

D'Annunzio - o del martirio, Sala del Palazzo di Città di Pescara, 27.11.1938

Verga, Reale Accademia d'Italia in Roma, 15.2.1940

L'Aretino, Palazzo Strozzi in Firenze per il Centro Nazionale di Studi sul Rinascimento, 8.5.1940

Gli Scarlatti, Sala del Mappamondo in Siena per l'Accademia Musicale Chigiana, 15.9.1940

Verdi, Teatro La Fenice in Venezia, 2.2.1941

 

L'editore Arnoldo Mondadori, nel 1958, ha incluso Gli Scarlatti e Verdi in: "Passione incompiuta - Scritti sulla musica 1910-1950", Milano, Mondadori, pp.1-470

"S'intende che io non sono venuto qui per ripetere le lodi di Gabriele d'Annunzio.
Molto meno sono venuto a fare un capitolo di storia letteraria, creare definizioni, distinzioni.": p.73
Definizioni: un paio: riguardo a Verga, la sua esclusione, nelle novelle di "Vita dei campi" (Cavalleria rusticana, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, La Lupa e qualche altra) e ne "I Malavoglia", dal novero dei veristi: "..per lui i pescatori di Aci Trezza non sono umili su cui suscitare compassione, ma, bersagliati dalla Fatalità incomprensibile, individui presentati in tono di primordi. Così arriviamo alla Lupa, trascrizione in chiave di primordio delle 'donne fatali' della sua prima produzione..

La pena che possiamo sentire verso padron 'Ntoni o verso la Mena è della stessa sostanza di quella che tributiamo a Edipo o ad Antigone.": p.129 e p.147; e riguardo all'Aretino ("il suo credo letterario nasce esattamente dalla stessa fonte che la sua morale, cioè dall'orrore del falso"), l'affermazione, in dissenso da un giudizio del De Sanctis ("un uomo ben educato non pronuncerebbe il suo nome davanti a una donna"), che "Nessuna leggenda fu più assurda di quella che fa di lui uno scrittore carnale. La carne non gli appare mai splendida e gioconda, egli non riesce a considerarla se non nella miseria che nasce dalla sua corruttibilità.

Ma perché ha questo bisogno d'appuntarsi soprattutto verso argomenti lubrici? Il predicatore Aretino ha bisogno dell'oscenità come mezzo d'espressione e creazione di disgusto.

C'è un'altra spiegazione: la sua è una forma di reazione contro l'ipocrisia che ha ristretto il pudore al solo fatto sessuale. 'Noi nascondiamo il nostro sesso, e facciamo vedere le mani che rubano e ammazzano e la bocca che giura il falso'. Nessun domenicano trovò mai figurazione più spietata.": pp.179-181.