Antonio Delfini, I RACCONTI

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Antonio Delfini, I RACCONTI, Milano, Garzanti, 1963, pp.1-247




Sono gli undici racconti di: @ IL RICORDO DELLA BASCA, Pisa, Nistri-Lischi, 1956 e di: RACCONTI, Torino, Einaudi, 1982, con l'aggiunta di:


<Il 10 giugno 1918 [Manoscritto originale, di proprietà della figlia Giovanna, di 38 pagine dattiloscritte e titolo Storia d'amore intorno a un quaderno smarrito]: pp.213-246>



"..Per quanto in quell'ora e in quel giorno io non immaginassi niente: di quanto sarebbe accaduto dopo nella memoria e nel cuore, di quanto si sarebbe rivelato nella realtà del passato, nella realtà d'una vita che non era più rintracciabile perché priva di avvenimenti e di giorni trascritti.": p.240 e sg.
E' la teoretica di Delfini (1908-1963), che nel personaggio di se stesso decènne "simula": le opposte reazioni sociali, registrate al funerale, quel giorno a Modena, del vecchio garibaldino: "..Quando il prete e lo scaccino furono a pochi metri dal sagrato si voltarono, fronte alla chiesa, e, velocissimi, in un lampo vi si richiusero dentro parendo quasi che vi si sprangassero…Finché il corteo sfociò nella strada popolare della Cerca, dove gli artigiani che vi si trovavano al lavoro vennero fuori a vedere: le finestre che erano chiuse si aprirono e quelle aperte rimasero aperte; i ragazzi che giocavano contro i muri le cartine colorate delle scatole dei cerini, abbandonando il loro passatempo, si accodarono al corteo.": p.229 e p.231; un'apertura alla parapsicologia: "I familiari dei ricoverati all'ospedale fingevano di ridere, ma senza sapere di fingere e forse senza sapere di ridere: perché in effetti i movimenti delle loro bocche delle loro narici e delle loro gote erano guidati dall'arte del cantastorie che aveva degli occhi neri sorridenti in blu coi quali sembrava volesse ipnotizzare i suoi ascoltatori.": p.233; e una "riserva", in totale, di ben quindici aggettivi di colori per descrivere il calar della sera: "..Fu un colpo di cannone; fu il colore amaranto di quella sera d'estate che aveva il cielo nuvoloso e il sole scoperto; fu il nero improvviso sorgente dal fondo della strada più commerciale della città, che giocò con l'arancione del cielo e con gli ori profusi dai rossi e dai gialli di certe chiese intorno alla piazza; fu l'enorme tricolore che incedeva nel mezzo della strada; fu l'inumidito e spento violetto che veniva proiettato dai portoncini, dai bar, dai negozi di stoffe e dalle bigiotterie sotto il portico; fu un gruppo di nuvole rosa morbide come la bambagia…Tutto il Foro Boario era  intonacato di rosso; di un rosso cupo che nelle intenzioni dell'architetto avrebbe dovuto ricordare il sangue di bue. Ben altre impressioni si ricavavano invece stando al centro della piazza! Il grigio-perla del fumo del treno; il bianco d'avorio della torre Ghirlandina che spiccava sola e imponente come una freccia d'amore lanciata verso il cielo dal rosso disteso del Foro Boario; il verde dietro le spalle, e il verde ancora al di là della ferrovia lontana; il fischio dei treni e il rumore dei carri e lo sbuffare delle locomotive (mandavano nell'aria un odore che diventava una cortina di verde-blu-violetto al disopra dei tetti della città); la vaghezza delle tinte sul giallo dell'erba pestata dagli amanti, dai soldati e dai cavalli sul terreno dell'ippodromo; l'argento antico e sporcato della polvere sulla pista..": p.228 e p.241.