Ugo Ojetti, RITRATTI D’ARTISTI ITALIANI

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Ugo Ojetti, RITRATTI D’ARTISTI ITALIANI - SECONDA SERIE, con 16 fototipie, Prefazione di Ugo Ojetti, pp.VII-XII,, Indice dei nomi citati, pp.249-253, @ Milano, Fratelli Treves Editori, 1923, pp.1-247


Livorno è il gran porto da dove nella Toscana
agricola e casalinga, serrata tra Appennino e
Maremma, entrano la curiosità dell’avventura,
l’amore del rischio, la nostalgia del largo e le
favole dell’ignoto               
Oscar Ghiglia, p.185






Tranquillo Cremona - Gaetano Previati - Antonio Mancini - Daniele Ranzoni - Giuseppe de Nittis -Aristide Sartorio - Luigi Cavenaghi e l’arte del restauro - Enrico Sacchetti - Felice Carena - Libero Andreotti - Armando Spadini - Oscar Ghiglia - Antonio Maraini - Ermenegildo Luppi - Amos Nattini - Romano Dazzi



<Tranquillo Cremona>
Nello “svanire dei contorni per sfumare con delicatezza di rilievo i passaggi di colore d’una figura o d’un oggetto sul suo fondo”, un “ritorno” del Quattro e Cinquecento veneziano, studiato in loco dal 1852 al 1859; e un sedimento degli acquerelli, schizzati “con uno spirito indiavolato”.


<Gaetano Previati>
Abbandona la realtà per l’astrazione, la rappresentazione (Cesare Borgia a Capua, 1880) per l’evocazione (Maternità, 1890),
Qui e in: Paolo e Francesca (1901); Il giorno sveglia la notte (1905); Il carro del sole (1907); La danza, o Pastorale (1908), ecc., “niente è solido, tutto svapora in una pennellata a lunghi segni paralleli” e nella luce. “La tecnica divisionistica tende a fondere la forma e l’espressione nella delizia della sensazione luminosa.” ha scritto Previati.


<Antonio Mancini>
“..Mancini è un gran pittore che non ha stile..Della gerarchia tra gli elementi che formano un. quadro - una somma di volontà, di ragione, di costruzione, d’architettura e d’umana commozione - egli  non si cura..
Vent’anni fa, per non perder tempo a studiare e regolare sulla tela bianca la prospettiva, il Mancini usava disporre alla destra del suo cavalletto, per ritto, contro il modello, un graticcio di spaghi a maglie ben quadrate; ed uguali maglie, filo per filo, quadrato per quadrato, erano tese sulla tela da dipingere..Alla fine lasciava quelle frange di spaghi impastati nel vischio del colore, e mandava il dipinto così all’esposizione..
E perché il pubblico non s’ingannasse e non s’affaticasse a cercare anche lì quel che cercava nei quadri degli altri, si mise a ridere. Nei tanti autoritratti che egli s’è dipinti, Antonio Mancini appare sempre ridente, come se, appena prende la tavolozza in mano, egli prepari una burla o lanci una scommessa, già sicuro di vincerla. E tutte le sue figure ridono com’egli ride, di quel riso un po’ fisso e forzato dell’acrobata che è saltato allora giù dal trapezio: ciociare e moschettieri, dame e modelle, nude o vestite..C’è così un riflesso di maschere, di coriandoli e di carnevale in tutte queste pitture disordinate e sconnesse..E più gli anni passano, più cresce la pena a vedere tanta maestria esaurirsi in questo gioco, tanta ‘virtù’ perdersi a non dir niente, pago egli di rendere il gioco d’un raggio di sole sopra un cencio di raso, beato di guardare i riflessi e le rifrazioni del rosso d’una rosa contro un boccale di vetro.”.


<Daniele Ranzoni>
“..Gli mancò troppo spesso la forza di dir qualche cosa oltre quella di far vedere qualche cosa, di giungere più profondo, nel gioco della luce sopra un volto, fino alla vita, ai volumi, alla certezza.”.



<Giuseppe de Nittis>
“..Aria aperta, aria aperta. Queste qualità restarono sempre, anche a Parigi e a Londra, le qualità tipiche della pittura di de Nittis.” [anche interni: cfr.: Coin de soirée, il salotto rosso della  principessa Matilde, ndc].



<Felice Carena>
“..Ha sempre, d’istinto, veduto nella realtà l’occasione dell’arte, non una padrona o una tiranna..
Era un romantico che credeva nella benefica libertà, nella bellezza della vita spontanea, nella bontà naturale dell’uomo, nella pietà pei travolti dalla passione: nella pittura di puro colore..
Ed ecco, per ritrovare il suo equilibrio, Felice Carena piegare verso il puro arabesco e le nette sagome della pittura di Gauguin a carte da gioco [influenza di Gauguin, ndc]..Questa fu la sua Mostra a Roma nel 1916..
Così nel 1919 a Torino apparve la sua tela Contadini al sole..
E si venne ai Contadini del 1920, esposti nel 1921 a Roma e al Porcaro, esposto a Venezia, l’anno scorso, accanto alla Quiete.
Il passo dai Contadini e dal Porcaro a questa Quiete è stato grande.
All’aperto, sul limitare d’un boschetto attorno a un nudo di donna, seduta, vista di spalle, si svolge in fondo la scena: a sinistra, anche seduti, una giovane contadina e un pastorello col cappello incoronato di fiori, nelle mani uno zufolo; a destra, di là da una coperta gialla tesa tra due rami, due giovani nude, curve sull’acqua; nel primo piano, fiori, frutta, un boccale, una bottiglia, una cesta, dipinte con una pittura ricca grassa lucida succosa quale non si vedeva più da anni. Tutto il quadro, a cominciare dal nudo centrale che fa da perno alla composizione, è dipinto con questa gioia matura e sensuale, in una luce tranquilla, diffusa, senz’ombre, che vien da dietro lo spettatore e avvolge tutta la scena fino al piccolo cielo lontano striato da bianche nubi parallele.”.



<Libero Andreotti>

“..Sentì che la scultura non è solo un soprammobile pittoresco e un gingillo capriccioso più o meno pesante, ma un fatto, prima, dell’intelligenza e della logica, obbediente alla materia in cui è tagliata e allo scopo cui è destinata. ‘Debbono le figure essere condotte più col giudizio che con la mano’ ammonisce il Vasari nel primo capitolo sulla scultura.”..
Ma tutte le opere sue, dopo il ritorno dal fronte, prima a Lucca e poi a Firenze, muovono da un sentimento nuovo..Una secchezza tutta toscana definisce adesso il suo modellare, e i piani si succedono e si rispondono netti e decisi come parole ben scelte e ben pronunciate. Non una figura in movimento, meno la Vela, ma tutte statue che stanno salde sulle gambe ritte o ben sedute o accosciate, sicure sempre del loro equilibrio, così che il gesto delle braccia o delle mani e l’espressione del volto è quasi un ramo e un fiore in cima a un solido tronco o un fregio in cima a una riposata architettura. Quasi tutte donne.”



<Armando Spadini>
“..Ha scritto Giovanni Papini che ‘il mondo è per Armando Spadini come un paradiso terrestre ch’egli vorrebbe agguantare, stringere, mordere, possedere tutto quanto. Donne, animali, piante, bambini: le cose più prossime; quelle che ha sottomano, che può acchiappare meglio. La sua pittura è una conquista progressiva, un godimento quasi sensuale rinnovato fino alla stanchezza’.”



<Libero Andreotti>, <Oscar Ghiglia>, <Antonio Maraini> e <Romano Dazzi> sono tratti da: “Dedalo”, rivista d’arte che Ojetti fondò e diresse fra il giugno 1920 e il giugno 1933.

A Roma, dal 4.5 al 26.6 del 2009, si è tenuta la Mostra “Libero Andreotti, Antonio Maraini, Romano Dazzi. Gli anni di Dedalo”, col Catalogo: ”Ai curiosi e agli innamorati d’arte”,

redatto da Giovanna Caterina De Feo, Roma, OK Print Edizioni, 2009


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