Massimo Bontempelli, VIAGGI E SCOPERTE - Ultime avventure

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Massimo Bontempelli, VIAGGI E SCOPERTE - Ultime avventure, @ Firenze, Vallecchi Editore, 1922, pp.1-170



Primo viaggio - Secondo viaggio - Scoperta - Terzo viaggio - Nuove scoperte - Quarto viaggio - Quinto viaggio - Scoperte notturne - Ultimo viaggio e scoperta ultima



L’arte fu data all’uomo per creargli il piacere del miracolo e della maraviglia. - L’uomo può ottenere la maraviglia per due vie: - scoprendo le leggi delle cose (il bambino quando scopre che dagli alberi spuntano i fiori; che i suoi piedi lo fanno camminare) - oppure quando con la immaginazione si riesce a mescolare e sovvertire le leggi scoperte: far camminare gli alberi:
L’avventura novecentista, p.351



<Primo viaggio>
Da fanciullo, in città, incontra un uomo, che lo porta in un bazar.
“..Là mi trovai circondato da un mondo di forme enormi e magnanime, e da colori pacati..
Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare neppur uno di quegli oggetti. Ho nella memoria  come un sistema di mondi vastamente geometrici che m’avvolgeva intorno, e sempre a distanza; perché anche quando cominciai a procedere e traversare le varie sale del bazar non mi avvenne mai di trovarmi accanto e a portata di mano qualcuno di quegli oggetti; ma come se insensibilmente tutto il sistema si venisse scostando, mosso insieme con me da un’unica occulta meccanica, rimaneva sempre, tra gli oggetti più prossimi e il mio corpo, una specie di largo margine, ai miei lati e dietro e avanti; e levando in alto lo sguardo vedevo anche sopra il mio capo volgersi quelle vastità colorate, in maggioranza volumi ellittici, con le superfici di lacca.” [rovesciamento della legge del commercio e della pubblicità, ndc].



<Secondo viaggio>
All’età di diciotto, “in quel paese dei Belcondi di cui fa cenno Nemke nella Bibliotheca virorum itineribus illustrium”, assistito a una partita a scacchi impersonata da uomini e donne, è avvicinato dal “vero” Messia, che lo conduce dove “si stendeva una landa di sterpi spinosi: una fitta marea, più alta d’un uomo, a perdita d’occhio fino all’orizzonte.
Raggiungemmo il limite ove cominciavano gli sterpi. Era un intrico di rami rigidi e torti, tutti pieni, dalla radice alla vetta, di puntutissime spine.
- Il programma è questo. Noi abiteremo lì dentro (e additò il mare spinoso), dormiremo lì dentro, passeggeremo lì dentro, e così passeggiando ti insegnerò la Verità. Quando avremo fame, mangeremo un po’di spine..
Quando vicino a ogni città e a ogni paese del mondo ci sarà un campo come questo, spiegheremo agli abitanti, cioè a tutti gli uomini del mondo, che invece di vivere nelle città e nei paesi debbono vivere in mezzo a quelle spine. Allora comincerà la perfezione.”.



<Scoperta>
Chiuso a chiave per cinque ore nello studio dalla bisbetica convivente; l’indomani, serratosi dentro e buttata la chiave della finestra, “d’un tratto” grida a un ragazzo che passava di gettargliela.
“..Il braccio destro del liberatore balestrò la chiave, che cominciò la sua salita nell’aria. S’avvicinava con un rumore di folla,  quale sentirono i prigionieri della Bastiglia la mattina del 14 luglio..
Volli concedermi il lusso di non raccoglierla subito. Sedetti, e cercai di cominciare a stringere in poche fila sistemate e logiche il frutto delle mie esperienze intorno all’essenza della libertà.”.



<Terzo viaggio>
Approdato, al tempo della guerra italo-turca, sull’isola di Rodi, vede don Germano Sgaramella, della Sasà (Società anonima di sociologia antiepidemica)  debellare una mortale epidemia “mediante la creazione fittizia di grandi avvenimenti popolari, che portando entusiasmi o ire, sommosse - qui tra “catoicheti” e “czenochetisti” - rivolte, subbuglio, tra le masse dei centri colpiti, le agitano violentemente e le distraggono per alcuni giorni, quanto basta per distruggere la suggestione, che nel periodo più acuto dei morbi epidemici è il più forte incentivo del morbo stesso, come la scienza dimostra.”.



<Nuove scoperte>
Preso da un improvviso desiderio di dominio - cane, donna e folla - la “bislacca avventura” vissuta gli fa concludere:
“ - Il fido cane è sudicio, la devota donna è querula, l’appassionata folla è stridula. Bisogna passar la vita a educare il cane, a tener allegra la donna, a far tacere la folla, che si hanno in dominio. Oppure saper sopportare il puzzo, la malinconia, il clamore. Non so quale dei due sistemi sia indicato come classico e raccomandato dagli intenditori di dominazione.
Aprii l’uscio cautamente e.cominciai a correre, cacciato dalla paura, una paura cieca, che m’invase, che il mio cane, la mia donna e la mia folla mi raggiungessero, mi rioffrissero il dominio.”.



<Quarto viaggio>
Nell’albergo in cui è disceso, personale e avventori gli si trasmutano davanti in animali.
“..A questo punto credo che svenni, e così rimasi per molte ore: ricordo che risentendomi mi trovai in terra, gelato e sudato, e la stanza era tutta buia nella notte. Ricordo ancora che rianimandomi ripresi la forza di alzarmi, di scendere in silenzio tremando le scale e di fuggire..lontano, lontano per sempre dalla città maledetta.”.




<Quinto viaggio>
Due gemelli, uno dei quali annegato, per colpa della levatrice, in una tinozza - “Così è veramente, caro collega ed amico: io e lui, Rosaura e Cristopazio, lui nel mondo di là c’è e non c’è, come io nel mondo di qua ci sono e non ci sono.” - semimorti.




<Ultimo viaggio e scoperta suprema>
Ipotizzata l’inesistenza del Tempo - “Il pensiero della inesistenza del tempo mi entusiasmò. Accertandola, tutti i concetti che immediatamente derivavano dal Tempo dovrebbero decadere: tali la caducità, la vecchiezza, la paura, il pentimento. E notisi che tutti i concetti che derivano dalla credenza nel tempo sono estremamente incomodi e corrosivi per la tranquillità dell’uomo.” - ma “divorato lo spazio” dal “volante cavallo” che monta, “Per breve ancora mi sentii, strisciando come un’immagine, vivere sopra due dimensioni, poi la soppressione di me fu totale. Fui un punto, fui nulla. Pur sentivo il mio essere, e, privo il mondo di Spazio, intesi che..solo nel Tempo ero, e per esso; e m’aggrappai al Tempo, unica ormai ragione del mio persistere, insufficiente a esprimermi e in pienezza sentirmi. Allora disperatamente quella mia superstite forma di esistenza invocò dal Tempo la guarigione e il ritorno.”.