Massimo Bontempelli, MIRACOLI

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Massimo Bontempelli, MIRACOLI, Milano, Mondadori, 1958, pp.1-344

Comprende: LA DONNA DEI MIEI SOGNI E ALTRE STORIE  D’OGGI, @ Milano, Mondadori, 1925; DONNA NEL SOLE E ALTRI IDILLI, @ Milano, Mondadori, 1928; e @ MIA VITA MORTE E MIRACOLI, Roma, Stock, 1931

 

 

..Nell’uno e nell’altro caso entra in gioco lo stupore,

da cui nasce l’incanto che chiamiamo arte, poesia.

In altre parole, ciò che è realtà, natura, deve, per

acquistare un valore d’arte, essere dominato

dall’immaginazione.

[L’avventura novecentista, p.352]

 

 

<La donna dei miei sogni>

In luogo dei sessanta giorni di forzosa lontananza dalla sua donna, la perde - “e certo mi ha maledetto” - perché non riesce più a vedere che l’ultima immagine di lei - “tozzo tronco d’aborto maligno” -, apparsa, al congedo, contraffatta, nello specchio deformante d’una “casa misteriosa” al Luna Park.

 

<Poema della prudenza>

Dopo un soggiorno a Budapest, al momento di tornare a Roma - “Per fortuna avevo mandato avanti le valige.” - sale sul taxi di Ferencz, da lui già impiegato perché “parlava latino”, ma che regolarmente “A ogni angolo rallentava, e strombettava; e, se udiva similmente strombettare dall’altra parte, fermava addirittura, né c’era modo più di farlo andare avanti fin che colui non fosse passato: sosteneva ch’era prescritto dal regolamento.”. Ripresentatosi il caso vicino alla stazione, per non perdere il treno, scende e la raggiunge a piedi. Un anno dopo, tornato a Budapest, “sempre in Kriztina-Korut, all’incrocio di quella via con Miko-utzka”, riode le due voci delle trombette che si rispondono, “Quella fessa di Ferencz, quella acuta dell’ignoto.”

 

<La cura comodissima>

Esercitando per breve tempo, a Praga, la medicina, tentata con l’unica cliente, “nascendogli nell’ozio la pigrizia”, una versione benefica dell’envoutement medievale - “come si legge anche nella Regina Margot di Dumas e nel Sogno d’un tramonto d’autunno di d’Annunzio” -: la pratica di trafiggere con spilloni l’immagine in cera d’una persona lontana, fa costruire una statua cerea apribile longitudinalmente e dentro costruita come quelle della scuola d’anatomia, ogni mattina correggendo curve e scontorcimenti dei cui organi interni, si risparmia d’attraversare la città e andare a visitare la signora. Tre mesi dopo, liquefattasi la statua per aver la cameriera, sbadatamente, acceso il fuoco nella stufa che la sosteneva, recatosi al domicilio della cliente a “presentarle il conto delle mie visite, cosa che non potevo fare con l’immagine di cera”, la portiera è - simmetricamente - categorica: - Sconosciuta.

 

<La mia morte civile>

Assunto da un americano “ - Sono il direttore della Dumplay celestial company: ho appena sentito la vostra voce col cameriere, ho indovinato in voi la stoffa d’un eccellente attore muto.”, per fare il protagonista nella riduzione filmica (1911) del dramma “La morte civile” di Paolo Giacometti (1816-1882), finite da tempo le riprese, notato con paura che, durante le proiezioni della pellicola nelle sale, ne sente ripetersi in sé - “gli impeti amorosi per Rosalia, e i litigi, e l’omicidio del cognato, la prigione, la fuga e il suicidio.” - le fasi e gli effetti, brucia, compratele, tutte le copie del film e la negativa.

 

<Il buon vento>

Dodici anni prima, appassionato di chimica, aveva scoperto la sostanza di contatto tra il mondo fisico e lo spirituale, una polvere che serviva “a realizzare le immagini: le immagini di cui fanno uso gli uomini parlando.”. Andato in cerca, per associarlo nell’impresa, dell’oste Baldo, proprietario dello Sperone ardente: “ - Oh - dissi - oh, signor Baldo, qual buon vento vi porta?

E un caro vento spirò dalla terra, un dolce zefiro su mollemente sollevato portava lui, sopra ai prati, sopra alle siepi, sopra alle cime degli alberi. Io alzando a mano a mano la faccia guardavo: Baldo elevavasi morbido sempre più in alto verso il placido etere; sopra le ali dello zefiro tepido lepido in panciolle se n’andava; fin che il fumo del suo avana si confuse tra le nuvolette, e il fiore sbocciato del suo volto sfumò tra le rose del cielo.”.

 

<Pittura su cranio>

Nel cimitero di Hallstatt, appena è pieno, si mettono i morti freschi e si levano i vecchi, di cui si conservano in uno stanzone i soli teschi, con nome, cognome, due date, fronda d’alloro (uomini) e corona di rose (donne), dipinti da un ortolano, che - “Lei non dirà niente a nessuno?” - gli mostra, avendo fatto allo specchio su di sé, “mediante una serie di mezze incisioni con un coltello speciale, anche quello naturalmente di mia invenzione, l’operazione consistente nell’estrarre il cranio endosmicamente, e nello stesso tempo sostituirlo con un cranio fittizio.”, il cranio con proprio nome e cognome, fronda d’alloro e una sola data.

 

<Giovine anima credula>

Fatto credere a Minnie, affidatagli per mezz’ora, a Parigi, da un amico, che, fuori di una bottega d’animali, i pesci rossi, che nuotano in una vasca, siano finti e mossi per forza d’elettricità e che l’invenzione abbia pure riguardato sei uomini e sei donne - “Sono in giro, chi sa dove.” - le insinua una psicosi: “- Non essere mai certa che quello che mi vede, quello che mi parla, è una persona vera? Meglio morire.” - che la spinge al suicidio.

 

<Maschera di Beethoven>

Comprata da Lavinia, con cui viveva, una maschera in gesso di Beethoven e appesala a un chiodo vicino al pianoforte “come si appende un enteroclisma”, quando lo spartito sul leggio è di Beethoven, sotto le dita di Lavinia escono Barbiere di Siviglia e Danubio azzurro di Strauss.. Fatto portare un grammofono, abbassata la puntina sul disco della Quinta, “Fui rapito da un turbine. Fui lanciato altissimo in cielo tra una enorme bufera di calcinacci e di polvere. La stanza, la casa, forse la città, erano saltate in aria. Io e Lavinia eravamo stati sbattuti in due punti opposti del mondo, e ancora non l’ho ritrovata.”.

 

<Io in Africa>

A Casablanca, per finire di scrivere la vita di Ruggero Bonghi, “non so qual demone” gli suggerisce, ogni sera, i numeri, sempre quelli buoni, da far giocare alla roulette all’amico Arturo. “Ma il danaro corrompe la pace dell’uomo. Di mano in mano che l’oro magicamente guadagnato la notte si accumulava nei miei forzieri, le mie giornate si facevano pallide e inquiete. La vita di Ruggero Bonghi procedeva a stento, mentre io avevo fondato su quel libro molte speranze di gloria. E ora il libro, e la mia gloria con esso, barcollava, languiva ogni giorno più miseramente tra le mie mani di pagina in pagina: colpa delle commozioni notturne, funesto effetto della facile ricchezza.”. Certo che “Non riuscivo a ingannarlo; non riuscivo a sbagliare. Non sarei mai riuscito a liberarmene”, se ne libera buttando Arturo dalla finestra.

 

<Donna nel sole ovvero La passeggiata borghese (Euridice)>

“Fumettistico” scambio verbale, in volo, da una carlinga all’altra, tra l’autore e la giovane Euridice.

 

<L’idillio finito bene (Adelina)>

“Adelina voleva sapere i nomi di uomini, donne, animali, piante, fiumi, cose della terra assunte in cielo e diventate stelle. Io non ero pratico della materia.. I suoi occhi s’erano fatti più lucidi, ogni notte così guardando le stelle. Il suo corpo era sottile.”. Una notte  si solleva dal suolo e sale in cielo.

 

<Un dramma nella notte (Vanessa)>

Una donna, incontrata di notte, con cui rincasa, lo avvisa: “ - La mia anima è fatta di pezzi di tenebra..Se un raggio d’alba entrasse di là, mi ucciderebbe.”. Avendo sollevata un poco la tenda, il biancore piovuto sul letto corrode il contorno della dormiente - “Ora il disegno della donna era ridicolissimo, con quei due arcuati golfi di vuoto, aperti l’uno nel fianco destro, l’altro nella spalla sinistra. Vanessa pareva una carta geografica: un’isola stramba con testa e gambe; un’isola che respira sollevando il seno con un piccolo fischio tra i denti.”; fino a dissolverla del tutto.

 

<Potenza dell’abitudine (Pamela)>

“La divinità della donna è l’Abitudine.(è questa l’origine della sua tremenda costanza in amore.)”. Una delle abitudini più incrollabili di Pamela era quella di chiamarlo al telefono tutte le mattine alle dieci. Trattenutosi, una sera, in casa di lei, fino al mattino pieno, alle dieci Pamela vuol provare a chiamarlo ugualmente. “Sentimmo la tromba lontana indicare che la comunicazione era pronta..e di là, da quella lontananza, la mia voce, la mia propria voce rispondere.. Capii: che per la forza cieca e tremenda dell’abitudine, la parte parlante di me in un attimo s’era da me staccata, ed era andata là, come tutti i giorni a quell’ora da ventiquattro mesi, là, dall’altra parte, alla casa mia lontana, per parlare con Pamela.. Lei sorrideva come un ammalato buono ai suoi cari. Poi alzò una mano, e me la mise sulla fronte e guardandomi con infinita tenerezza sospirò: - Non  potrò mai più telefonarti alle dieci.. e in questo modo finì, al settecentotrentaduesimo mattino, il nostro amore.”.

 

<Le promesse sicure (Tizia)>

Lasciato, dopo un litigio, da Tizia - “Me ne vado, e per sempre: io vado a morire. Tra un’ora quel pianoforte suonerà da solo, se io respirerò ancora l’aria di questa terra.” -, un’ora dopo “un suono liquido e agevole corse la stanza e la fece rabbrividire..Il pianoforte faceva una pausa, poi riprendeva a sonare.. Il giorno appresso la raggiunsi che saliva le scale. Entrammo (il pianoforte non sonava più) ci  siamo abbracciati, e abbiamo fatto la pace definitiva.”.

 

<La spiaggia miracolosa ovvero Premio della modestia (Aminta)>

A Roma, svuotata dalla canicola estiva, Aminta gli chiede di potersi fare “un bel costumino da bagno così, per avere un bel costumino da bagno.”. Giorni dopo, indossatolo (“ - Vedi che è bello, senza bisogno di andare al mare? - La modestia dei tuoi desideri merita un premio.).. Guardai. La scarpetta verde era bagnata, e il piede anche, fino alla caviglia.. Io estatico guardavo lei, ascoltavo il mare che era venuto a trovarci.”.

 

<Viaggio sull’arcobaleno (Luciana)>

“L’acquazzone non ci aveva fatto paura..Luciana sporse il capo dalla porta della casupola dove ci eravamo rifugiati, gridando: - L’arcobaleno. Così arrivammo all’ulivo. Là cominciava l’arcobaleno. - Voglio salirci, e andare fino lassù - dichiarai. Di mano in mano che ascendevo,..ebbi paura della vertigine: mi riportai subito verso il mezzo della strada meravigliosa; poi, sempre procedendo a spira di serpente, ritraversato il verde mi profondai nel turchino che era il più ricco di sfumature, da quella intensa del blu fino al celeste e al biavo.. Laggiù, lontanissima e minima, ma nitida attraverso la luce del pieno meriggio, ancora vidi Luciana. Vidi che della sua sciarpa aveva fatto una specie di fune e con quella si affannava a legare il basso dell’arcobaleno al tronco dell’ulivo. Tutto il rimanente dell’arcobaleno si sfasciava e vaniva ai raggi del sole, ma da quel punto laggiù, dal punto ove ella l’aveva legato, una striscia sottile di quello, non più grossa di una grossa corda, rimaneva solida, arrivava così fino a me, alle mie mani che la stringevano, e oltre continuava in su verso il cielo rimanendovi ancora per un punto invisibile infissa. M’attaccai con le braccia e le gambe disperatamente a quella striscia..Strinsi le palpebre, scivolai un tratto giù..e lasciando la presa toccai terra; senza poter parlare mugolavamo dal giubilo, ridevamo e piangevamo nelle braccia l’uno dell’altra.”.