Enrico Sacchetti, VITA D’ARTISTA

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Enrico Sacchetti, VITA D’ARTISTA - Libero Andreotti, con 30 disegni originali dell’autore e 13 tavv. f.t. (sculture di Libero Andreotti), Milano, S. A. Fratelli Treves Editori, 1935, pp.1-202

 

 

Enrico Sacchetti (Roma, 1877- Settignano, 1967), toscano d’origine, dopo il diploma in fisica-matematica conseguito nella capitale, ritorna a Firenze, dove fa amicizia conAndreotti (Pescia, 1877 - Firenze, 1935).

Collabora nel 1901, a Firenze, con Vamba, al Bruscolo e poi, a Milano, con Umberto Notari, al settimanale satirico Verde e azzurro, per poi intraprendere l’attività di caricaturista.

Diviene uno dei più famosi illustratori pubblicitarigrazie alla fortunata serie del Bitter Campari e dello sciroppo rinvigorente Proton.

Nel 1908 si trasferisce in Argentina, dove a Buenos Aires collabora a El Diario, quotidiano della capitale.

Quattro anni dopo raggiunge Andreotti a Parigi, dove lavora per la moda.

Rientrato, ai primi segnali della guerra, in Italia, inizia a collaborare assiduamente a La lettura, mensile illustrato del Corriere della Sera, per cui disegna moltissime delle copertine a colori e delle illustrazioni interne in bianco e nero che accompagnavano novelle e romanzi. Il suo stile caratterizzerà visivamente il periodico per circa 25 anni (così come Achille Beltrame e Walter Molino caratterizzano la Domenica del Corriere)Verso la fine del conflitto, è tra gli autori de La Tradotta, il “giornale della Terza Armata”per il quale realizza numerose copertine e illustrazioni.

Durante la II.a guerra mondiale, perde il figlio Dino, caduto in Albania, cui dedica il libro: “Arte lunga” (Firenze, Vallecchi, 1941).

Nel dopoguerra scrive ancora: “Capire Firenze” (Vallecchi, 1948), “La bottega della memoria” (Vallecchi, 1953), “Che cosa è l’arte” (Vallecchi, 1954) e “Il disegno e il disegnatore”.

 

Ai primi del secolo, a Firenze, Sacchetti se la passa male, così come Andreotti, il quale, non avendo un abito (o, come lui la chiama, “la foglia di fico”) “non si levò mai di dosso un lungo camice bianco datogli dallo scultore Galli, presso cui abitava. Non potendo uscire di giorno perché si vedeva troppo bene che sotto al camice era in mutande, usciva a buio, di notte, a fare una giratina per i viali di Circonvallazione.”.

Portato a Parigi con sé da Milano - dove s’era trasferito - dal couturier di Rue de la Paix Worth, il sarto delle regine, Andreotti si fa un nome vendendo le piccole sculture colorate dei suoi inizi “impressionistici”, in cui era già visibile “l’abilità di sfruttare una fantasia - valga l’aneddoto del racconto fatto, al bimbetto dell’amico, da Andreotti, ‘delle avventure della sua famosa aringa addomesticata che l’accompagnava sempre nelle sue passeggiate e che, un bel giorno, poverina, cadde in Arno ed affogò.’ - facilmente eccitabile, il gusto ironico della vita, una grande prontezza dei sensi a dar corpo alle immagini.”: p.104; e ad un collezionista londinese il dittico “Diana e Atteone”.

“..Quest’uomo che fino allora aveva fatto della scultura approssimativa, che aveva fino a allora giocato abilmente con la creta come un illusionista arguto, che aveva badato troppo spesso alla buccia, che s’era contentato per tanto tempo di indicare un piano con una ditata o tutt’al più con una manata, eccolo adesso, quest’uomo, guardingo e vigilante che posa pazientemente pastello accanto a pastello, intento a stabilire i volumi, onestamente curioso dei loro incontri e innesti, curioso delle misteriose pause e riprese delle superfici.”.

Ne riparte con Sacchetti, per gli sciovinistici commenti “- Ah, ah, vous mangez notre pain” - di qualche commissario di quartiere e per lo scoppio della guerra (“..S’accomodò il monocolo, fece la sua smorfia amara e guardandomi con l’occhio cattivo disse: - E io che non ho portato con me nemmeno il frak. - Non capivo: - Il frak?

- Ma sì, per fare il cameriere. Che cosa vuoi che faccia io in Italia?)”.

A Firenze, Andreotti affianca all’attività scultoria l’insegnamento, prima all’Accademia come aiuto di Trentacoste, poi con la cattedra di plastica al Regio Istituto d’Arte.

Richiamato alle armi nell’ultima fase della guerra, all’armistizio era interprete in un reggimento francese sul fronte italiano.

Negli anni ottanta del Novecento, Pescia acquisì un notevole quantitativo di gessi del suo concittadino, che gli erano serviti come basi delle sue opere. Essi costituiscono la Gipsoteca “Libero Andreotti”, allestita nei locali dell’antico Palazzo comunale.

 

 

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