Ugo Ojetti, PIU’ VIVI DEI VIVI

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Ugo Ojetti, PIU’ VIVI DEI VIVI, @ Casa Editrice A. Mondadori, 1938, con 14 illustrazioni, Prefazione di U.O., pp.XIII-XIX, Indice dei nomi di luoghi e di persone, pp.313-322, Milano, A. Mondadori Editore, 1943

 

 

 

 

“C’ètait un ouvrier, simple

d’esprit qui avait recu du

ciel une belle ame et du

genie.” (Stendhal)

<Canova>, p.239

 

 

Sono raccolti qui i più notevoli discorsi, commemorativi di pittori, scultori e poeti, da Giotto a Foscolo, da Canova a Di Giacomo.

In un’arguta prefazione, sono enunciate anche le sue idee sull’oratoria: un’arte che non s’insegna più e che sarebbe utile tornare ad insegnare come s’usava in Grecia, a Roma e nelle scuole dette umanistiche.

 

 

 

 

Giotto

Discorso detto il 27 aprile 1937 a Firenze in Palazzo Vecchio, nel sesto centenario della morte del pittore.

Il quadrato vigore che, di san Francesco, ha dato nella chiesa superiore di Assisi, può spiegarci il fondamento della sua arte.

 

Definizione del carattere d’ogni figura, gesti, vesti, colori - “dove un bianco o un vermiglio, un giallo o un azzurro valgono per contrasto o per accordo.” - unita auna semplicità scolpita ed evidente del disegno e a un limpido equilibrio e a profondità di spazio nella composizione.

 

Nelle scene più drammatiche, un’intensità di passione è raggiunta - “senza nessun urlo scomposto e nessuna folla sconvolta” - con poche ripetizioni dello stesso gesto, come ripetendo in toni sempre più gravi lo stesso accordo.

 

 

 

Maitani e il Duomo di Orvieto

Discorso detto il 20 giugno 1930 a Orvieto nel sesto centenario della morte di Lorenzo Maitani.

 

Duecento anni dopo Lorenzo Maitani, autore, con allievi, dei bassorilievi nel basamento della facciata, nel Duomo un altro artista entra: Luca Signorelli.

“..Anch’egli, come più timidamente sulle soglie del ‘300 quell’altro aveva fatto e voluto che si facesse, glorificherà il corpo dell’uomo e la potenza che Dio gli ha dato, lo curverà, lo volterà, lo tenderà, lo raggomitolerà, lo schianterà, e non più a uno a uno, ma in gruppi di dieci o venti; e darà,  anche, all’impeto e all’onda di questi viluppi unità di direzione e di schema e nettezza e bellezza di sagoma, quasi che a sua volta ogni viluppo di dieci corpi riabbia la vita e riobbedisca alle norme d’un corpo solo; e donerà a noi spettatori di quel tumulto la consolazione di scoprire, dopo il primo sgomento, la segreta armonia che lo regola.”.

 

 

 

La pittura ferrarese nel Rinascimento

Discorso detto il 7 maggio 1933 a Ferrara per aprire le Feste ariostesche e la mostra della Pittura ferrarese nel Rinascimento.

“..In quelle figure di Cosmé Tura energiche e quasi convulse, i corpi sono come consunti dalla virtù e dalla passione che portano dentro..

Bellezza tutta espressiva, che non ha paura di rasentare quella che le anime delicate possono chiamare bruttezza, se il pianto come il sorriso vi finisce a sembrare un ghigno, se la forza vi finisce a sembrare crudele. In questo mondo di Cosmé Tura sotto la gioia traspare sempre il dolore, sotto la carne lo scheletro, sotto la lieta vita dei signori a diporto nelle Delizie, l’anatema di Girolamo Savonarola.”.

 

 

 

Tiziano e il Cadore

Discorso dettoli 7 agosto 1932 a Pieve di Cadore, per inaugurare la Casa di Tiziano restaurata.

“..Ha chiuso il rinascimento dove l’uomo era stato il padrone della natura e il metro del mondo. Adesso invece, per l’arte di Tiziano, l’uomo fonde nell’aria-ambiente la sua sagoma di statua, apparenza stupenda ma fuggevole, ché basta una nube lassù, un dolore, una ferita, pochi anni o poche ore a mutarlo, offuscarlo, spezzarlo, annientarlo. Tanto più sovrana e, si direbbe, divina quest’arte la quale riesce tra il mutare di tutto a fermare quel volto, quegli occhi, quel labbro, quel collo gonfio d’amore, quella mano stretta sulla spada: a fermarli per secoli in un’immagine sicura.”.

 

 

 

Tintoretto

Discorso detto il 21 agosto 1927 a Venezia nella Scuola Grande di San Rocco, nel sesto centenario della morte del Patrono

“..Tiziano ancora presenta un quadro, una finestra aperta, cioè uno spazio limitato, luminoso, arioso, armonioso, ma estraneo allo spettatore, posto davanti allo spettatore. Tintoretto invece ti circonda e t’afferra, fa di te quasi un attore del suo ordinato tumulto, così che a guardare una di queste tele, dalla Strage degli innocenti alla Crocifissione, senti intorno a te ventare il turbine dell’aria e delle figure, e i gridi di dolore e d’ira, e i comandi e i pianti e gli inni e le preghiere.”.

 

 

 

Ad Atene per Ugo Foscolo

Discorso detto il 29 novembre 1927 ad Atene nella Sala del Parnaso, correndo il centesimo anno dalla morte di Ugo Foscolo.

Omero e Pindaro sono i modelli: Omero, che nei Sepolcri descrive cieco penetrare negli avelli e abbracciare l’urne e interrogarle; Pindaro “lirico ed epico, pronto, come lui Foscolo, a lodare la breve vita, sogno d’una ombra, se un baglior divino la illumini e scaldi, ma anche pronto a dolersi che nel flusso e riflusso della gioia e del dolore la felicità sia un fuggevole inganno.”.

 

 

 

Antonio Canova

Discorso detto il 13 ottobre 1922 a Venezia nella Sala napoleonica del Palazzo Reale, nel primo centenario della morte.

“..Per onorare il Canova basterebbe oggi rileggere i dialoghi tra l’imperatore e lui nel 1810 a Parigi. Sera per sera lo scultore li faceva trascrivere dal suo fratellastro monsignor Sartori Canova, uomo vuoto e fatuo ma, finché Antonio visse, fedele..

- Canova, come mi vestirete nella statua equestre che mi preparate? - All’eroica, Maestà, alla romana -.

E Napoleone non va a Roma. Aspettando, egli si prova a mascherare la sua Parigi alla romana.

- Canova, avete veduto la mia colonna di bronzo? E gli archi di trionfo li avete veduti? E la Madelaine, il tempio romano alla vittoria? Canova si inchina, ha veduto, ha ammirato. Ma Napoleone sa che Canova prima ha veduto Roma, che è un artista, che misura, che per tre anni ha differito il suo giuramento di fedeltà..

 

Ma questo non basta, come non basterebbe, per giudicare le donne d’oggi, guardare i figurini d’un giornale di mode..

 

Nelle statue più belle del Canova, troviamo sempre una grazia, una dolcezza, un abbandono, una malinconia che lo pongono accanto, non, come nei manuali, al tonante e gelido pittore David, ma piuttosto al delicato, taciturno e pensoso Prudhon; che, infine, ci fanno ritrovare nel cuore del gran Canova togato e romano un sospiro di serenata veneziana, una languida eco d’Arcadia.”.

 

 

 

 

Salvatore Di Giacomo

Discorso detto il 14 marzo 1935 nella Reale Accademia d’Italia

“..Ed ecco i settenari Da ‘o quarto piano.

 

C’ ‘o càmmese celeste

ca te se sponta impietto

e,  quase pe dispietto,

nun se vo’ maie nzerrà:

co’ ‘o pede  piccerillo

ca, ‘int ‘ ‘a cazetta nera,

pe’ ‘e fierre d’ ‘a ringhiera

mo dice sì mo no;

ca tu staie quase ncielo

ncopp’a stu quarto piano,

che fa? Pure ‘a luntano

te veco, e dico: ‘A ‘i’ llà!

 

con quel finale un po’ guappo, in cui la rima tronca è come il gran battito del cuore mentre la faccia rimane ferma e fredda:

 

Statte affacciata! E resta

cu st’aria indifferente:

passeno tanta gente,

passo pur io. Che fa?

 

Si vede la sobrietà dello spunto tolto dalla realtà: il casamento, il quarto piano, la ringhiera, la ragazza che guarda movendo distratta tra i ferri il piede. Ed è già molto.”.