Ugo Ojetti, CONFIDENZE DI PAZZI E SAVI SUI TEMPI CHE CORRONO

Stampa PDF

Ugo Ojetti, CONFIDENZE DI PAZZI E SAVI SUI TEMPI CHE CORRONO, Milano, Fratelli Treves Editori, 1921, pp.1-206



L’automobile incostante


1919. O. incontra a Firenze uno chauffeur appena smobilitato, conosciuto al fronte, che gli racconta d’aver cambiato tre padroni (tutti dediti al gioco) in una settimana.

“ - E quelli che fine hanno fatto?

- In galera, spero. Io ne ho abbastanza. O trovo una casa di signori vecchi, ma di signori sul serio, o torno a fare il contadino. Qui sono diventati tutti matti.”.




Gegia e l’amor contabile


“Sulla spiaggia di…, nel luglio del ‘19”, O. rivede, dopo quattr’anni, una vedova, da cui apprende, tra le lacrime, che la figlia Gegia le era stata chiesta in moglie da un bancario di Milano, che però pone una condizione: che abbia una professione da uomo, con lo stipendio, l’ufficio e l’orario.

“Le ho trovato sotto il letto il Manuale del Ragioniere regalato da lui. Io, ai miei tempi, ci nascondevo le poesie dell’Aleardi.”.




L’istruttore


O. incontra un “istruttore” di belle maniere, che, fra l’altro, impone “a ciascuna un tipo di donna già eternata dall’arte: Tiziano per le bionde a spalle larghe, Van Dyck per le brune a pelle chiara, i pittori dell’Impero per quelle più snelle e più morbide.”.




Il bisturi spuntato


Sotto elezioni, l’assistente d’un chirurgo spera che il primario sia eletto deputato per poter fare qualche operazione importante.




Il suo morto


La madre d’un diciannovenne morto in guerra veste, in un quadriennio, prima di nero, poi di grigio, infine come una signora qualunque e declina gli inviti a partecipare a commemorazioni, distribuzioni di medaglie e parate.

“ - Non lo conoscono, le dico..E perché ormai a conoscerlo non ci sono più che io, io mi sono attaccata (pare un controsenso, anzi un sacrilegio) alla vita, io adesso ho paura di morire. Mi sembra d’essere la lampada sulla sua tomba. Non me ne parlino più.”.




Un ritratto di Lenin


Roma 1919. Avendo, un delegato di pubblica sicurezza, venuto, col proprietario, a sfrattare un amico di O., pensionante insolvente del Grand Hotel, notato sul letto gli opuscoli bolscevichi e il ritratto con dedica autografa di Lenin, ricevuti giorni prima da una moscovita conosciuta per strada, “ - Camerieri e cameriere mi servono puntualmente, con sguardi d’amore, perché io rappresento ai loro occhi l’era nuova in cui essi staranno a letto e i borghesi faranno le loro camere. Per la direzione io sono l’amuleto che dovrà salvare l’albergo il giorno della rivoluzione, domani o dopo domani.” [...i tempi correvano verso il Fascismo, ndc]




Borghese?


Un amico scongiura O. di dargli una definizione della parola “borghese”.

“ - Essa deriva dallo stesso tuo vano sforzo a cercarla.

- Cioè?

- Borghese, nel 1920, è colui che non sa più che cosa egli è.” […i tempi correvano verso il Fascismo, ndc]




Cimarosa-Rotelspitze


1920. O. ritrova a Roma, “nell’anticamera d’un sottosegretariato”, il dottor Cimarosa, da lui conosciuto a inizio guerra a Cormons, che, vantando un nonno viennese, ha mutato nome in Rotelspitze (Cimarosa in tedesco) e commercia in prodotti italiani  - “La difficoltà è far sì che almeno il dieci per cento di quel che vendo giunga davvero dalla Germania o dall’Austria, tanto per dare al resto una patina di verità.” - contrabbandati da tedeschi.

“ - Vuol che ceda l’idea a lei?

- Grazie. Quel che lei fa con l’Austria, noi in letteratura lo si faceva con la Francia. Ma il gioco è noto.”.




Un caso di coscienza


O. riceve a casa, alle ventitre, la visita d’un funzionario del Ministero degli Interni, coinvolto in una vicenda di mazzette, che s’attende da lui una raccomandazione in alto loco.

O., d’impeto, solo “perché volevo andare a dormire”, gli consiglia di presentarsi l’indomani al Procuratore, dicendo che la mazzetta indirizzatagli era per un’altra persona (“sarà bene dire personaggio”), che, anche sotto tortura, non nominerà mai.

La mattina dopo, a mente fredda -“Io non faccio il manutengolo di questi ladri.”- lo denuncia per telefono al funzionario di servizio in prefettura.




Pietro è diventato borghese


Prima della guerra, “quando i proletari giacevano, come noto, in schiavitù”, Pietro era il suo cameriere, onesto, attento e silenzioso. ma attaccabrighe e manesco..

Partito per il fronte e congedato, fa il cameriere - iscritto alla Camera del lavoro - in un albergo.

Avuto un diverbio col direttore/proprietario, si frena, riportando una ferita all’orecchio.

Avendo la Camera del lavoro, boicottandolo, portato alla chiusura dell’albergo, il segretario del direttore gli versa trentamila lire, che, espulso dalla Federazione che le reclamava, impiega per sposarsi.




Abiti nuovi e abiti vecchi


Al largo, un barcaiolo-pescatore-bagnino, chiestogli se abbia un paio di pantaloni di scarto, aggiunge: “Io penso che i signori si fanno ancora cinque e dieci vestiti nuovi, ma si tengono da conto nel canterano i loro cenci, per paura dell’avvenire, per paura, come dicevo, della rivoluzione.” […i tempi correvano verso il Fascismo, ndc].




La guardia rossa e l’orologio


1920. Un ingegnere è trattenuto per ventiquattr’ore dagli operai - “Appena mi rifiutai di collaborare coi nuovi padroni della mia officina, venni invitato a lasciare le stanze della direzione e chiuso in una cameretta a terreno. Da lì potei vedere le guardie rosse passeggiare su e giù, la mattina ancora in borghese con una sola rivoltella a bandoliera, verso mezzogiorno col fucile e col cappotto da soldato, la sera perfino con l’elmetto d’acciaio.” - che hanno occupato la fabbrica di vagoni di cui è azionista.

Non visto, intasca (“occupa”) l’orologio della guardia rossa seduta alla sua scrivania.

Permessogli d’uscire, tre giorni dopo è convocato dal questore.

“ - Lo ammetto subito..Gli operai che si sono presi le mie officine, ammettono anche loro franchissimamente d’essersi prese le mie officine. Vuole che proprio io neghi d’aver preso l’orologio del signor Boetta? Avrei posto anch’io volentieri sull’orologio una bandiera rossa, ma è incomodo. Se lei crede che basti porvi una bandiera rossa perché io possa tenermelo, vado a casa e ce la metto. Sarà piccola, proporzionata all’oggetto, ma sarà rossa.” […i tempi correvano verso il Fascismo, ndc].




La tessera


Un colono del podere di O., chiestagli la tessera dei Democratici liberali, gli squaderna sul letto un gran portafogli, legato in quattro con uno spago, con tessere e materiale di propaganda che vanno dai Popolari di don Sturzo agli anarchici di Malatesta.