Ugo Ojetti, LE VIE DEL PECCATO

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Ugo Ojetti, LE VIE DEL PECCATO - Novelle, Sesto S. Giovanni, Casa Editrice Madella, 1915, pp.1-207



<Sull’Oceano, sotto la luna>



A W. Steed




Sul ponte del transatlantico Kaiser Wilhelm, una giovane americana, alla sua terza visita in Italia, parla a O. d’uno squattrinato pianista meridionale, conosciuto anni addietro: “ - Gli piacevo, ecco tutto; ma bene non me ne voleva, perché quello che avrebbe potuto innalzarlo a me, quello che avrebbe potuto indurmi ad amarlo, magari ad accettare la sua proposta di matrimonio, cioè l’arte sua, egli la disprezzava.”




<La colpa degli altri>




A Federico de Roberto




A torto accusata “da tutti” di tradire il marito, Giovanna rompe con Giannino, di cui - “spinta da un desiderio, non d’amore, ma di equilibrio tra la sua fama così cattiva e la sua vita così onesta.” - era divenuta l’amante, ma che “ha, anche lui, creduto alle calunnie.”.




<L’equilibrio>




A Marco Praga




Lauretta, avuta, da un cugino innamorato di lei, la prova dell’adulterio del marito e vistolo, pentito e umiliato, rivolgerlesi con atti e parole improntati a una “prosternazione docile e untuosa”, lo tradisce (“- Che vuoi, che vuoi tu? Vuoi sapere perché l’ho fatto? Perché finissi di fare lo straccio di casa. Siamo pari adesso. Adesso, non ti lagnerai più.”) col cugino.




<L’altra>




A Diego Angeli




A pranzo al Bauer, messa, come richiestogli da O., “molta senape nel roastbeef e nella narrazione”, Paolo Giuntoli, che “conosce tutti e tutto di tutti”, gli descrive la “ninomania” della contessa Barca, seduta di faccia all’altro lato della sala, che, “per far più contento il marito”, s’ingegna, “al teatro, al passeggio, nei negozi”, d’imitare, dalla biancheria, agli abiti, ai gioielli, al lasciar cadere a tavola la scarpetta per tener libero il piede, Nina Salvi, “quella bruna che era stata attrice”, la precedente fiamma di lui.




<Un amuleto>




A Roberto Bracco




Nello spoletino, una lucertola a due code, scoperta in un mucchio di pietre da un norcino, fa la fortuna del bovaro - “Una settimana dopo il sor Giacomo partì per Roma con dieci buoi e guadagnò sopra a sessanta scudi, chè il mercato per rara fortuna non conteneva più di 300 bestie e i macellai romani a momenti si accoltellavano per comperare. Due settimane dopo gli morì uno zio di montagna che gli lasciò cinquemila lire in contanti.

Un mese dopo trovò da sistemare quelle cinquemila lire con un conte di Spoleto che lo garantì con un’ipoteca solidissima e gli pagò il dieci per cento d’interessi.” - a cui il norcino l’aveva ceduta.




<Villeggiatura>




A Mario Morasso




L’arrivo del pittore Beppo, neo-affittuario del loro villino, adiacente alla casa colonica in cui col marito notaio trascorre la villeggiatura, è fonte di progressive mortificazioni per l’incolore Anna, cui “sarebbe piaciuto che a Spoleto le amiche invidiosette avessero fatto qualche ciarla su quella sua villeggiatura.”.

Il pittore giunge con una donna; la “modernità” (abbigliamento, maquillage, frasario) di Bianca la fa sfigurare; e - soprattutto - apprende che l’ospite non è la moglie di Beppo, ma “una sgualdrina qualunque che tutti conoscono a Roma.”, dal marito, che chiosa: “- Fra un’ora partiamo. Torniamo a Spoleto. Qui non ci si può stare. Per una signora dabbene l’aria è ammorbata. Ci ho pensato: non è ragione sufficiente per sciogliere il contratto. Dobbiamo andarcene noi. Partiremo tra un’ora,.- e se ne andò.”.




<La scelta>




A Giovanni Pozza




Per una sartina, “è la miseria che sceglie”, in luogo del giovane Alberto, che “appena appena ha il tempo per i baci”, un anziano, che, in strada, l’ha fermata due volte, capodivisione e ricco di suo.




<Per l’anima dei defunti>




A Enrico A. Butti




Una contadina, che il marito morto sei mesi prima ha, per testamento, obbligata a far dire, a novembre d’ogni anno, dieci messe, rivolta al curato, noto per i “capelli impomatati” e per il bruciare in casa d’inverno “l’incenso come se fosse in chiesa”: - “Tre scudi all’anno, per sempre, è una bella somma per chi non è ricco…


La nipote d’Anna Maria la attendeva sulla porta di casa, facendo la calza in faccia ai pagliai che luccicavano d’oro al cielo rasserenato.

- Ebbene, s’è accontentato di tredici lire?

- Anche meno, anche meno…”.




<La novella>




A Dino Mantovani




Uno studente in lettere all’Università di Roma, in vacanza a Spoleto presso il cugino notaio, corteggia sua moglie, che “era troppo rosea e grassoccia e amava troppo i buoni cibi e la bella biancheria e gli abitucci nuovi per rischiare di perdere tutto con un peccato solo.”.

Per avere lì scritto, pubblicato su La Farfalla dell’Umbria e fattole leggere la novella Madonnina bionda incentrata su di lei, deve cedere il campo all’altro pretendente, “l’Economo del Convitto, che cinque anni prima era stato in cavalleria e conservava una certa eleganza e una certa arroganza soldatesca.”.




<L’esempio>




Ad Adolfo Orvieto




Al Circolo si forma un crocchio d’amici attorno a un dongiovanni, il quale racconta, che, tre giorni prima, appena ricevute in viso dalla signora Gavini l’acqua e le viole d’una fiala, a suggello del suo insistito corteggiamento ( “- Io un giorno risolvevo di non vederla più; un giorno pensavo di esser stato sciocco o timido e, appena la incontravo, osavo troppo; un giorno meditavo di convincerla con un ragionamento, un giorno di commuoverla con la mansuetudine e l’umiltà; ora la credevo una civetta, ora una donna onesta innamorata ma troppo debole per saltare il Rubicone. Intanto i mesi passavano.”), in anticamera, era stato dalla signora sorpreso a baciare la cameriera, ritenuta “così saggia”, sia da lei, che dal marito; e che, all’appuntamento a casa di lui, fissato, con la dipendente, per il posdomani, era, invece, andata la padrona.




<Per l’arte>




A Ermete Novelli




“Per l’arte”, per la carriera da soprano di Giacinta Pancrazi, avvengono due tradimenti: del marito in casa della sua scopritrice, la maestra di canto Armeni; e di Giacinta, nei giorni del successo nella Traviata al Teatro di Foligno (“ - Vedrete - commentava la Armeni a Sabatino e Giacinta inebriati - come ho scelto bene...A Foligno c’è la guarnigione d’artiglieria. Voi al ministero informatevi se hanno le grandi manovre. Se la guarnigione è al campo, non dobbiamo accettare. Il successo è lì, lo so io. I soldati viaggiano, cambiano residenza, sono espansivi, dicono a tutti: - La Pancrazi, non hai udito la Pancrazi! Che voce e che figura distinta! E che bocca! E che petto!”) con un ufficiale d’artiglieria.


“ Sabatino si ritrovò in un giardinetto dietro le mura di Foligno..

- Volevo vedere se eri spettinato! - gli tornarono alla mente le parole ironiche di Giacinta sulle scale della maestra. E subito trovò in quel ricordo proibito la giustificazione per la vendetta di Giacinta, - e anche per la propria rassegnazione. Egli se l’era meritato. E cercò di convincersene bene, profondamente, sicuramente.”