Ugo Ojetti, VENTI LETTERE

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Ugo Ojetti, VENTI LETTERE, Milano, Fratelli Treves Editori, 1931, pp.1-286

 

 


A S. E. Benito Mussolini, sull’arte e la politica

Ad Arturo Toscanini, sul miglior modo d’ascoltare la musica

Al Padre Enrico Rosa S. J., sull’arte e la conciliazione

Al pittore Arturo Tosi, sui pittori mutevoli

A Giovanni Papini, sugl’Italiani e il romanzo

A F. T. Marinetti, sull’antichità del Futurismo

A Cipriano E. Oppo, in difesa del Settecento

A Massimo Bontempelli, sul verosimile in letteratura

A Lionello Venturi, sugl’Italiani a scuola dai Francesi

Al maestro Alfredo Casella, sulla riscossa dei mediocri

A una donna bella, sulla scomparsa della bellezza dall’arte

A Sir William Mulock ottuagenario, sul miglior modo per restar giovani

A Paul Valéry, sulla difesa dell’intelligenza

A Luigi Lodi, su noi giornalisti

A “Ceccarius”, sul Belli

A Umberto Fracchia, sulla critica

A Piero Parini, sugli scrittori sedentari

Al conte Volpi di Misurata, sull’arte a Venezia

Ad E. J. O’Brien, su noi e le macchine

A Giorgio, per i suoi vent’anni



I temi (ricorrenti, peraltro, in Ojetti) di queste lettere “ufficiali” vanno, dai limiti delle avanguardie; alla grandezza (in architettura, pittura e musica) del Settecento italiano; al “manifesto” del cronachista di “Cose Viste”, dei “Capricci del conte Ottavio” e dei “Taccuini”; al rifiuto, parafrasando Valery: “L’enthousiasme n’estpas un état d’ame d’écrivain”, in pittura e musica, dell’“impressione rotta e fulminea”, per “ridare all’arte l’ideale della sensibilità ponderata, delle masse definite, dei netti contorni, degli spaziati riposi.”; al debito degli Impressionisti francesi nei riguardi dei veneziani Tiepolo e Guardi; alla “classica umanità” di Leopardi; e alla deontologia dell’elzevirista.



“..Barbara miracula, chiamava Marziale le piramidi di Egitto; sarebbe il nome per queste apparizioni d’incubo che ti ritrovi davanti, uguali, in ogni mostra d’avanguardia, da Parigi a Mosca.” [Al pittore Arturo Tosi]


“..scrivere duecento cartelle di narrazione sembra a un principiante più facile e lesto che scrivere un di quei libri di storia, di cronaca, di morale, di critica, di polemica, ch’ella loda e consiglia…

Guardi la terza pagina dei fogli quotidiani: prima della guerra ogni due o tre giorni vi s’incontrava una novella, adesso ogni due o tre settimane. E sarà stato proprio il giornale a costringere i migliori di questi scrittori all’osservazione e descrizione, viaggiando, della vita e dei costumi stranieri, alla critica e polemica letteraria e morale, allo scritto persuasivo cioè d’eloquenza.” [A Giovanni Papini].


“..Su un punto però di questa Varietè II non riesco ad essere in pieno accordo con voi: là dove parlate della sincerità e vi dolete di trovare certe intonazioni di Stendhal troppo sincere: Ce est un principe inévitable de falsification. Ma qui voi definite la sincerità morale, che è tutt’altra da quella letteraria. Parlate, insomma, più come un confessore al penitente che come un critico allo scrittore; pel quale critico il solo fatto che importa è che questa falsificazione uscita dalla troppa sincerità riesca a vivere nella fantasia, libera e spirante come una persona viva. Non assomiglierà allo scrittore? Che importa? Il modello muore, il ritratto resta.” [A Paul Valery]

“..Non ho nominato Leopardi invano. La lettura del così detto Zibaldone è, caro Valéry, la sola oggi da paragonare alla lettura delle vostre prose..Quel continuo passare dalla morale alla filologia, dalle confidenze alla storia, dall’aneddoto alle idee generali, da un problema urgente a uno immaginario, dalla mitezza all’ironia, dal dubitare all’asserire, m’ammaestra, mi rinforza e mi riscalda, come la presenza stessa dell’uomo, mobile, vivo e ragionante, se non sempre ragionevole.” [A Paul Valéry]


“..Molti adesso hanno giustamente rivendicato all’articolo di giornale  la dignità letteraria. Tra i più recenti rivendicatori, Antonio Baldini. Fin nel Petrarca delle Epistole egli è andato a trovarci un antenato, e ha ragione, perché anche lì spesso si tratta di ‘fatti del giorno’. Ma il Petrarca si sceglieva gli argomenti; e in questo egli non era giornalista, perché al giornalista l’argomento è imposto dalla cronaca, e in un giornale ben fatto nemmeno in terza pagina una riga dovrebbe apparire che non fosse legata a un fatto recente, magari a un fatto che il giornale preferirebbe di tacere ai lettori.” [A Luigi Lodi].


“..Quanto iersera, caro Giorgio, proprio nel tuo compleanno, tu hai detto, anzi gridato, a tuo padre e a tua madre:

- I giovani, i giovani, i giovani. A parole noi saremmo i padroni del mondo. Nel fatto, se si chiede un posticino, non di guadagno, non d’onore, ma di fatica, ci si risponde d’aspettare. Aspettare significa invecchiare. - ..

Ora, caro Giorgio, la vita pubblica non è tutta la vita dell’uomo; e il solo comando che davvero conti, è quello che ti riuscirà d’ottenere su te stesso, prima che sugli altri..

Ad aver la sete del comando immediato, di cui soffri tu, s’è piante di poche radici; e nessuno è più misero di coloro che, appunto perché mancano di radici, sono pronti ad accettare ogni incarico pur di soprastare, e dalla scuola passano lieti e leggeri alla diplomazia, dall’igiene all’aviazione, e se li trovi davanti a trattar con te fatti del tuo mestiere, s’affannano a dirti chi e che cosa essi rappresentano, non sapendo dirti che cosa essi sono: attaccapanni e non uomini. E i nostri vecchi l’attaccapanni lo chiamavano il servitore.” [A Giorgio]