Ugo Ojetti, L’AMORE E SUO FIGLIO

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Ugo Ojetti, L’AMORE  E SUO FIGLIO - Novelle, Milano, Fratelli Treves Editori, 1913, pp.1-302

 

 

 


<L’amore e suo figlio>

 


Vittorio Martelli, professore di liceo, nel fare la proposta di matrimonio ai genitori della fidanzata Zelinda, confessa d’esser un “figlio dell’amore”, raccolto da due contadini aretini agl’Innocenti di Firenze.

Secondo Zelinda, per ottenere il consenso al matrimonio - “..Quella moneta da due soldi con l’immagine gloriosa diventava come lo stemma della famiglia, il breve sogno araldico d’un passato favoloso e d’un avvenire prodigioso.”- potrebbe essere vero che il padre sia stato il Gran Re dai “gusti fecondi”, Vittorio Emanuele II°, che in quell’anno era a Firenze..

“E da allora ebbe un padre. E non gli dispiacque.”

 


<Il sangue>

 


Un avvocato, in procinto di partire per Ancona, a discutere in Assise un caso di parricidio, spiega a Oietti come l’imputato, che, a vent’anni, commesso in una Cassa di Risparmio, avendo sottratto cinquemila lire dalla cassaforte, era stato licenziato, abbia ucciso (“..- In fondo, il problema per Gaspare Torello era un altro. Fino a che punto la colpa del figlio era colpa sua, del sangue che gli aveva trasmesso? Fino a che punto egli ladro aveva il diritto di punire quell’altro ladro nato da lui, criminale perché nato da lui?”) il figlio sedicenne, da lui sorpreso a rubare in casa.

“..Giuseppe Torello fu assolto. Ma adesso muore di fame perché la società che lo ha assolto non vuole saperne di lui, ladro confesso.”.

 


<Il segretario malinconico>

 


In auto con amici,  tra Arabba e Pieve di Livinallongo, in Cadore, il segretario dell’Albergo dei Settesassi, “da una montagna lì dietro che pare abbia quel soffice nome”, racconta aOietti come il suo “posto miserabile” sia dovuto a una sua amante scialacquatrice, che, a Torino, qualche anno addietro, l’aveva abbandonato e, rivistolo, da mantenuta d’un ricco americano, quand’era secondo segretario all’’Imperiale’ di Venezia, ne aveva provocato il licenziamento, per averlo falsamente accusato (“..- Dimenticare me? Proprio me? E mi attirò verso il divano, stringendomi, stringendomi, coprendomi gli occhi di baci…”) di violenza sessuale.

 


<Teta>

 


Mandata dai fratelli a Roma a fare la fantesca, Teta, impiegate le trecento lire, d’un legato lasciatole dal padrone, per rivedere, a Ponte Bari, nello spoletino, la figlia naturale Celeste - “  Le pareva logico che sua figlia disprezzasse gli uomini come li disprezzava lei. Ma un marito, al momento buono, doveva prenderlo onestamente.” - e scoperto, che aveva un amante di bassa estrazione - “ La miniera di lignite su a Majano portava là tanti forestieri.” - esce per sempre dalla sua vita.

 


<Il riflesso>

 


In un consiglio di famiglia, finalizzato ad accettare la domanda di matrimonio d’un giovane altolocato, la figlia d’una contessa attribuisce il suo diniego (“ - A Piergiorgio voglio bene, io, e l’avrei sposato, anche se voi non aveste voluto. Ma per pietà no, non voglio essere sposata. Volevo entrare a casa Prunetta a testa alta, libera, rispettata, non a patto di non vederti più. Perché è questo il patto che m’hanno imposto i genitori di lui…”) all’esistenza d’un amante segreto della madre.

 


<Per l’onore>

 


Un marchese, Stefano Talleri, durante una battuta di caccia, visti, nella capanna dei carbonai, “sua moglie seduta sopra un mucchio di fascine, e, sulle sue ginocchia, seduto comodamente”, un piccolo funzionario prefettizio di sua conoscenza (“ - Tradito un Talleri? E sia, ma da un avversario degno di lui, da un avversario di cui nessuno osasse ridere.”), per dare una tacita lezione alla moglie, ne sfida a duello, al suo posto, il cavalier servente nella comitiva, Gigino Orfei, nobile quanto lui, ferendolo.

“..E quando egli fu guarito, Cecilia continuò la commedia più seriamente che potè, e finalmente divenne, con nobiltà, l’amante del principe Orfei. Stefano le fu così grato di questo pubblico aiuto che le assegnò nell’accordo per la separazione cinquantamila lire di rendita.”.

 


<Una madre>

 


Quando Lello Speranza s’era sposato con Rosina, padre e madre l’avevano messo alla porta e s’erano rifiutati di vedere la corista d’operetta, che aveva preso in moglie.

Rosina riesce a convincere la suocera a venire a casa loro, con la minaccia di dare a Lello tre lettere, di cui è venuta in possesso, attestanti che da vent’anni, da quando, cioè, era ancora vivo il marito, aveva per amante un colonnello d’artiglieria.

 


<Gli occhi e il naso>

 


All’onorevole Giovanni Biravi, neoministro di grazia e giustizia, si presenta Zelinda, che, a Chieti, venticinque anni prima, abitava di fronte a casa sua, la quale protesta essere figlia di lui la giovane - “..Casa Biravi, casa Biravi: non v’era dubbio possibile. Un ritratto, pareva. Gli occhi azzurri, il naso greco.” - che la accompagna.

Il ministro si obbliga per iscritto a versare alla donna duecento lire al mese.

Qualche mese dopo giunge a Roma, in licenza da Udine, il fratello capitano di fanteria, che gli dice:

“- Sai chi ho incontrato qui? Zelinda..

- Per fortuna non m’ha veduto.

- Ho avuto da lei una figliola, che si chiama Maddalena, e per qualche anno l’ho dovuta aiutare come potevo. Poi son riuscito a farle perdere le mie tracce..”.

 


<Una buona azione>

 


Un cassiere nasconde in un volume, in casa sua, il biglietto da mille che, per il vento, nell’ufficio del direttore, s’era staccato da una mazzetta, e della cui sparizione è accusato un vecchio usciere.

Il direttore dice che non si sarebbe proceduto se fosse stata rimborsata la metà dell’ammanco.

Il cassiere si offre di versare questa somma, che, grazie a una colletta, si riduce a duecentocinquanta lire.

Il collega che ne ha versate cinquanta, la mattina dopo, va nel suo ufficio:

“- Quelle cinquanta lire io intendo pagarle. Ma tu mi faresti un piacere se per questo mese me le prestassi. In ottobre te le rendo.

- Mi dispiace: non posso. Anche per me è stato, capirai, un bel sacrificio.”.

 


<Cent’anni>

 


A seguito della pubblicazione sulla Parola della Domenica dell’intervista ad Assunta, una vecchia di San Lorenzo, nello spoletino, vengono raccolte tra i lettori seicento lire, da dividersi tra il sensale e il nipote, che l’hanno organizzata.

Avendo il medico - “che la Parola nominasse venti persone ma non lui l’aveva offeso.” - scritto al Messaggero, che, in base ai registri della parrocchia, Assunta aveva novant’anni, non cento, come sosteneva laParola, il ricavato viene dato in beneficenza.

“..Il peggio si fu che i vicini non vollero mai credere che Pietro non avesse riscosso dalla sottoscrizione della Parola nemmeno un centesimo, e il nomignolo di Cent’anni gli rimase in segno di rispetto per la sua accortezza a trarre quattrini anche dalla vecchiaia, la quale agli altri uomini per lo più ne toglie.”.

 


<Danari>

 


La madre e la moglie sono in collera con un impiegato d’una fabbrica d’automobili di Torino, che vuol rinunciare al legato che gli ha fatto uno zio, a patto che divorzi e sposi la figlia d’un suo socio.

Anche se l’avvocato è sicuro che, per il pretore (“- Quella condizione è immorale. Ci sono fior fiore di sentenze.”) potrà avere tutto quanto gli spetta, Carlo è colpito nei suoi affetti.

“..Udiva soltanto se stesso, il suo povero cuore che gli diceva: ‘Questa è tua moglie. Tu  per amor di lei hai rinunciato a questa fortuna. E lei rinuncerebbe al tuo amore pur d’averla. Non t’ha sposato per altro. Non aveva ragione tuo zio?’”.

 


<E tuo marito?>

 


Di due sorelle, Luisa, la maggiore, e Lavinia, si sposa in Campidoglio la seconda con un cinquantenne..

Luisa (che ha compreso che Lavinia pensa d’esser oggetto d’invidia da parte sua), inventato uno stratagemma (il far trovare in un romanzo da lei prestato a Lavinia un biglietto amoroso per sè di Bebè) per svelarle d’essersi presa per amante un piccolo impiegato di banca, Bebè, appunto (“..E allora quella domanda perpetua: - E tuo marito? - acquistò il preciso valore d’un sarcasmo spietato, d’una vendetta raggiunta con meditata ferocia. E adesso che sua sorella non l’invidiava più, Lavinia amò meno suo marito, ne cominciò a vedere tutti i difetti, e l’età e i pregiudizi e l’ineleganza e la freddezza.”) l’induce a seguirne l’esempio con un giovane cugino.

“..E con sua sorella, Lavinia non parlò più né di suo marito, né del suo amante, sebbene tutti e due li avesse presi per lei.”

 


<Un ladro>

 


In uno scompartimento della Milano-Genova, Ojetti riconosce Pietro Ravani, suo compagno di liceo di venticinqu’anni prima, che, sconvolto, gli confida (“Ravani era in vena di confidenze. Dopo tutto non dovevano essere comuni, e la storia d’un uomo è sempre più utile della storia degli uomini.) “d’essere un ladro che non ha rubato”, vittima dell’intrigo d’un altro habitué del Casino, il quale, finto di spartire con lui il ricavato della dazione in pegno d’una parte dei gioielli, contenuti nella cassaforte dell’amante di Ravani,Marinette e datagliene la chiave, avvertita la donna, l’aveva “soppiantato per sempre, senza rimedio. Me l’aveva detto: ‘Stanotte noi avremo tutti e due quello che ci meritiamo. E io non l’avevo capito. Si può essere più stupidi?’”.

 


<Il ritratto rubato>

 


Antonio Arsoli, pittore, è incaricato da Sua Eccellenza von Beckmann, ministro della Guerra a Berlino, di fare, a un ballo dell’ambasciata inglese, il ritratto (“A quell’epoca v’erano ancora artisti che dipingendo un ritratto si provavano, poveri ignoranti, a farlo somigliante. Ubbie da vecchi, come dicono oggi i critici d’avanguardia, cioè quelli che non si voltano mai a guardare in faccia i tre o quattro asini che li seguono.”) della giovane bavarese che vuole sposare.

Poiché “non era umanamente possibile prendere un solo appunto di quella faccia fra la calca, gli urtoni, i curiosi.”, Arsoli ne ruba, in un boudoir della Legazione, una fotografia, su cui basare il suo ritratto, che gli frutta diecimila lire.