Ugo Ojetti, MIO FIGLIO FERROVIERE

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Ugo Ojetti,  MIO FIGLIO FERROVIERE - Romanzo, @  Milano, Treves Editore, 1922, Milano, @ Arnoldo Mondadori Editore, 1958, pp.1-189

Ojetti finge d’aver ricevuto da un amico medico un manoscritto che questi aveva destinato alla biblioteca della sua città natale perché fosse aperto e letto dopo cinquant’anni.

Nel romanzo si rievocano gli anni che seguirono la Prima guerra mondiale, tra la stessa, imminenza della rivoluzione rossa e imminenza della reazione (Marcia su Roma e dittatura).

Bellissimo romanzo, palestra dell’ironia - parafrasando Bontempelli: “non racconto dei fatti, ma solo uno svolgimento d’idee.”: Sette savi, p.37 , più che racconto del relazionarsi tra loro di pochi personaggi: piccoli politici e funzionari e le loro mogli, tra cui il figlio del medico, Nestore, che, ferroviere e attivista socialista, “torna borghese”: p.186 e, lasciata la ferrovia, fa comprare al padre un oliveto a prezzi bassi dal proprietario “che aveva avuto il torto di spaventarsi dopo le requisizioni, gli scioperi e le elezioni”, acquista “dodici certificati di rendita consolidata” e diventa rappresentante “a Roma e in tutta l’Italia centrale” della Smac, Società Milanese Automobili da Corsa.

“..E dovevo proprio io, nelle mie eterne contraddizioni tra ideale e reale, tra propositi e azione, io che m’ero tanto doluto di vederlo ferroviere e socialista tra il grasso fumo del carbone e della retorica, io che avevo palpitato di gioia a udirlo desiderare il borghese possesso d’un oliveto, io che avevo palpitato di ansia a veder il mondo e la moda nelle ultime settimane voltarglisi contro; dovevo, dico, proprio io, adesso sospettare di lui e respingerlo? Ma sì, aveva ragione il Re del mio sogno - “..Era il tocco. M’addormentai. Sognai, mi ricordo, il Re:..stava sul davanti della scena solo con me, e mi regalava un ritratto dell’Italia, con la sua corona di torri, stampato in filigrana, d’un color tenero di cielo. E poi un altro me ne regalava, e poi un altro. Ed egli mi mostrava i tagliandi, di semestre in semestre. E s’avvicinava un generale con un paio di forbici e cominciava a tagliarne uno, due, tre. E quello, sotto ogni Italia, faceva con quei tagli come una scaletta  E il Re buono mi diceva: ‘Vede, cavaliere, l’Italia sta quassù e l’Italia sarei io. Su per questa scaletta s’arriva a me. E’ la scala che prendono tutti. Basta che mettano il piede sul primo gradino: non smettono più di salire. E io, e l’Italia, li aspettiamo tranquilli lassù.’”: p.166 - e Nestore prendendo quella strada non s’era sbagliato, e magari tutti, contadini e operai, avessero il loro bel certificato del consolidato cinque per cento… Proprio, l’Italia consolidata.”: p.171.