Joris-Karl Huysmans, LA MAGIE EN POITOU

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eBook, senza testo francese per diritti di copyright sulla stampa, in traduzione integrale del c., di: Joris-Karl Huysmans, LA MAGIE EN POITOU - GILLES DE RAIS, Paris, Imprimerie Saint-Martin, 1899, pp.23

 


Quando il materialismo

impera, risorge la magia.

(J.K.Huysmans)

 


Gilles de Rais, della cui infanzia nulla si sa, nacque verso il 1404, sul confine tra Bretagna e Aniou, nel castello di Machecoul, nel Bas-Poitou. Suo padre morì alla fine d'ottobre del 1415; sua madre si risposa quasi subito con un signor d'Estonville e abbandona lui e René de Rais, suo fratello; egli passa sotto la tutela del nonno, Jean de Craon, signore di Champtocé e di La Sage, 'uomo molto vecchio', dicono i testi. Egli non è sorvegliato, nè guidato da questo vegliardo bonaccione e distratto, che si sbarazza di lui, dandogli in moglie Caterina de Thouars, il 30 novembre 1420. E' certa la sua presenza alla corte del Delfino, cinque anni dopo; i contemporanei lo descrivono come un uomo  nervoso e robusto, d'una bellezza e d'un'eleganza rare. Poco si sa sul ruolo che svolge in questa corte, ma si può ben supporlo, figurandosi l'arrivo di Gilles, che era il più ricco dei baroni di Francia, presso un re povero. In quel momento, in effetti, Carlo VII° è in una situazione drammatica; carente di denari e di prestigio, la sua autorità è inesistente; la condizione della Francia, estenuata da massacri, già colpita, qualche anno addietro, dalla peste, è orribile. E' scarificata a sangue, svuotata fino al midollo dall'Inghilterra, che, simile a quel favoloso polipo, il kraken, emerge dal mare e lancia sopra lo stretto, sulla Bretagna, la Normandia, una parte della Piccardia, l'Ile-de-France, tutto il Nord, il centro fino a Orléans, i suoi tentacoli, non lasciando, nel sollevarsi, che città disseccate e campagne morte.

Gli appelli di Carlo sollecitanti tributi, ideanti estorsioni, acceleranti imposte, sono inutili. Le città saccheggiate, i campi abbandonati e popolati di lupi, non possono aiutare un re la cui legittimità è dubbia. E' desolato: fa la questua in giro, invano. A Chinon, nella sua piccola corte, è un reticolo d'intrighi che sfociano qua e là in omicidi. Stanco d'esser braccato, vagamente al riparo dietro la Loira, Charles e i suoi fidi finiscono per consolarsi, in orge sfrenate, dei disastri che si profilano; in quella regalità alla giornata, quando razzie o prestiti forniscono cibo e bevande in abbondanza, si scordano quegli allarmi continui e quei sussulti e ci si fa beffe del domani vuotando le coppe.

Le armate inglesi, tuttavia, si ricongiungono, invadono il paese, si spandono sempre più. Il Re meditava di ripiegare nel Midi, di lasciare la Francia; fu allora che apparve Giovanna d'Arco. Gilles de Rais, che allora era a corte, fu incaricato da Carlo della sorveglianza e della difesa della Pulzella. La segue ovunque, l'assiste nelle battaglie, anche sotto le mura di Parigi, le è accanto a Reims il giorno della consacrazione, in cui, per il valore dimostrato, dice Mastrelet, il Re lo nominò maresciallo di Francia, a venticinque anni.

Quale fu il comportamento di Gilles de Rais nei confronti di Giovanna d'Arco? I dati sono contrastanti. M.Vallet de Viriville lo accusa d'averla tradita, senza addurre alcuna prova. M.l'abbé Bossard, al contrario, sostiene con qualche fondamento che le fu devoto e vegliò lealmente su di lei.

Comunque sia, dopo la cattura e la morte di Giovanna, perdiamo le tracce di Gilles, che ritroviamo, a ventisei anni, nel castello di Tiffauges. Il soldataccio che era in lui è sparito. All'epoca in cui i misfatti stanno per iniziare, l'artista e il letterato maturano nel nostro eroe, istigandolo a compiere, sotto l'impulso di un misticismo alla rovescia, le crudeltà più sapienti, i crimini più delicati.

E' pressoché isolato, nel suo tempo, infatti, questo barone di Rais! Mentre i suoi pari sono dei bruti, ricerca sfrenate raffinatezze artistiche, vagheggia letterature remote, compone persino un trattato sull'arte d'evocare i demoni, adora la musica, vuol circondarsi solo d'oggetti introvabili, di cose rare.

Latinista erudito, conversatore arguto, amico generoso e fidato, possedeva una biblioteca straordinaria per l'epoca, tra teologia e vite di Santi. Abbiamo la descrizione di alcuni dei codici da lui posseduti: Svetonio, Valerio Massimo, un Ovidio su pergamena in cuoio rosso e fermaglio in vermeil con chiave. Tutto ciò costava caro, meno tuttavia di quella famosa corte che lo circondava a Tiffauges e faceva di quella fortezza un luogo unico.

Aveva una guardia di più di duecento uomini, cavalieri, capitani, scudieri, paggi e tutti costoro avevano, anch'essi, dei servitori magnificamente attrezzati a spese di Gilles. Il lusso della sua cappella e della sua collegiata rasentava senz'altro la follia pura. A Tiffauges, viveva il clero d'una metropoli, decani, vicari, tesorieri, canonici, chierici e diaconi; è giunto fino a noi il conto delle cotte o delle stole. Gli ornamenti sacerdotali abbondano. Si trovano, dai paramenti d'altare in drappo vermeil, a cortine di seta color smeraldo, a un piviale di velluto cremisi-violetto, a un altro in tessuto damascato, a dalmatiche in satin per diaconi; a piatti, calici, cibori, tempestati di cabochons, incastonati di gemme, tra cui il busto in argento di Saint-Honoré, un ammasso di rutilanti lavori d'oreficeria che un artista, che risiede nel castello, cesella secondo i suoi gusti.

La sua tavola era aperta a qualsiasi commensale; da tutti gli angoli di Francia, delle carovane s'incamminavano alla volta di questo castello in cui gli artisti, i poeti, i sapienti, trovavano un'ospitalità principesca, un'accoglienza alla buona,  dei doni all'arrivo e delle largizioni alla partenza.

Già indebolito per le gravi ferite riportate in guerra, la sua fortuna vacillò sotto queste spese; allora, prende denaro a prestito dai peggiori borghesi, ipoteca i suoi castelli, vende le sue terre; si riduce al punto di chiedere un prestito garantito dagli ornamenti del culto, dai suoi gioielli, dai suoi libri.

Spaventata da questa follia, la sua famiglia supplicò il Re d'intervenire; e in effetti, nel 1436, Carlo VII° 'sicuro - dice - del cattivo governo del sire di Rais', gli fece divieto di vendere e alienare alcun fondo, alcun castello, alcuna terra.

Questa ordinanza accelerava verosimilmente la rovina dell'interdetto.

Messo alle strette, Gilles si lasciò interamente prendere dalla passione per l'alchimia e tutto abbandonò per essa. Ma è il caso di ricordare che questa scienza, che lo introdusse alla demonomania, quando sperò di creare l'oro e salvarsi così da una miseria imminente, l'amò per se stessa, al tempo in cui era ricco. Fu di fatto verso il 1426, quando il denaro straboccava nei suoi forzieri, che tentò, per la prima volta, di riuscire nella grande impresa.

Lo ritroviamo dunque chino su delle storte, nel castello di Tiffauges, ed è ora che cominciò la serie dei crimini di magia.

Rifacendoci al suo tempo, è facile immaginare le conoscenze che possiede sulla maniera di trasformare i metalli.

L'alchimia era molto sviluppata un secolo prima che nascesse. Gli ermetici avevano già a disposizione gli scritti d'Albert le Grand, d'Armand de Villeneuve, di Raymond Lulle: circolavano i manoscritti di Nicolas Flamel; è certo che Gilles, che andava pazzo per i volumi strani, li abbia acquistati; s'aggiunga che all'epoca l'editto di Carlo V°, che vietava, pena il carcere e la morte, attività improntate allo spagirismo, e la bolla Spondent pariter quas non exibent, che Giovanni XXII° promulgò contro gli alchimisti, erano ancora in vigore. Queste opere erano dunque proibite e di conseguenza ambite; è certo che Gilles le abbia a lungo studiate, se non proprio comprese.

Erano, di fatto, libri senza capo nè coda: allegorie, metafore strampalate e oscure, emblemi incoerenti, parabole ingarbugliate, enigmi pieni di cifre.

E' del tutto evidente che a Tiffauges, solo, senza l'aiuto di iniziati, era impossibile per Gilles fare ricerche utili. Il centro ermetista, al tempo, era a Parigi, dove gli alchimisti si riunivano sotto le volte di Notre-Dame e studiavano i geroglifici della Strage degli Innocenti e il portale Saint-Jacques alla Boucherie, sul quale Nicolas Flamel aveva raffigurato, in cabalistici emblemi, la preparazione della pietra filosofale.

Gilles non poteva recarsi a Parigi senza imbattersi nelle truppe inglesi che sbarravano le strade; scelse il modo più semplice, chiamò i più celebri trasformatori del Midi e li fece condurre, altamente retribuiti, a Tiffauges.

Sulla base dei documenti esistenti, lo vediamo far costruire il forno degli alchimisti, l'athanor, comprare storte e crogiuoli. Installa laboratori in un'ala del castello; e vi si rinchiude con Antonio da Palermo, Francois Lombard, Jean Petit, orafo di Parigi, che si dedicano, giorno e notte, alla grande opera.

Nessun risultato: a corto d'espedienti questi ermetisti spariscono, ed è allora, a Tiffauges, un incredibile va e vieni di adepti. Ne arrivano da tutti gli angoli della Bretagna, del Poitou, del Maine, soli o con streghe al seguito, finchè un prete della sua cappella, Eustache Blanchet, si reca in Italia, dove i trasformatori di metalli abbondano.

Nell'attesa, senza scoraggiarsi, continua i suoi esperimenti: tutti falliscono; finisce per credere che i maghi hanno, indubbiamente, ragione a sostenere che nessuna scoperta è possibile, senza l'aiuto di Satana.

E, una notte, con uno stregone, giunto da Poitiers, Jean de la Rivière, si reca in una foresta attigua al castello. Sosta coi suoi servitori Henriet e Poitou sul margine del bosco, in cui si avventura lo stregone.

La notte è senza luna; Gilles s'innervosisce, nello scrutare le tenebre, nell'ascoltare il pesante riposo della muta campagna; i compagni atterriti si stringono l'uno contro l'altro, tremanti e bisbiglianti, al menomo soffio di vento. A un tratto s'ode un grido angosciato. Esitanti, avanzano, a tentoni, nel buio scorgono, in un bagliore saltellante, la Rivière stremato, tremante, sconvolto, accanto alla sua lanterna. Racconta, a voce bassa, che il Diavolo è spuntato con l'aspetto d'un leopardo, ma che gli è passato davanti, senza neanche guardarlo, senza dirgli alcunché.

L'indomani, questo stregone si dà alla fuga, ma ne arriva un altro. E' un trombettiere che si chiama du Mesnil. Esige che Gilles firmi col sangue un foglio in cui s'impegna a donare al diavolo tutto ciò che vorrà, 'tranne la vita e l'anima sua', ma, benché, per favorire i malefici, Gilles consenta a far cantare nella sua cappella, alla festa d'Ognissanti, l'officio dei dannati, Satana non si fa vedere.

Le Maréchal comincia a nutrire dubbi sui poteri dei suoi maghi,  quando una nuova operazione che tenta lo convince che talvolta il diavolo si mostra.

Un evocatore, di cui s'è perso il nome, si riunisce, a Tiffauges, con Gilles e de Sillé.

Sul pavimento, traccia un gran cerchio e ordina ai due d'entrarvi.

Sillé si rifiuta; invaso dal terrore, si mette a tremare tutto, si rifugia presso la finestra, la apre, pronuncia esorcismi a bassa voce. Gilles, più coraggioso, resta al centro del cerchio, ma, ai primi scongiuri, rabbrividisce a sua volta. Lo stregone gli ordina di non muoversi. A un tratto, si sente afferrare alla nuca; sgomento, vacilla, supplica la Vergine di salvarlo. L'evocatore, furioso, lo spinge fuori dal cerchio; Gilles si slancia verso la porta, Sillé dalla finestra; si ritrovano a terra e restano a bocca aperta, perché giungono urla dalla camera dove opera il mago.

Spauriti, stanno a orecchie tese, poi, quando il baccano è cessato, aperta la porta, trovano lo stregone steso a terra, pestato di santa ragione, con la fronte insanguinata.

Lo sollevano; Gilles, impietosito, lo corica nel proprio letto, lo medica, lo fa confessare, per paura che muoia. Resta qualche giorno tra la vita e la morte ma finisce col ristabilìrsi.

Gilles disperava d'ottenere dal diavolo la ricetta della grande opera, quando Eustachio Blanchet gli annunciò il suo ritorno dall'Italia; conduceva il maestro della magia a Firenze, l'irresistibile evocatore dei demoni e delle larve, Francesco Prélati.

Gilles ne rimase incantato. Aveva appena ventitré anni ed era uno degli uomini più spirituali, più eruditi, più raffinati del tempo. Che aveva fatto costui prima di venir a risiedere a Tiffauges e di darvi inizio, con il Maresciallo, alla più spaventosa serie di misfatti cui si possa assistere? Il suo interrogatorio nel processo criminale a Gilles non ci fornisce ragguagli precisi al riguardo. Era nato nella diocesi di Lucca, a Pistoia, ed era stato ordinato sacerdote dal vescovo d'Arezzo. Qualche tempo dopo il suo ingresso nel sacerdozio, era divenuto allievo d'un taumaturgo di Firenze, Jean de Fontenelle, e aveva sottoscritto un patto col diavolo. Da quel momento, aveva dovuto abbandonarsi ai più abominevoli sacrilegi e praticare l'orribile rituale della magia nera,

Fatto sta che Gilles è infatuato da quest'uomo; i forni spenti si riaccendono; quella pietra 'dei Sapienti' che Prélati ha visto flessibile, fragile, rossa, dell'odore del sale bruciato, essi la cercano, furiosamente, invocando l'inferno.

I loro incantamenti non hanno esito. Gilles, desolato, li raddoppia, ma essi prendono una brutta piega: un giorno, per poco, Prélati non ci lascia la pelle.

Un pomeriggio, Eustachio Blanchet nota, in una galleria del castello, le Maréchal in lacrime; dei pianti di suppliziato

s'odono dietro la porta d'una camera dove Prélati evoca il diavolo.

'Cè là il demonio, che picchia il mio povero Francois, ti supplico, entra', geme Gilles; ma Blanchet, spaventato, si rifiuta d'entrare. Allora Gilles si decide, ad onta della paura; sta per forzare la porta, quando essa s'apre e Prélati cade, sanguinante, nelle sue braccia. Sostenuto da due amici, fu in grado di raggiungere la camera del Maresciallo, dove fu messo a letto; ma i colpi ricevuti erano stati così violenti, che inizia a delirare: ha la febbre alta. Gilles, disperato, gli sedette vicino, lo fece confessare, per paura che morisse, pieno di gioia quando non fu più in pericolo di morte.

Questo fatto, che si ripete, dello stregone sconosciuto e di Prélati, gravemente feriti in una stanza vuota, in identiche circostanze, è riportato in documenti autentici: sono gli stessi verbali del processo a Gilles.

Ci si può immaginare come il mistico che era Gilles de Rais dovette credere alla realtà del diavolo, avendo assistito a simili scene!

Malgrado i suoi insuccessi, non poteva quindi dubitare - e Prélati, mezzo accoppato, ancor meno - che, se fosse piaciuto a Satana, avrebbero trovato la polvere, che li avrebbe fatti arricchire e li avrebbe resi pressoché immortali: a quell'epoca, infatti, si riteneva che la pietra filosofale trasmutasse i metalli vili, quali lo stagno, il piombo, il rame, in metalli nobili come l'argento e l'oro, ma anche che guarisse ogni malattia e prolungasse, senza infermità, la vita fino ai termini concessi ai patriarchi.

Infine, Prélati, Blanchet e tutti gli stregoni che attorniano le Maréchal, dichiarano che, per ricorrere a Satana, occorrerebbe che Gilles gli cedesse la sua anima o che commettesse dei crimini.

Gilles si rifiuta di cedere la sua anima, ma pensa senza orrore ai delitti di sangue. Quest'uomo, così valoroso sui campi di battaglia, così coraggioso quando segue e difende Giovanna d'Arco, trema davanti al demonio; per esser sicuro che i suoi complici non riveleranno le sconvolgenti turpitudini che il castejjo nasconde, fa loro giurare sui santi Vangeli che non parleranno, certo che nessuno di loro verrà meno al giuramento, chè nel Medioevo il più impavido dei banditi non oserebbe commettere l'irremissibile peccato d'ingannare Dio!

La prima vittima di Gilles fu un ragazzino di cui s'ignora il nome. Lo sgozzò, gli tagliò la mano, gli estrasse il cuore, gli strappò gli occhi e li portò nella camera di Prélati. Entrambi li offrirono al diavolo, che tacque. Prélati avvolse quei poveri resti in un panno e, tremando, andò, la notte, a sotterrarli in terra consacrata, presso una cappella dedicata a san Vincenzo.

Il sangue di quel fanciullo, che Gilles aveva conservato per scrivere le sue formule d'invocazione, si diffuse in un'orrenda semina, e presto de Rais potrà raccogliere la più esorbitante messe di crimini che si conosca.

Dal 1432 al 1440, gli abitanti dell'Anjou, del Poitou, della Bretagna vagano singhiozzando per le strade. Tutti i bambini spariscono; i pastori sono rapiti nei campi; le bambine che escono da scuola, i ragazzi che vanno a giocare alla pelota lungo i ruscelli o scorrazzano sul margine dei boschi, non tornano più.

Il popolo, smarrito, si dice che delle fate cattive, dei geni malvagi, rapiscono le loro creature, ma, a poco a poco, è preso da atroci sospetti: appena le Maréchal si sposta, appena si reca dalla sua fortezza di Tiffauges al castello di Champtocé, e di là a quello di la Suze, o a Nantes, lascia dietro sè una scia di lacrime. Attraversa una campagna, e l'indomani i bambini sono scomparsi. Il paesano, rabbrividendo, constata anche che, ovunque sono comparsi Prélati, Roger de Bricqueville, Gilles de Sillé, tutti gli intimi del Maréchal, i ragazzini sono spariti. Infine, con orrore, nota che una vecchia, Perrine Martin, s'aggira, vestita di grigio, il viso coperto, come quello di Gilles de Sillé, da un panno di stamigna; accosta i bambini, e la sua loquela è così seducente, la sua espressione, appena solleva il velo, così persuasiva, che tutti la seguono fino al margine del bosco, dove degli uomini li portan via, imbavagliati e chiusi in sacchi. E il popolo, atterrito, chiama quella procacciatrice di carne umana, quell'orchessa, la Meffraye, dal nome d'un uccello da preda.

Quanti bambini sgozzò le Maréchal? Lui stesso l'ignorava. I testi del tempo contano da sette a ottocento vittime: regioni intere furono devastate: nel comune di Tiffauges non c'erano più giovani, a La Suze, nessuna nidiata di maschi, a Champtocé, il fondo d'una torre era pieno di cadaveri, un testimone, citato nel corso dell'inchiesta, Guillaume Hylairet, dichiara ancora 'che un uomo di nome Du Jardin aveva trovato una botte piena di bambini morti.'

Le tracce degli omicidi persistono tuttora. Nel 1889 a Tiffauges, un medico scoprì una botola, da cui estrasse mucchi di teschi e d'ossa.

Fatto sta che Gilles si riconobbe autore di assassini spaventosi e che i suoi amici ne confermarono gli sconvolgenti particolari.

Gli abitanti delle zone attigue al castello del Maréchal vengono infine a sapere chi è il mostro che rapisce i bambini e li sgozza. Ma non osano parlare. Appena a una svolta l'alta figura del 'carnivoro' si profila, tutti fuggono, si nascondono dietro le siepi, si rinchiudono nelle capanne.

E Gilles passa, altero e tetro, nei villaggi deserti e barricati.

L'impunità gli pare assicurata, ché quale paesano sarebbe tanto folle da affrontare un signore che può con una sola parola mandarlo al patibolo? D'altronde, se gli uomini rinunciano a fronteggiarlo, i suoi pari non intendono attaccarlo a pro dei tangheri che disprezzano; e il suo superiore, il duca di Borgogna, Jean V°, lo accarezza, al fine di carpirgli le terre.

Un solo potere poteva levarsi e, al di sopra delle complicità feudali e degli interessi umani, vendicare gli oppressi e i deboli: la Chiesa. - E fu essa, infatti che, nella persona di Jean de Malestroit, si levò davanti al mostro e l'abbattè.

Jean de Malestroit, vescovo di Nantes, apparteneva a un'illustre schiatta. Era un parente prossimo di Jean V° e la sua immensa pietà, la sua abituale saggezza, la sua ardente carità, la sua infallibile dottrina, erano apprezzate dal duca stesso.

I singhiozzi delle campagne decimate da Gilles li aveva uditi; in silenzio, avviò un'indagine, spiò le Maréchal, deciso, appena possibile, ad iniziare la lotta.

E Gilles imprudentemente compì un inspiegabile atto di violenza, che consentì al Vescovo di dargli il colpo decisivo.

Per ovviare ai bassi della fortuna, Gilles vende la sua signoria di Saint-Etienne de Mer-Morte a un suddito di Jean V°, Guillaume le Ferron, che incarica suo fratello Jean di prenderne possesso.

Qualche giorno appresso, le Maréchal riunisce i duecento uomini della sua prigione militare e si dirige, alla loro testa, alla volta di Saint-Etienne. Là, il giorno della Pentecoste, quando il popolo è riunito ad ascoltare la messa, entra, armi in pugno, nella chiesa e, davanti all'officiante interdetto, minaccia di sgozzare Jean le Ferron, che è in preghiera. Il santo sacrificio s'interrompe e gli astanti se la battono. Gilles trascina le Ferron che chiede pietà al castello, ordina che s'abbassi il ponte levatoio e lo occupa, mentre il prigioniero è condotto a Tiffauges e lì messo in carcere.

Egli contemporaneamente violava gli usi di Bretagna, che vietavano a un barone d'impiegare truppe senza il consenso del Duca, e commetteva un sacrilegio duplice, profanando una cappella e catturando Jean le Ferron, che era un chierico tonsurato.

Il Vescovo induce l'esitante Jean V° a marciare contro il ribelle. Allora, mentre un'armata avanza verso Saint-Etienne, che Gilles abbandona per rifugiarsi con poche truppe nel castello fortificato di Machecoul, un'altra pone l'assedio a Tiffauges.

Nel frattempo, il prelato accumula, accelera le inchieste. La sua attività è straordinaria; invia commissari e procuratori in tutti i villaggi in cui sono spariti i bambini. Lui stesso lascia il palazzo di Nantes, percorre le campagne, raccoglie le deposizioni delle vittime. Il popolo infine parla, lo supplica in ginocchio di proteggerlo e il Vescovo, nauseato dagli atroci misfatti che apprende, giura che farà giustizia..

Un mese è sufficiente. In lettere patenti, Jean de Malestroit proclama pubblicamente l''infamatio' di Gilles, poi, quando le formule della procedura canonica sono esaurite, chiede il mandato d'arresto.

In quella bolla emessa a Nantes, il 13 settembre 1440, egli richiama i crimini imputati al Maréchal, intima alla sua diocesi di marciare e di scovare l'assassino: 'Così intimiamo a tutti e ad uno ad uno di chiamare in giudizio immediatamente e definitivamente, senza contare l'uno sull'altro, senza scaricare questa cura su altri, per il lunedì della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, Gilles, nobile barone de Rais, soggetto al nostro potere e dipendente dalla nostra giurisdizione e a comparire per rispondere dei crimini di cui è accusato. - Eseguite pertanto questi ordini e ciascuno di voi li faccia eseguire'. E, l'indomani, il capitano Jean Labbé, a nome del Duca, e Robin Guillaumet, notaio, a nome del Vescovo, si presentano, scortati da pochi armati, davanti al castello di Machecoul.

Che passò per la mente del Maréchal? Troppo debole per resistere in campo aperto, può nondimeno difendersi al riparo dei bastioni, e s'arrende!

Roger de Bricqueville, Gilles de Sillé, suoi abituali consiglieri, sono fuggiti. Egli resta solo con Prélati, che cerca anche lui, invano, di salvare la pelle.

Robin de Guillaumet ispeziona la fortezza da cima a fondo, scoprendo delle camiciole insanguinate, delle ossa mal calcinate, delle ceneri che Prélati non ha avuto il tempo di gettare nel fossato.

Fatti bersaglio di maledizioni, di grida d'orrore che si levano tutt'attorno, Gilles e i suoi complici sono condotti a Nantes e chiusi nel castello della Tour-Noir.

Appena furono incarcerati, si istituirono due tribunali: uno, ecclesiastico, per giudicare i delitti di competenza della Chiesa, l'altro, civile, per giudicare quelli che rientravano in ambito statale.

Le procedure ecclesiastiche durarono un mese e otto giorni, quelle civili quarantott'ore.

Jean de Malestroit presiede le udienze; sceglie per assessori i Vescovi di Mans, di Saint-Brieuc e di Saint-Lo; oltre a questi alti dignitari, si circonda d'un gruppo di giuristi che si davano il cambio nelle interminabili sedute del processo. Il

Procuratore, che faceva allora funzione di Pubblico Ministero, fu Guillaume Chapeiron, curato di Saint-Nicolas, uomo eloquente e scaltro; gli si aggiunsero, per alleviare la fatica delle letture, Geoffroy Piprain, decano di Sainte-Marie e Jacques de Pentcoetdic, Ufficiale della Chiesa di Nantes..

Istituito il tribunale, il processo inizia sin dal mattino, perché giudici e testimoni devono essere, secondo l'uso del tempo, a digiuno. Si ascolta il racconto dei parenti delle vittime, e Robin Guillaumet, lo stesso che ha catturato il Maresciallo a Machecoul, dà lettura dell'ordine di comparizione di Gilles de Rais..

La requisitoria è letta ad alta voce, davanti all'accusato e al popolo che trema: Chapeiron enuncia a uno a uno,

pazientemente, i crimini, accusa formalmente il Maresciallo d'aver ucciso dei bambini, d'aver praticato stregoneria e magia, d'aver violato, a Saint-Etienne de Mer-Morte, le immunità di Santa Chiesa.

Questa requisitoria esaspera Gilles, che l'ha ascoltata agitato e contratto: insulta i giudici, li taccia di simonia e dissolutezza e si rifiuta di rispondere alle domande che gli vengono poste.

Allora il Vescovo e l'Inquisitore lo dichiarano contumace e pronunciano contro di lui la sentenza di scomunica.

Essi decidono inoltre che le udienze proseguiranno l'indomani.

Questa volta Gilles de Rais si presentò a testa bassa e con le mani giunte. Era, una volta di più, passato da un estremo all'altro; qualche ora era bastata a far rinsavire l'energumeno, che dichiarò di riconoscere i poteri dei magistrati e chiese perdono delle sue offese.

Le Maréchal supplicò il Vescovo d'attendere fino all'indomani e rivendicò il diritto di confessarsi, prima, ai giudici che piacesse al Tribunale d'indicare, giurando che avrebbe ripetuto la confessione davanti alla corte e al pubblico.

Jean de Malestroit accolse la richiesta, e il Vescovo di Saint-Brieuc e Pierre de l'Hospital, cancelliere di Bretagna, furono incaricati d'ascoltare Gilles nella sua cella; quando ebbe terminata la narrazione dei suoi misfatti e dei suoi omicidi, essi ordinarono che si facesse venire Prélati.

Alla sua vista, Gilles scoppiò in pianto e quando, finito l'interrogatorio, ci si apprestava a ricondurre l'italiano nella sua cella, egli l'abbracciò, dicendo: 'Addio, Francois, amico mio, mai più ci rivedremo a questo mondo. Siate certo, se avete forza di sopportare e speranza in Dio, che ci rivedremo in festa in Paradiso. Pregate Dio per me ed io pregherò per voi'.

E fu lasciato solo a meditare sulle sue colpe, che avrebbe confessato pubblicamente all'udienza, l'indomani.

Fu, quello, il giorno solenne del processo. La sala era piena zeppa e la folla, ricacciata sulle scale, si snodava fino al cortile, riempiva i vicoli adiacenti, ostruiva le strade. Per venti leghe tutt'attorno, i paesani erano venuti a vedere la celebre belva, il cui solo nome faceva, prima della cattura, serrare gli usci nelle tremebonde veglie in cui le donne si scioglievano in lacrime.

Il tribunale si riunì al gran completo: gli assessori che, abitualmente, si avvicendavano durante le udienze, erano tutti presenti.

La sala, imponente, oscura, sorretta da grevi pilastri romanici, s'affilava in ogive, lanciava ad altezze di cattedrale gli archi delle volte, che si ricongiungevano, come le mitre abbaziali, in una punta. Era rischiarata da una luce smorta, che filtravano, traverso il loro reticolo di piombo, strette finestre.

E a un tratto, la sala s'illuminò, entrarono i Vescovi. Sfolgoravano sotto le mitre intessute d'oro, erano incravattati da un collare di fiamme, a motivo del colletto, tempestato di carbonchi, della loro veste. In una processione silenziosa, s'avanzavano, appesantiti dai loro rigidi cappelli, che cadevano, svasati, dalle spalle, simili a campane d'oro aperte davanti.

Fiammeggiavano, a ogni passo, come bracieri, rischiaravano essi la sala, riflettendo il pallido sole d'un ottobre piovoso che si ravvivava nei loro gioielli e vi attingeva nuove fiamme che rinviava, disperse, fino al lato opposto della sala, al popolo muto.

Gilles entrò, scortato da armati.

Era disfatto, smunto, invecchiato, in una notte, di vent'anni, le pupille accese, le guance tremanti.

A un ordine, cominciò la narrazione dei suoi delitti.

Con voce sorda, alterata dal pianto, raccontò i rapimenti di bambini, le sue tattiche laide, i suoi omicidi commessi d'impeto; ossessionato dalla visione delle sue vittime, descrisse le loro agonie, le loro invocazioni e i loro rantoli; confessò d'aver estratto cuori da piaghe allargate, spaccate come frutti maturi. E con occhi da sonnambulo guardava le sue dita, che scuoteva come per lasciarne sgocciolare il sangue.

Gilles terminò la sua narrazione; fino allora era rimasto in piedi, parlando come in una nebbia, raccontando a se stesso, ad alta voce, i suoi crimini imperituri.

Quando ebbe finito, le forze l'abbandonarono. Cadde in ginocchio e gridò: 'O Dio, mio Redentore, vi domando perdono e misericordia'. Poi, questo barone violento e altezzoso, il primo, senza dubbio, del suo rango, s'umiliò. Si volse verso il popolo e, piangendo, disse: 'Voi, i genitori di quelli che ho sì crudelmente ucciso, donate, ah!  donatemi il conforto delle vostre pie preghiere'.

Allora, nel suo accecante splendore, risplendette in quella sala l'anima del Medioevo.

Jean de Malestroit s'alzò e sollevò l'accusato; sparito il giudice, il prete soltanto abbracciò il reo che si pentiva.

Ci fu un fremito nell'aula quando Jean de Malestroit disse a Gilles, in piedi, la testa appoggiata al suo petto: 'Prega, prega, perché la giusta e terribile collera dell'Onnipotente non scenda su di te, piangi, affinché le lacrime purifichino il folle carnaio della tua esistenza!'.

E tutti i presenti s'inginocchiarono e pregarono per l'assassino.

Quando le preghiere furono terminate, ci fu un istante di smarrimento e di scompiglio.

Il Promotore disse che le prove erano manifeste e che quindi la corte poteva, in piena coscienza, castigare il reo e chiese che si fissasse il giorno della sentenza. Il Tribunale optò per due giorni dopo.

E quel giorno, l'Officiale della Chiesa di Nantes, Jacques de Pencoetdic, dichiarò: 'Noi pronunciamo, decidiamo, dichiariamo che tu, Gilles de Rais, sei colpevole d'eresia, apostasia, evocazione dei demoni; che per questo sei incorso nella pena di scomunica e in quelle accessorie'.

Gilles ascoltava a testa bassa la lettura della sentenza.

Quando fu terminata, il Vescovo e l'Inquisitore gli dissero: 'Volete voi, ora che detestate i vostri errori, le evocazioni e gli altri crimini, essere reincorporato nella Chiesa, madre vostra?'.

E, dietro le calde preghiere del Maresciallo, gli tolsero la scomunica e lo riammisero ai sacramenti.

La giustizia divina era soddisfatta, il crimine era confessato, ma cancellato dalla contrizione e dalla penitenza. Restava quella degli uomini.

Il Vescovo e l'Inquisitore rimisero il reo alla corte secolare che, richiamando i rapimenti e le uccisioni, inflisse la pena di morte e la confisca dei beni. Prélati e gli altri complici furono al contempo condannati ad essere appesi e bruciati vivi.

Gilles guardava al supplizio senza spavento. Sperava, umilmente, ardentemente, nella misericordia del Salvatore; l'espiazione terrestre, il rogo, la reclamava con tutta la sua forza, per riscattare le fiamme eterne dopo la sua morte.

E folgorato dalla grazia, in un grido d'orrore e di gioia, l'anima l'aveva lavata con le lacrime, seccata al fuoco delle preghiere. L'assassino s'era rinnegato, era riapparso il compagno di Giovanna d'Arco, in balbettamenti d'adorazione, tra fiumi di lacrime!

 


Sebbene la figura di Gilles de Rais sia ampiamente evocata nel romanzo "Là-bas" ("Nell'abisso", 1891) e satanismo e potere miracoloso della preghiera di trasformare le "maledizioni" e le "grida d'orrore" di cui l'avevano fatto oggetto in arra per la sua salvezza eterna siano consustanziali a Huysmans, il breve saggio non è mai stato tradotto in italiano.