Massimo Bontempelli, IL BIANCO E IL NERO

Stampa PDF

Massimo Bontempelli, IL BIANCO E IL NERO, Introduzione di Simona Cigliana, pp.5-21, tavv. in b.n.n.t., Nota al testo, pp.237-244, Napoli, Guida Editore, 1987, pp.1-254

 


Numerose voci de Il Bianco e il Nero sono apparse su quotidiano ("L'Unità", "Paese Sera", "L'Ora", ecc.), soprattutto nel corso degli anni dal 1950 al 1960; alcune - dopo il 1960 - sono state pubblicate su rivista [i nuclei più cospicui su "Il Racconto" (nn.10 e 11, marzo e aprile 1976), "L'Europa letteraria" n.11, ottobre 1961) e "Il Cavallo di Troia" (primavera 1982)]: risguardo del frontespizio.


"Ideario, cioè dizionario di idee varie" messe in ordine alfabetico e un'Appendice (pp.207-225).


Lambiccato e superato.


<Mosche>

Quindici aggettivi in tredici righe: "Il ronzio della mosca è meschino, trito; irrita. Lo fa tanto irritante la sua indeterminatezza, e quella specie d'immobilità. Perché sta sempre a mezz'aria, non viene mai dal basso, né scende dall'alto; e così non segna diagonali o volute, non genera alcuna forma interessante, né geometrica, né capricciosa. Non riesce dunque né regolare né irregolare, è nullo, è la cosa più distratta e vacua che tu possa immaginare, privo di dimensioni, sfornito di possibilità, disindividuato: l'inespressivo perfetto.": p.114.

Come quindici aggettivi di colori per descrivere il calar della sera in una dozzina di righe ne ho espunti (gli anni cui risalgono i due testi coincidono) in: "Il 10 giugno 1918" di Delfini: "..Fu un colpo di cannone; fu il colore amaranto di quella sera d'estate che aveva il cielo nuvoloso e il sole scoperto; fu il nero improvviso sorgente dal fondo della strada più commerciale della città, che giocò con l'arancione del cielo e con gli ori profusi dai rossi e dai gialli di certe chiese intorno alla piazza; fu l'enorme tricolore che incedeva nel mezzo della strada; fu l'inumidito e spento violetto che veniva proiettato dai portoncini, dai bar, dai negozi di stoffe e dalle bigiotterie sotto il portico; fu un gruppo di nuvole rosa morbide come la bambagia…Tutto il Foro Boario era  intonacato di rosso; di un rosso cupo che nelle intenzioni dell'architetto avrebbe dovuto ricordare il sangue di bue. Ben altre impressioni si ricavavano invece stando al centro della piazza! Il grigio-perla del fumo del treno; il bianco d'avorio della torre Ghirlandina che spiccava sola e imponente come una freccia d'amore lanciata verso il cielo dal rosso disteso del Foro Boario; il verde dietro le spalle, e il verde ancora al di là della ferrovia lontana; il fischio dei treni e il rumore dei carri e lo sbuffare delle locomotive (mandavano nell'aria un odore che diventava una cortina di verde-blu-violetto al disopra dei tetti della città); la vaghezza delle tinte sul giallo dell'erba pestata dagli amanti, dai soldati e dai cavalli sul terreno dell'ippodromo; l'argento antico e sporcato della polvere sulla pista..": I racconti, Garzanti, 1963, p.228 e p.241.


<Parlatori>

"Dell'irrefrenabile parlatore sono tre tipi: 1) Il rettilineo,…; 2) Il parlatore a vortice,…; 3) Il parlatore in cerchio, il quale gira infinite volte sullo stesso circolo iniziale, e dopo poco non potendo più distinguere nel circolo il punto da cui è partito, non può più contare sul punto d'arrivo. (Sono i più fastidiosi).

(Di questa specie è Proust quando scrive): p.123.


<Sorvegliare la scienza>

"..L'uso delle armi è il nobile spasso favorito da quel basso barbaro avvenimento che è la caccia. Per questa ho avuto sempre una violenta antipatia: per tutte le specie di caccia, per tutti gli oggetti che la riguardano, per i discorsi che gli appassionati ne fanno. Di tutti i generi letterari il più fastidioso è quello che ci hanno regalato i toscani tra la fine del secolo scorso e i principii del nostro con la novellistica venatoria; e il padule e lo schioppo e la tesa e il bracco che corre con la lingua fuori (il bracco traditore della propria classe in servigio del sopraffattore uomo) mi fanno raggricciare le unghie.": p.158.

Già in "L'avventura novecentista" si legge: "..In certi periodi sarà forse necessario a una generazione letteraria fare una cura di realtà. Oggi sarebbe piuttosto da insegnare agli scrittori a liberarsi da ciò che vedono e toccano, visto che non sanno farlo diventare fantasia (la realtà, quando è fatta arte, è pura fantasia), anzi non vi trovano che impaccio, e l'incentivo a una prudente mediocrità.

Il male è così grave che proporrei di fare una legge che proibisca per cinquant'anni agli scrittori di parlare di ciò che hanno veduto: per esempio agli ammogliati di dipingere la vita coniugale, a quelli che vivono in campagna di fare racconti rusticani, ai cacciatori di scrivere scene di caccia, e così via.": p.161.

Da "Cacciatore si nasce" (1932) a "Poi tornò il sole" (1943), l'irrefutabile smentita: la novellistica dell'"Hemingway del Ticino", Barisoni.

 



 

Vedi foto