Joris-Karl Huysmans, CROQUIS PARISIENS

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Joris-Karl Huysmans, CROQUIS PARISIENS, @ Paris, Vaton, 1880, Paris, Plon, Nourrit e Cie, 1913, pp.1-165

 


I. - Les Folies Bergère.

II. - Le Bal de la Brasserie européenne.

III. - Types de Paris.

Le conducteur d'omnibus

L'Ambulante

La Blanchisseuse

Le Geindre

Le Marchand de marrons

Le Coiffeur

IV. - Paysages.

La Bièvre

Le Cabaret de Peupliers

La Rue de la Chine

Vue de Remparts du Nord-Paris

V. - Fantaisies et petit coins

Ballade en prose de la Chandelle des six

Damiens

Le Poème en prose des viandes cuites au four

Un café

Ritournelle

Le Gousset

L'Etiage

L'Obsession

VI. - Natures mortes

Le Hareng

L'Image d'Epinal

VII. - Paraphrases

Cauchemar

L'Ouverture de Tannhauser

Les Similitudes


Saggi di traduzioni


<La Bièvre>

La natura non è interessante che debole e desolata. Non nego eserciti gloriose suggestioni, quando, in un accesso di riso, fa scoppiare il suo corpetto di scuri massi e squaderna al sole il suo petto picchiettato di verde, ma confermo di non avvertire, davanti alle sue bisbocce di linfa, il fascino impietosito che suscitano in me un angolo desolato della città, una capanna scorticata, un rigagnolo che lacrima tra due alberi stenti.

La bellezza d'un paesaggio, in fondo, è tutta fatta di malinconia. Pure la Bièvre, col suo aspetto desolato e l'aria pensosa di chi soffre, m'incanta e io deploro, come un grave attentato, lo sconquasso dei suoi capillari equorei e dei suoi alberi!. Ci restavano questa campagna dolente, questo corso d'acqua da pezzenti, queste pianure sbrindellate e li si fanno a pezzi. Ci si avvia ad appendere a un gancio ogni pezzo di terra, a vendere all'incanto ogni scodella d'acqua, a interrare gli acquitrini, a livellare le strade, a sradicare soffioni e rovi, tutta la flora attecchita sui materiali di demolizione e sulle terre incolte; la rue de Pot-au-Lait e la strada da la Fontaine a Mulard che cingono tutta una landa piena di scorie di carbone e di calcinacci, disseminata, qua e là, di frutta imputridita e mangiata dalle mosche, di ceneri e pozzanghere, ammorbata dalle interiora fradice dei pagliericci e dalle pile di rifiuti che si pigiano nella poltiglia fangosa, vanno scomparendo e quella veduta malinconica d'un pozzo artesiano e del Poggio delle Quaglie, quegli sfondi arrotondati di Val-de-Grace e del Panthéon, divisi da ciminiere d'officina, s'avviano a lasciare il posto agli svaghi idioti, alle banali eleganze dei nuovi edifici.

Ah, chi ha optato per il sacco di queste rive non s'è dunque mai commosso davanti all'inerzia desolata dei poveri, al sorriso sofferente dei malati? Non è mai, dunque, salito, nei giorni di spleen, sui poggi che dominano la Bièvre? Non l'ha dunque, infine, mai guardato questo strano corso d'acqua, questo scolatoio d'ogni sporcizia, questa sentina color ardesia e piombo fuso, ribollente qua e là di risucchi verdastri, costellata di scaracchi torbidi, che gorgoglia contro una paratoia e si perde, singultando, entro i buchi d'un muro? A tratti, l'acqua sembra preclusa e rosa da una lebbra; ristagna, poi rimuove la sua scorrente fuliggine e riprende la marcia rallentata dalla melma. Qui, capanni scorticati, capannoni equivoci, muri salnitrosi, tutto un assortimento di tinte tetre, sulle quali, alla finestra d'una camera, un piumino di percalle rosso lancia una nota squillante; là, gabbie senza ante dei conciatori, carriole, i quattro ferri all'aria, un tridente, un rastrello, spessi montoni di lana di scarto, una collinetta di tanno su cui razzola una gallina dalla cresta rossa e dalla coda nera. Più in alto, velli scompigliati dal vento, pelli raschiate e stirate, che spiccano col loro crudo bianco sul verde marcio delle graticciate; a terra, vasche idropiche, botti enormi in cui marina in tinte di foglia morta e blu sporco la crosta liquefatta dei cuoi; più lontano infine pioppi macilenti per il suolo cretoso e un mucchio di catapecchie che si scavalcano l'un l'altra, sordide stalle dove tutta una popolazione di marmocchi fermenta alle finestre pavesate di biancheria sporca. Eh sì, la Bièvre non è altro che un fumante letamaio: ma essa bagna gli ultimi pioppi della città; sì, essa esala il fetore del marciume e i rudi sentori dei carnai, ma mettete ai piedi d'un albero un organo che sputi in lunghi singhiozzi le melodie di cui il suo ventre è pieno; fate che si levi in quella valletta delle miserie la voce d'una povertà che lamentosamente canti uno di quei complaintes raccattati a caso ai concerti, una romanza celebrante i piccoli uccelli e invocante l'amore, e ditemi se questo lamento non vi commuove nel profondo, se questa voce che singhiozza non sembra la voce desolata d'un povero sobborgo!

Un po' di sole - e, meraviglia delle gioie afflitte, rane gracidano sotto un rosaio, un cane si stiracchia, zampe divaricate, coda al vento, passano una donna, un panierino al braccio e un uomo, il berretto a visiera, la pipa tra i denti e, osservato dai bimbetti che si rotolano nel fango, il fantasma d'un ronzino bianco pascola nei terreni in abbandono.

I lavori sono iniziati…L'argine di rue de Tolbiac sbarra già l'orizzonte; la calce lattiginosa va ricoprendo del suo biancore uniforme le ulcere iridate del quartiere ferito; i grandi cieli grigi su cui si stagliano ancora i seccatoi all'aperto dei pellettieri e degli scamosciatori saranno quanto prima turati. Presto avrà fine l'eterna e incantevole passeggiata degli intimisti attraverso la pianura solcata dall'attiva e miserabile Bièvre.


<Vista dai terrapieni del Nord-Paris>

Dall'alto dei terrapieni, si ha la meravigliosa e terribile vista delle pianure che s'adagiano, spossate, ai piedi della città. All'orizzonte, nel cielo, alte ciminiere vomitano entro le nuvole fiotti di fuliggine, mentre più in basso, a malapena sormontando le piatte coperture di tela bituminosa e latta delle officine, getti di bianco vapore fuoriescono, sibilando, da piccoli tubi di ghisa.

La nuda piana s'estende, rigonfia di collinette su cui gruppi di bimbi issano aquiloni fatti con vecchi giornali e ornati delle immagini colorate che la pubblicità piazza all'ingresso degli empori e agli angoli dei ponti. Presso casupole le cui tegole d'un rosa pallido orlano il lago trasparente del tetto a vetri, monumentali carrette alzano le loro stanghe munite di catene, dando ricetto, qui a un idillio di periferia, là a una madre, il cui seno prosciugato è accanitamente succhiato da un bimbo. Più lontano, una capra bruca, legata a un paletto; un uomo dorme, supino, la visiera del berretto sugli occhi, una donna seduta sta a tagliarsi le unghie dei piedi.

Un grande silenzio avvolge la pianura, ché il brontolio di Parigi s'è spento a poco a poco. S'ode talora, lontano, come un orribile lamento, il sordo e roco fischio dei treni della Gare du Nord che passano, nascosti dalle scarpate piantate ad acace e frassini.

Lontano infine, molto lontano, s'inerpica, perdendosi nel cielo, una larga strada bianca, alla cui sommità appare come una nuvoletta di polvere al passaggio d'un'invisibile carretta, nascosta dalla curva del terreno.

Verso il tramonto, in questa stagione in cui le nubi carboniose si rotolano sul sole che tramonta, il paesaggio sembra ancor più illimitato e triste; le officine mostrano solo contorni indecisi, masse d'inchiostro bevute da un cielo livido; bimbi e donne sono rientrati, e, solo, sulla strada polverosa, il mendicante, il 'mendigo', come lo chiama la polizia, torna al suo abituro, sudato, stremato, inerpicandosi a fatica sul pendio, succhiando la pipa da un pezzo vuota, seguito da cani, inverosimili cani superbi di bastardaggini plurime, tristi cani adusi come il padrone a tutte le fami e a tutte le pulci.

Ed è allora soprattutto che opera il fascino dolente delle periferie, che la bellezza possente della natura risplende, ché il luogo è in perfetta sintonia con la grande miseria delle famiglie che lo popolano.

Creata incompleta nella previsione del ruolo che l'uomo le avrebbe assegnato, la natura attende dal suo padrone il proprio completamento. Edifici sontuosi, funzionali ai quartieri abitati dai ricchi, ville che macchiano di giallo e bianco campagne riposate e gioconde, Parc-Monceau truccati come le donne che li frequentano, altiforni e grandi forge levantisi in paesaggi spossati e grandiosi come essi, tale è l'immutabile legge.

Ed è per applicarla, per realizzare l'istinto d'armonia che ci assilla, che abbiamo delegato gli ingegneri ad assortire la natura ai nostri bisogni, a metterla all'unisono con le dolci o pietose vite che ad essa spetta inquadrare e rispecchiare.


<Ballata in prosa della Candela del 6>

Quando la Carcel, illuminando le camere delle famiglie agiate, dominava, tu sola rischiaravi i tuguri in cui la figlia impubere del povero computa, sognando, il crescente valore delle sue attrattive, o candela del 6, sfrigolante candela!

 

Poi il corpo si guasta, maturato dalle nozze; già il seno oscilla; il denaro guadagnato col sudore delle attrattive manca e arriva la fame, o candela del 6, sfrigolante candela!


Sono evocazioni più personali e intime che ora la tua vista risveglia in me; davanti al tuo lucignolo, rosseggiante in un lago di sevo, rivedo la mia infanzia; le lunghe sere d'inverno in cui, stanca dei miei pianti e dei miei strilli, mia madre mi mandava in cucina accanto alla domestica, che compitava ad alta voce il libro dei sogni, o candela del 6, sfrigolante candela!


Se, spodestata dai petroli e dagli scisti, tu sei oggi abbandonata dal povero stesso, sarai stata adulata come mai regina lo fu, o candela fumigante! Rembrandt, Gerard Dow, Schalken, t'hanno celebrata in pagine immortali; t'hanno fatto rischiarare la rosata neve delle carni, i capelli a tortiglione color paglia di quelle belle di Fiandra che ti riparavano colla mano dallo spirare delle brezze, o candela del 6, sfrigolante candela!


Congedo


Principessa, altri cantino i fosforici chiarori delle lune, le rosse fiamme delle lampade, i gialli fuochi dei gaz, è te sola che amo e voglio esaltare, te cui dobbiamo l'illuminazione ideale delle tele dei grandi pittori, o candela del 6, sfrigolante candela!


<L'Ossessione>

I consolidati sono in rialzo, i titoli industriali reggono, il canale di Panama è in ribasso e Suez stabile. Parole in metagramma; soluzioni giuste: - Catrame Gujot, Callifugo russo e Carta Wlinsi. - Nutrice asciutta cerca impiego. - Basta calvizie! Ricrescita garantita! Mallerau. - Affezioni segrete, ulcere, scoli, dermatiti squamose: Chable, Emmanuel, Péchenet, Albert!

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Queste réclames lette sull'ultima pagina d'un giornale annullano il sollievo tanto atteso che avevo provato. Esse mi riportano a Parigi e i timori della vita reale, finalmente interrotti, mi riassalgono.

Fatalmente conto i giorni. Una settimana e dovrò fare i bagagli, andare in città e prendere una carrozza. Poi sarà l'assordante tramoggia d'un vagone zeppo d'esseri dai volti ripugnanti; sarà il rientro a Parigi, e, dopo un sonno stranito, ricominceranno i disgusti d'un'esistenza straziata dalle dolorose elucubrazioni, dalle ipotesi sempre smentite dei sensi, dalle antipatie su cui si dovrà cercare di sorvolare per poter mangiare e pagare l'affitto.

Ah! Dire che ci sarà sempre un Prima e un Dopo e mai un Adesso che duri!

Ed ecco che s'affacciano i ricordi dei passati ritorni: la tristezza delle stazioni; l'obliata pestilenza delle strade; il disagio dell'alloggio freddo per l'assenza, l'impossibilità, i giorni a venire, di chiudersi in se stesso e sottrarsi all'insopportabile distrazione del cicaleccio d'una folla che non sa tacere.

Tutto ricordo; calcolo le corse in cerca di denaro; prevedo le offerte al ribasso e i rifiuti quasi cortesi, i consigli generosi, tutta la sentina dell'inesorabile esistenza in cui dovrò di nuovo immergermi.

Adesso tuttavia sono qui: la vita dei campi è interrotta dalla notte che scende; sulla vallata illimitata e incavata dall'ombra si profila la vecchia chiesa, le vetrate della cui facciata riflettono, poco illuminato, il firmamento!

Ma la visione del presente è fuggevole; allora, cerco di riportare il pensiero all'indietro, di ricordare solo le pacificanti impressioni provate, il giorno prima, su un'altura deserta in cui, tra blocchi di granito, dei ginepri esibivano al sole le punte aguzze e gli acini bleu.

Non posso ancorare oltre il ricordo all'immagine, che appena evocata svanisce. Mi sforzo infine di rientrare in me, di arginare le preoccupazioni che s'affacciano, ma invano m'attacco a speciose credenze, ad insinuanti argomenti, ad illusorie speranze. Il povero Adesso, esaudito infine, è già finito; la siesta delle mie pene è cessata e tutti gli odi e i disprezzi a cui m'abbevero si risvegliano, quando m'assalgono quelle ossessionanti réclames dell'odioso giornale:

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I consolidati sono in rialzo, i titoli industriali reggono, il canale di Panama è in ribasso e Suez stabile. Parole in metagramma; soluzioni giuste: - Catrame Guyot, Callifugo russo e Carta Winsli. - Nutrice asciutta cerca impiego. - Basta calvizie! Ricrescita garantita! Mallerau. - Affezioni segrete, ulcere, scoli, dermatiti squamose: Chable, Emmanuel, Péchenet, Albert!


<L'Aringa>

O aringa, la tua pelle è la tavolozza dei tramonti, la patina del vecchio rame; sono i toni d'oro brunito dei cuoi di Cordova, le tinte sandalo e zafferano delle foglie in autunno. La tua testa, o aringa, fiammeggia come un casco d'oro, e i tuoi occhi si direbbero chiodi neri piantati in dischi di rame. Tutte le nuances, dalle tristi e smorte alle radiose e gaie, di volta in volta, spengono e accendono la tua pelle scagliosa.

Accanto ai bitumi, alle ombre bruciate e ai verdi di Scheele, ai bruni Van Dyck e ai bronzi fiorentini, alle tinte ruggine e foglia morta, risplendono gli ori verdastri, le gialle ambre, il sedo, i cromi e gli orange marzolini!

O affumicata luccicante e smorta, quando contemplo la tua cotta a maglie, penso ai dipinti di Rembrandt, rivedo le sue teste superbe, le sue carni solatie, i suoi scintillanti gioielli su velluti neri, rivedo i suoi sprazzi di luce nel buio, il suo strascico di polvere d'oro nell'ombra, i suoi barbagli di sole sotto archi oscuri.


Di "Schizzi parigini", più volte ristampato in francese, non esisteva una traduzione italiana.