Hugo von Hofmannsthal, L'IGNOTO CHE APPARE

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Hugo von Hofmannsthal, L'IGNOTO CHE APPARE - Scritti 1891-1914, Traduzione e Postfazione di Gabriella Bemporad, Milano, Adelphi Edizioni, 1991, pp.1-445


Ma io ho chiesto il permesso di parlare

di cose che non affiorano alla superficie.


Ci saranno certo alcune persone che saranno

malcontente di tutti questi pensieri. Diranno che io

mescolo cose che non hanno nulla a che fare tra loro.


Mi accade spesso di sentir chiamare alcuni libri

naturalistici, altri psicologici, altri ancora simbolistici

- e con molte altre qualifiche che non dicono nulla. Io

non credo che alcuna di queste indicazioni abbia il

minimo senso per uno che sappia veramente leggere.


…un libro incomparabile sotto ogni punto di vista, un

libro forte abbastanza da portare di per sé solo la

fama del suo autore attraverso le generazioni.


Von Hofmannsthal (1874-1929), poeta, narratore, drammaturgo, collaboratore come librettista del compositore Richard Strauss, è autore "felice e fecondo" (Postfazione, p.429) di saggi, in cui, alla giovanile cifra emblematica della "fontana": "Sì, nulla sta veramente insieme…tutto è altrettanto irreale quanto il getto continuo della fontana da cui cadono miriadi di gocce e cui affluiscono miriadi di nuove." subentra nella maturità quella del "grande albero" immobile sotto la tempesta, "delineato da un contorno divino." (Postfazione. p.436 e sg.).


<apparizione della Duse>

"..Rappresenta l'allegria, che non è felicità, e con riso argentino rappresenta il buio desolato che è dietro il riso; rappresenta il non volerci pensare e il doverci pensare; rappresenta lo scoiattolo e l'allodola, e la sua irruenza selvaggia ci comunica la sua angoscia come per contagio fisico; quando dal ritmo febbrile della tarantella ricade di colpo nella fissità dell'angoscia mortale, impallidisce, la mascella cade, e gli occhi tormentati levano un grido muto..

A tal segno la Duse possiede una delle grandi doti dell'attore: quella di creare figure. Le crea estraendole dalle intenzioni del poeta con una penetrazione il cui risultato ha l'apparenza d'una necessità naturale..

Mi viene in mente un'osservazione di Raphael Mengs sui panneggi di Raffaello: 'Tutte le pieghe' dice 'hanno in lui la loro ragione, o per il proprio peso o per la tensione delle membra. Dalle pieghe si vede se una gamba o un braccio prima di quel movimento stava indietro o davanti, se l'arto sia passato o passi dalla flessione alla distensione o se fosse disteso e si pieghi'.

Questa è, mutatis mutandis, la tecnica della Duse; come là il gioco delle pieghe tradisce i moti del corpo, così qui gesti fugaci, sottili, quasi furtivi del corpo tradiscono le mutevoli emozioni dell'anima..

Perché per questo, credo, ci sono gli artisti: affinché tutte le cose che passano per la loro anima ricevano un senso. 'La natura volle sapere come era fatta e si creò Goethe'. E l'anima di Goethe, rispecchiandole, ha liberato mille cose alla vita. E poi ci sono artisti che sono stati specchi molto più piccoli: questi hanno versato lo smalto della loro anima su un'unica cosa e hanno tuffato un unico sentimento nella bellezza. Uno di essi fu Eichendorff, che rivelò la ricerca nostalgica e il misterioso respiro della quiete notturna, quando mormorano le fontane. E Lenau ha ascoltato la voce dei giunchi e ha dato un nome alla bellezza della brughiera. E certe nuvole gravi, gonfie, dorate, hanno ricevuto la loro anima da Poussin, e altre, rosso-rotonde, da Rubens, e altre, prometeiche, nerazzurre, cupe, da Bocklin. E vi sono moti delle nostre anime che Schumann ha creato; e vi sono pensieri che non possederemmo senza Amleto; e molti dei nostri desideri hanno i colori d'un quadro dimenticato e il profumo d'un canto rapito dal vento."


<apparizione dell'impareggiabile danzatrice>

"Si chiama Ruth St. Denis. Oppure si chiama in qualche altro modo e si fa chiamare Ruth St. Denis..

Ad ogni modo ha visto queste cose eterne dell'Oriente e non con occhi comuni..

Nel corso della danza lei rivolge la sua attenzione a un filo di perle, a un fiore, a una ciotola di legno. Ma lo fa solo simbolicamente. Quelle cose possono partecipare alla sua danza, ma perdono la loro propria vita. Vengono in mente le singolari parole di Goethe: che Tiziano, quando era maturo e al vertice della sua arte, 'non dipingeva il velluto se non simbolicamente'..

Si dirà di lei ciò che si diceva della Duncan: 'Lei può permettersi di farlo. Lei può permettersi tutto'. Ma ciò che si diceva della Duncan perché aveva molto gusto, molta intelligenza e molto decoro, si dirà di lei perché è straordinaria, indefinibile e particolare. Per il resto non ci sarà motivo di paragonarla alla Duncan. Era il segreto della Duncan sapere cos'è l'arte della danza. Questa è una grande danzatrice nata. Il modo di danzare della Duncan, commisurato a questi atteggiamenti incalcolabili, era un mostrare, quasi un dimostrare. Questa danza. La Duncan aveva qualcosa d'un affascinante professore d'archeologia, appassionato della bellezza. Questa è la danzatrice lidia scesa dal bassorilievo."


<apparizione delle "Mille e una notte">

"..Questo è un poema, alla cui composizione, è vero, prese parte più d'uno. Ma è come uscito da un'anima, è un tutto, un mondo. E quale mondo! Omero al confronto potrebbe in più d'un momento apparire sbiadito o artefatto..

Sono fiabe su fiabe e vanno fino alla caricatura, all'assurdo; sono avventure e farse, e vanno fino al grottesco, allo scurrile; sono dialoghi, intrecciati di enigmi e parabole, di metafore, fino a stancare. Ma nell'aria di questo tutto la caricatura non è caricaturale, la licenza non è volgare, la prolissità non stanca; e il tutto non è se non meraviglioso: un'incomparabile, assoluta, sublime sensualità tiene insieme il tutto..

Ci moviamo dal mondo più alto a quello più basso, dal califfo al barbiere, dal miserabile pescatore al principesco mercante, ed è una sola umanità che ci circonda, ci solleva e ci porta in un'onda ampia e leggera: siamo tra spiriti, tra maghi, tra demoni e ci sentiamo come a casa nostra. Un'oggettività mai fiacca ci dipinge la sala sontuosamente rivestita di piastrelle, ci dipinge la fontana, ci dipinge la testa d'una vecchia madre di banditi brulicante di parassiti; ci pone davanti la tavola, la copre di bei piatti, vassoi profondi, ci fa odorare le vivande, le grasse, le drogate e le dolci, e le bevande di semi di melagrane rinfrescate nella neve, di mandorle sbucciate, impregnate di zucchero e spezie profumate; ci presenta con eguale piacere la gobba del gobbo e la bruttezza di vecchi maligni dalla bocca bavosa e dagli occhi guerci; fa parlare l'asinaio e l'asino, il cane stregato e la statua di bronzo d'un re morto, ognuno pieno di saggezza, pieno di verità.."


<apparizione del poeta>

"..Egli non può trascurare nessuna cosa, per poco appariscente che sia: che nel mondo esista qualche cosa come la morfina e che sia esistito qualche cosa come Atene, Roma e Cartagine, che siano esistiti mercati di uomini e che esistano tutt'ora, l'esistenza dell'Asia e di Tahiti, l'esistenza dei raggi ultravioletti, e gli scheletri dii animali preistorici, questa manciata di fatti e le miriadi di tali fatti d'ogni ordine e grado per lui in certo modo esistono sempre - ed egli deve fare i conti con loro. Egli vive, e ininterrottamente, sotto la pressione di incommensurabili atmosfere, come il palombaro nelle profondità marine; e nulla è così strano, nell'organizzazione di un'anima, quanto che essa resista a tale pressione. Egli non può respingere nulla via da sé. Egli è il luogo in cui le forze del tempo tendono ad equilibrarsi. E' simile al sismografo, che traspone in vibrazioni ogni scossa, prodotta anche migliaia di miglia lontano. Non che egli pensi incessantemente a tutte le cose del mondo. Ma sono esse che pensano a lui. Sono dentro di lui e in questo modo lo dominano.."


<Ricordo di giorni belli [Venezia]>

"Il sole era ancora piuttosto alto quando arrivammo, ma io feci subito piegare nelle calli verdi e scure. Ferdinand e sua sorella sedevano l'uno accanto all'altra, mentre così scivolavamo silenziosamente..Davanti a una piazzetta silenziosa feci accostare..I fratelli volevano fermarsi, ma io li trascinai via, dietro a me, per vicoli ancora più stretti, in cui non c'era acqua ma lastrico, e finalmente attraverso un arco buio e sordo fuori sulla grande piazza, che si stendeva come una sala da festa, col cielo per soffitto, d'un colore indescrivibile: ché il nudo azzurro s'inarcava senza una nuvola, ma l'aria era satura d'oro disciolto, e sui palazzi che formano i lati della grande piazza pareva aver posato un velo color del tramonto. I due fratelli, che vedevano questo per la prima volta, erano come in un sogno. Katharina guardava a destra il palazzo del Sansovino, quelle colonne, quei balconi, logge, di cui le ombre e la luce della sera facevano una cosa inverosimile - il tacito inizio d'una festa a cui erano invitati il giorno e la notte; vedeva a sinistra il palazzo più antico, i cui muri rossi parevano vivi, la fantastica torre con l'orologio azzurro, vedeva davanti a sé la chiesa fiabesca, le cupole, in alto in alto i cavalli di bronzo, le trasparenti edicole di pietra in cui stavano figure; le porte d'oro, la luce misteriosa dell'interno, e non si stancava di chiedere: 'Ma è vero? può essere vero?'. Ferdinand andava sempre avanti: 'C'è ancora dell'altro? continua ancora?' chiedeva. Ora si fermò e vide davanti a sé il mare aperto e barche e vele e portali a colonne, e al di là nuove cupole, e il trionfo della sera su nuvole simili a remote montagne d'oro, di là dalle isole. Si voltò per chiamarci; scorse allora dietro di sé l'impeto del campanile, che saliva come una freccia, così che la volta luminosa lassù pareva ritirarsi davanti ad esso. 'Voglio andare lassù!' esclamò Ferdinand, che raramente rinunciava a salire su un campanile, fosse anche quello d'una chiesa di campagna. Ma Katharina lo prese per mano con impeto, così che dovette voltarsi, e con tutte e due le mani faceva cenno davanti a sé e non si fermò, ma continuò ad andare sempre innanzi verso l'acqua, in cui un torrente di fuoco dorato pareva rovesciarsi sopra un cupo elemento azzurro dai lampi metallici. Ferdinand rimase accanto a lei; ora erano vicini alla riva, gli uomini nelle barche, che nella luce abbagliante, irreale, apparivano tutti neri, facevano loro cenno; uno s'avvicinò remando, essi si calarono nel battello nero e scivolarono al largo sulla via di fuoco. C'erano molte imbarcazioni e in mezzo ad esse tagliavano la via le scure barche a vela, tutto era carico di vita, dappertutto visi che s'offrivano l'un l'altro, e le vie che s'incrociavano erano come figure magiche su una lastra di fuoco, e nell'aria volavano uccellini scuri e le vie che tracciavano erano anch'esse figure magiche. Mentre così stavo sul ponte e mi sporgevo dalla nuda pietra antichissima e là fuori due barche si dirigevano l'una verso l'altra, dovetti di colpo pensare a labbra che ritrovano facilmente e come in sogno l'antica via alle labbra amate. Sentii la dolorosa dolcezza di tale immagine, ma nuotavo troppo lievemente alla superficie del mio pensiero e non potevo tuffarmi nel profondo per sapere a chi avessi pensato; così quel pensiero mi colpì come lo sguardo dai fori d'una maschera, e mi sembrò che fosse l'occhio di Katharina, di cui non avevo ancora baciato la bocca.."


<apparizione di Rimbaud>

"..S'andava molto veloci, l'un dietro l'altro per lo stretto sentiero, veloci quanto camminavano dietro noi i muli, con le guide in sella..

Andavamo in due, e parlando era come se ognuno s'abbandonasse soltanto alle proprie memorie, di cui molte c'erano comuni..

Con un nome che uno di noi gettasse, potevamo evocarne di nuovi..

Molte immagini di giovinetti e di uomini erano venute e andate, quando un'altra ne apparve. Lo vedemmo emergere, quello che più indicibilmente aveva patito, prima che scomparisse per sempre. Ma le sue lettere, una parola, una volta, fredda e grande, altre parole come sanguinanti, il suo diario, le poche poesie, incomparabili, tutte d'un solo anno della sua vita, il diciannovesimo, e che egli odia, disprezza, lacera dove le trova, le copre di sputi, ne calpesta i brandelli, la storia delle sue ultime atroci settimane e della sua morte, tracciata dalla sorella - tale la sua immagine incisa nelle nostre anime. Egli è povero e soffre, ma chi potrebbe osare di volerlo soccorrere; smisuratamente solo - chi d'avvicinarsi a lui, che con forza sovrumana piega il suo spirito come un arco, a scagliare la più spietata freccia; che s'appiatta nel sottosuolo delle metropoli, ricambia con dileggio ogni approccio, arretra davanti a ogni allusione ai suoi doni, al suo genio, come il forzato davanti al ferro rovente, irrequieto riemerge, ora qui ora là, dalla Macedonia, dal Caucaso, dall'Abissinia scaglia ai suoi una lettera, le cui speranze suonano come minacce, i cui aridi cenni s'ergono come smisurata ribellione e condanna a morte decretata a se stesso. Che per l'oro crede di lottare, l'oro, l'oro, e lotta contro il proprio demone per qualcosa d'immenso, senza nome. E ora lo vediamo trasportato giù dalle montagne abissine, per un solitario sentiero di rocce, l'aria muta. E' steso sulla barella, il volto coperto di panno nero, il ginocchio malato grosso come una cucurbita, che la coperta s'inarca; la bella mano consunta, la mano amata dalle sorelle, si strappa talora il panno dal volto, per ordinare il cammino agli uomini, scuri, di colore, che lo portano: volevano prendere di sghembo, lungo il pendio; lui vuole scendere a picco, senza sentiero, rapido. Indicibile rivolta, sfida alla morte fin nel bianco degli occhi, la bocca straziata dal tormento e sdegnosa di lagni.."


spigolando nella mia biblioteca %