Alberto Savinio, VITA DEI FANTASMI

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Alberto Savinio, VITA DEI FANTASMI, a cura di Vanni Scheiwiller, Notizia biografica, p.81, Bibliografia, pp.83-89. In copertina: Litografia di Savinio, Milano, All'Insegna del Pesce d'oro, 1962, pp.1-92

 


Les chants de la mi-mort, p.7

Delle cose notturne, p.31

Vita dei fantasmi, p.53

La morte di Niobe, p.67


Les chants de la mi-mort - Scènes  dramatiques d'après des épisodes du Risorgimento ["Les Soirées de Paris", Aout 1914; ristampa: Parisot, Paris, 1938]

Prima traduzione italiana di Caroline Monin.


PREFAZIONE POETICA

Dietro il bastione insuperabile

fragile come la portiera di giunco

d'un parrucchiere meridionale

(baluardo che ondeggia)

la bestia strana cova le sue uova, seduta

ansiosamente, vibrante,

nell'aspettativa pazza

di tenerezza, nascosta nella luce spessa come l'ombra,

ignota…

Le uova sono calde, molli, il guscio

rabbrividisce - membrana della cornamusa - .

Essa è fatale scura insensata pensosa

come un despota moscovita

imbrattato di sangue

o come un neonato

imbrattato di saliva.

Uomo senza voce senza occhi e senza viso,

fatto di dolore di passione e di gioia;

conosce tutti i giochi, fa tutte le capriole,

parla tutti i linguaggi...

ed aspetta…

Il morto ritorna e si guarda morto;

quest'uomo nero che passa;

da un lettino di farro senza materasso

spuntano i piedi dalle pantofole rosse;

alto nel cielo cerchiato di nembi volano

i due arcieri dalle frecce invisibili e lamentose:

la grande candela brucia alla finestra;

e il trealberi se ne va; l'uomo ha urlato alla morte;

silenzio;

gli squali pazzerelli si fanno dispetti nell'oceano;

la buona madre è pietrificata

rimpicciolita come un fantoccio;

una pazza scoppia a ridere e corre

i glutei al vento.

Nella sua attesa:

giocherella con globi multicolori

(le sue belle sorprese)

ghermisce a volo il grosso calabrone iridato

che chiama il suo insetto fatale;

sa le parole per comporre indovinelli;

racconta storie che in altre età

si ridiranno ai marmocchi

che saranno stati molto saggi…

E aspetta…

Perché assapora un frutto,

e beve l'aria che è suddivisa a fette;

la pioggia è dura come l'acciaio e vibrano

alto nel cielo lunghi lampi senza rumore.

VOCE:

("La notte!…La notte!…")

No!…E i suoi monconi senza dita

- informi coni di carne -

come i suoi piedi appuntiti

sono freddi.

Ah! e i suoi occhi inesistenti sono pieni

di lacrime resinose.

Ah! e il suo cuore gelatinoso chiama

come la campana di mezzanotte.


L'INCONTRO

"Amico!…Amico!…La tua bocca è piena

della parola riconfortante,

prima risposta a tutta la mia nostalgia.

Amico!…Amico!…le tue mani son piene

di fiori dai dolci veleni,

primo beveraggio alla mia sete ardente.

Amico!…Amico!…le tue scarpe son piene

di frutti omicidi, prima mietitura della mia aratura.

Si sentì allora una lunga eruttazione di gioia,

e il pianeta scorreggiò;

il velo del tempio si torse e poi cadde in cenere.

Che cos'è?

"Un dio soffre…oppure l'universo sprofonda…

dice l'onirocrita sull'altra penisola.

- Ma guarda. - Dove?…- là! -.

- Ma dai non vedi?

- Ma dove? Ma dove?

- Dritto davanti a te, la strada che conduce in lontananza…

(abbassa la testa, o meschino villano,

proteggi i tuoi occhi dalla luce scura che fa battere le ciglia).

e adesso sono due

a camminare sotto il sole nell'ombra…

Ah!…

(Si sente l'inno gioioso e marziale).


L'EPISCOPIO

Prima dell'alzata del sipario: uno sparo, un grido;

il silenzio…

S'alza il sipario

Una piazza rossa. Un muro. Una casa a una sola finestra dove brucia una candela in un candeliere d'argento. Notte completa, ma il cielo è blu.

L'uomo-calvo giace per terra. Uomini-bersaglio in lamiera schierati contro il muro, il punto del cuore designato da un cuore rosso. Uomini neri in ferro battuto passano trascinandosi lungo il muro brontolando. Si sente ininterrottamente un rullo di tamburo.

Uomini neri ondulati per le contorsioni, storti per i terribili mali di pancia, ricoprono d'un pesante cappotto l'uomo-calvo, poi escono, le gambe piegate, gemendo.

A un tratto, il braccio dell'uomo-calvo rigetta la copertura e la sua mano tiene una lampada, che proietta una luce vivissima.

Si sente l'orribile rumore d'una tela greggia che si laceri. Subito, il rullo di tamburo cessa.

Silenzio.

UNA VOCE (In un megafono):

"Finalmente, signor Burness, mi vuol dire verso quale porto si dirige la Santa Barbara?"

Canto di marinai. Il canto di liberazione.

Rumore di molle disinserite, gli uomini-bersaglio distendono le loro braccia di ferro, poi rigidamente fanno dei movimenti di ginnastica svedese.

(Sipario)


SCENA DELLA TORRE

Il palcoscenico è a due piani.

In alto: una camera conica in cima a una torre.

Ci si crederebbe in una nave. Due finestre - tipo oblò - aperte sul cielo, freddo e duro: cielo delle altezze. Tappeto scarlatto. Un drappeggio nero divide la camera. In fondo, un letto pesante come un catafalco nascosto da tende.

In basso: interno della torre. Scala di pietra. In basso, un'apertura quadrata da cui spuntano le antenne d'un trealberi. Al centro, statua equestre d'un re. Altre statue un po' dappertutto. Grosse macchine - ruote e pistoni - in inattività.

Dalli oblò entrano due angeli smarriti; si riuniscono in mezzo alla camera; s'inginocchiano nell'atto di custodi d'una tomba.

S'apre una porta dietro a un drappeggio; gli angeli s'alzano in volo con un dolce fruscio d'ali.

Entra Daisyssina, seguita dall'uomo-giallo che cammina estatico, spinto da un dio-amore invisibile.

Daisissyna scosta le tende del letto e vi scopre l'uomo-calvo che, con un balzo, s'insinua dietro la cortina.

Daisissyna si stende sul letto. L'uomo-giallo caccia un urlo, corre in cerchio nella camera, grida:

La morte! La morte!

dolce, ardente

fresca…- ero un bambino

ossessionato dall'incubo dell'innocenza -

Ah! il letto meraviglioso;

dormo;

il mio cuore fluisce, la mia anima

- tubo di cristallo - scivola

dalle mie dita.

Gira, gira, gira, spirale!

L'asse della trottola mi trafigge;

Tutti i cerchi si sono chiusi.

Il centro, lì, punto rosso,

attira come la calamita.

Le ossa si sono sciolte,

non sono più che sangue!

L'UOMO-CALVO (nascosto)

"Ecco un uomo che s'immagina di morire perché la voluttà l'assale!"

L'UOMO-GIALLO (con un grido terribile)

Daisissyna!

Cade sul letto. L'uomo-calvo tira le tende. Oscurità. Gemiti. Grida di dolore. Dall'esterno, musica militare rumorosa; canto di volontari:

Ad-d-io mia bel-la ad-d-io!

L'a-armata se-e ne va (pararàm, pam, pam)

e se non partis-si anch'io

sarebbe una viltà.

Salva di artiglieria. L'uomo-calvo scende velocemente le scale con in mano una lampada.

Dal letto, più nessuna voce.

(Silenzio)

Colpi bussati alla porta. Un singhiozzo. Entra un ragazzino in camicia da notte, reggendo una candela. Colla pantofola, schiaccia un ragno che s'arrampicava sul muro; poi, tremando, lo guarda agitare una zampa.

Grido di sirena d'un piroscafo.

UNA VOCE (dall'esterno)

"Genova! Genova!"

L'uomo-calvo risale le scale e, con lui, la madre dell'uomo-giallo. Arrivato nella camera, l'uomo-calvo scosta le tende, scoprendo l'uomo-giallo e Daisissyna addormentati. L'uomo-calvo dà alla vecchia una lancetta d'acciaio fissata ad un manico di legno attaccato a un filo elettrico. La madre pianta la lancetta nel seno di Daisissyna..

Lampo breve, verdastro, Daisissyna non apre gli occhi, non emette alcun grido; solleva le braccia, si drizza sul letto; e ricade, morta.

Le statue poste nella parte bassa della torre prendono a muoversi. Il cavallo di bronzo che porta in groppa il re galoppa sul suo zoccolo. Il re tira le redini.

L'uomo-giallo  geme nel sonno. La madre pone in mezzo alla sala un vaso di legno con dei girasoli e una sedia, seduta sulla quale canta dolcemente, accompagnandosi con la chitarra:

Ah nino! Quanto soffro.

(Urla dalla rabbia)

Tu, figlia di puttana,

figlia di donna truccata

volevi prendermelo!

(Grande fragore sulle corde, poi scoppi di risa)

Tra la la la la.

Amore e pietà.

(Accordi patetici)

Bella mattinata; pif! paf! fucilato il tuo povero padre.

Lorenzo! Lorenzo!

Il sole nella camera,

la tovaglia bianca,

la polenta raffreddata.

(Musica tragica)

Toc! toc! tre signori nell'anticamera,

pallidi, redingote nere e alti cappelli.

Giuseppino! Giuseppino!

(Con rabbia)

Ah! figlia di cani, m'hai preso il mio piccolo Gesù!

Ah! figlia di lupo, m'hai preso la gioia delle mie mammelle!

Ah! figlia di sciacalli, m'hai preso il mio piccolo cuore, il mio piccolo ventriglio!

E' per te che gli diedi il mio sangue da bere?

(Accenna una riverenza)

Graziosa Morte, grazie!

(E riprende il ritornello)

Tra la la la la,

Amore e pietà.

Giuseppino,

mio bambino, sei bello come un fior,

Tra la la la la,

Amore e dolor!

Uno degli angeli a volte si mostra alla finestra; l'uomo-calvo strappa un grosso girasole e glielo tira in testa; l'angelo cade morto sul parapetto. L'uomo-giallo si lamenta e geme più forte. Fa gesti angosciati che lo mostrano in preda a un incubo.

La madre continua a cantare con molta dolcezza. L'uomo calvo accende due grandi candele che pone sul bordo degli oblò - è sopraggiunta la notte - poi esce e discende lentamente la scala della torre.

Il dormiente grida terribilmente; agita le mani; chiama:

"Mamma! Mamma!"

La madre canta più forte, angosciata ma gioiosa.

L'uomo giallo si sveglia; salta dal letto. Di trovare Daisissyna morta, non mostra alcuna sorpresa. La solleva, la depone sulla sedia.

La madre s'è ritirata in fondo alla camera; non canta più.

L'uomo-giallo compone il corpo di Daisissyna; la si crederebbe viva; le appoggia la testa allo schienale; le mette dei girasoli nelle mani, nei capelli; comincia a danzare intorno al cadavere; la follia lo assale.

Dal fondo, la madre guarda e piange.

Al parossismo della pazzia, l'uomo-giallo balza su sua madre e l'uccide.

La vecchia si rimpicciolisce; in breve non sembra che una grossa bambola di pietra.

L'uomo-giallo la guarda, s'intenerisce. Piange, la chiama. Comincia a giocare con la bambola, la bacia, la culla; la lancia al soffitto e la riprende; la lancia per terra e la calpesta. Grandi scoppi di risa.

La notte è molto nera. Le due candele brillano stranamente alle finestre.

LA VOCE DEL RE SCONVOLTO (dall'esterno):

"Ah! spegnete il faro se non volete vedermi morire!"

(Dall'apertura quadrata in basso penetra il raggio circolare d'un faro; i raggi si succedono ad intervalli regolari.)

Entra il re sconvolto; colle pallide mani stringe una corona sulla testa; gira parecchie volte attorno alla statua equestre; esce, in una raffica improvvisa. L'uomo-giallo, colto da vertigini, cade bocconi sul tappeto scarlatto.

UNA VOCE (dall'esterno)

"Vittorio Emanuele, re d'Italia!"

(cannonata, molto lontano sul mare)

Grido di sirena

(Silenzio)

Le grosse macchine nere fremono; entrano in azione. Le ruote enormi girano vorticosamente, scorrendo nei courries di cuoio; i pistoni sgorgano a scatti, e s'immergono di nuovo nei loro astucci d'acciaio.

L'uomo-calvo arriva vicino alla larga apertura da cui spuntano le antenne del trealberi.

(Lampo di faro)

L'uomo-calvo, immobile, le braccia incrociate sul petto, canta gravemente il "Canto della notte":


Gente della città, è notte, le stelle…

(Lampo di faro)

Ora, a noi due, anima mia; è l'ora.

Coraggio! …Coraggio!…

Va a fior dell'acque per sederti alle fontane

Cantare in lontananza, contare la tua moneta.

Io resto, uomo senza viso,

col fardello della mia carne esausta.

Ah, perdinci! E' la semi-morte.

…Ma datemi delle lacrime, dei singhiozzi…

Io tendo la mano.

(Lampo di faro)

Oh paesaggio angoscioso, vegetazione di ferro;

torna, oh tu, mia cosa dell'altra notte;

avevi un corpo bizzarro, triste come una macchina,

essere complicato, strano animale,

oh donna! donna della mia nostalgia!

Soli fatti come fiori di rame,

mondi senza forma, città senza rumore,

luce cremosa dove gli uccelli severi

tracciavano un solco, sfiniti.

Spuntando dappertutto, non avevi esistenza,

Solo passioni, gioia, dolori, desiderio…

Fosti ad un tratto casa - pietra-speranza -

le mie mani non riuscivano ad afferrarti.

(Lampo di faro)

L'istante rinasce, ora degli addii.

Gli uccelli di metallo dispiegano le rigide ali,

le statue s'incamminano a passi cadenzati,

le fontane sono prosciugate.

Si vedono sulle piazze vaste e silenziose

passare e ripassare le sentinelle d'acciaio,

le grandi macchine corrono silenziose,

senza fuochi né rumore;

la palma della Samaritaine si curva fino all'acqua

e non c'è vento.

(Lampo di faro)

Ora lasciamoci in silenzio, anima mia…coraggio!

Addio…le sorgenti si sono taciute.

Io pure sono un angelo morto.

Gente della città, è notte, le stelle.

Sono solo;

diffidente ma sconfitto m'abbandono senza forze

alle mani terribili e dolci…

Abbiate pietà di me!

(Lampo di faro)

(Sipario)


Delle cose notturne [Roma, "La Ronda", II, 5, 1920]


Il capitolo - di Freud l'attrae "la psicologia del profondo" - è particolarmente attuale.

"..Il sonno è una schiavitù all'uomo. Peggio, un diritto autoritario che si piglia la natura di eliminarci per un certo tempo dal suo moto e dalla sua vita particolari,..nell'ammonirci a non pretenderla troppo a padroni e nel rammentarci, sera per sera, che tale moto non gli appartiene affatto e che lui non può far altro che parteciparvi servilmente..

La natura non solo fa sì di allontanare ogni tanto l'uomo dalla sua presenza, inabissandolo nel sonno, ma provvede ancora a distrargli la mente da ogni cura terrena, durante le ore in cui essa lo riduce all'inerme passività. E, per volgergli altrove quel po' d'attenzione che gli potesse restar sveglia e attiva, a fine di fissargli la mente in visioni confuse e irreali, quelle soste essa gli ha popolato di sogni.".


Vita dei fantasmi ["Rivista di Firenze", I, VIII-XII, Febbraio 1925]


Di notte, "sul margine del sogno", è visitato da Mercurio, che, da quello di anime all'Ade, fa  a lui da psicopompo d'un fantasma "..- Il quale è un fantasma giovane e alle prime armi: innocuo,,.ma domani, adulto, vecchio, guardati da lui! Emigrerà da questi climi troppo settentrionali e felici..Tirano questi reietti verso le contrade più sterili, si raccolgono nei terreni inferitili e combusti, popolano le rene dei deserti. Fantasmi del sud, impavidi e voraci! Attorno ai loro covi il suolo si asciuga, l'erba impallidisce e muore, ogni vita si spegne, la terra si sbianca e si copre d'ossami, come intorno le tane delle fiere. Quella è la sede, il regno dei fantasmi: livella, spegne, distrugge lentamente ma inesorabilmente: cresce, si estende, si proroga: sale.

Un giorno le larve delle creature che l'eternità rifiuta, avranno consumato ogni vita sul nostro pianeta. Nello spazio silenzioso, la terra, fredda e canuta, continuerà a ruotare inutilmente, trascinando con sé tutto un popolo torbido e vano di fantasmi.-".


La morte di Niobe ["Rivista di Firenze, II, 1, Maggio 1925]


Nella mitologia, Niobe, burlatasi della dea Latona, che ne aveva solo due: i gemelli Apollo e Diana, ebbe i sette figli e le sette figlie, i Niobidi, uccisi da questi con gli archi. Niobe, in lacrime, si tramutò in un blocco di marmo, da cui scaturì una fonte.