Hugo von Hofmannsthal, EDIPO E LA SFINGE

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Hugo von Hofmannsthal, EDIPO E LA SFINGE, @ Oedipus und die Sphinx, 1906, traduzione di Claudio Groff, Introduzione: 'Tragico cammino', pp.5-17, di Elisabetta Potthoff, Minano, Mondadori, 1990, pp.1-15

L'altra rivisitazione - con "Elettra" -  del mito.

 


("Immediato cambio di scena.

Un altro punto del monte. Piattaforma aperta che precipita verticalmente da tutti i lati, solo a sinistra ghiaie e crepacci. [da cui la Sfinge, riconosciuto in Edipo chi sogna i "sogni profondi" del parricidio e dell'incesto, si suicida gettandosi] Nessuna vegetazione, buio.)

(Qualche stella luccicante in cielo. L'occhio distingue solo le grandi forme)

[Edipo] (col viso stravolto, non riesce a dominarsi, si regge alle pietre, vacilla e quasi cade a terra)

(il suo sguardo che erra smarrito vede le stelle)

(cupamente grandioso)

[Laio] (Non grida mai, in nessun punto. Più diventa rabbioso, più le sue minacce si fanno terribili, più deve parlare a bassa voce. Edipo può parlare in tono più acceso quanto più cade in preda alla pena e a una disperata angoscia. Tutta la scena è giocata su questo contrasto. Se entrambi gridano, la scena è rovinata.)

[Scena di popolo] (Il popolo va senz'altro trattato come un organo)..

(Il grande discorso finale di Edipo perderebbe vigore interno se il personaggio fosse costretto a gridare: quindi uno smorzarsi fino al silenzio assoluto di qualsiasi altra voce deve preparare e agevolare l'attacco del discorso.) [da: Istruzioni di scena, pp.151-153]