Jules Barbey d'Aurevilly, IMPRESSIONI DI STORIA E DI LETTERATURA ITALIANA

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Jules Barbey d'Aurevilly, IMPRESSIONI DI STORIA E DI LETTERATURA ITALIANA, traduzione e Prefazione, pp.5-8, di Ubaldo Scotti, Lanciano, Carabba editore, 1914, pp.1-141

 


Confluite nei ventisei volumi di critica di "Les hommes et les oeuvres", Genève, Slatkine Reprints, 1968, in corso di parziale traduzione mia o di Caroline Monin, insegnante di francese.


<A proposito del libro di Edmondo Magnier: Dante et le Moyen Age> [da: 'Littérature étrangère']

"  Pur ammirando le incomparabili bellezze che la Divina Commedia racchiude, egli ha osato dirne, quando le ha vedute, le imperfezioni. Poi, il Magnier ha cercato di porre per ordine di merito le tre parti del poema prodigioso: secondo lui, il Paradiso è la parte letterariamente più bella, come l'Inferno rimane letterariamente la più popolare..

Ma l'inferno non ha avuto ancora il suo poeta, né lo stesso Dante lo è. Dante, con tutto il suo genio, con gli influssi divinatori di cui il Cattolicismo aveva imbevuto il suo pensiero, non è il poeta dell'inferno cristiano.

Saturo d'antichità come gli altri, ci ha dato un inferno della Rinascenza, un inferno mitologico. Non senza ragione, egli ha scelto Virgilio per duce e maestro, fra quelle ombre su cui l'Eneide riflette la sua luce meridiana. Ma v'è di più.

L'inferno, che egli riempie della sua personalità tormentata e de' suoi odi implacabili, non è che una forma sublime scoperta dal genio della vendetta. Senza i suoi nemici politici, senza quei papi che egli osava dannare, non parendogli bastante insultarli e maledirli, Dante, questo Giovenale del Medioevo, questo storico più grande di Tacito, non avrebbe pensato mai a ficcare il suo sguardo profondo in questa concezione dell'inferno, la cui visione si mescola in lui ad altre immagini, e che egli ha falsato a profitto dei suoi odi e sotto la sferza dei suoi dolori.".


<Da: Premier Memorandum. E anche: a proposito del libro: Il Principe, tradotto da Giuseppe Delaroa> [da: 'Portraits politiques et littéraires']

"..Tutto il mondo sa che Il Machiavelli non ha voluto che fare l'apologia della forza; ha voluto cercarne le leggi, spiritualizzandone l'azione mescolandola con l'astuzia, la quale, è pur vero che è una delle forze dello spirito - sì, ma quando lo spirito è terra terra! Voler render la forza, di brutale com'è, di bestiale, spirituale, saggia ed accorta, scrivendone il trattato, fissandone la giurisprudenza, mettendo a suo servizio il genio, era un'opera diabolica nell'intenzione, almeno, ma per la quale occorreva lo spirito, non già d'un diavolo, ma di cinquecento! Apriamo il libro: come se l'è cavata il Machiavelli?

Se l'è cavata come quei tali che il Rabelais, che era ben più forte di lui, chiama gli 'estrattori di quintessenza'. Egli s'è maestosamente chiuso in alcune idee generali, cose vaghe o primitive, stupide e sfacciate, ed ha costruito su delle tautologie, raddoppiando intorno a sé i paralogismi. In una parola, come quel tal medicastro della commedia che diceva che l'oppio fa dormire perché possiede una virtù dormitiva, egli ha sempre risposto a una domanda con una domanda, il che anche nel sofisma è il colmo dell'impotenza.".


<A proposito della traduzione dei Canti fatta da Valerio Vernier> [da: 'Littérature étrangère']

"..In Francia, dove s'inghiottono gli stranieri senza masticarli, come le ostie, e dove i noiosi sembran maestosi e s'impongono, Leopardi riuscì meglio per la sua doppia qualità di noioso e di forestiero, questo studioso malato, - che, nonostante il suo nome, non fu in nessun modo un leopardo, e neppure un gatto, l'ultimo dei cadetti della razza felina, ma fu un semplice e pacifico topo di biblioteca, che faceva dei versi, come faceva un commento su Epitteto, e con lo stesso processo!".


<A proposito del libre di Giulio de Bréval: J. Mazzini, jugé par lui meme et par ses amis> [da: 'Portraits politiques et littéraires']

"..Mai forse, in nessun paese e in alcun tempo, vi fu un più grande trangugiatore di formule di questo italiano che ha trovato il modo per riuscire, nonostante l'incantevole attrattiva della sua lingua materna, se non del suo linguaggio, più nebuloso d'un tedesco, dell'odiato tedesco. Dio e il popolo applicati a tutto, la sintesi, le vie dell'avvenire, il popolo sovrano, ecc. ecco di quali luoghi comuni, vuoti d'ogni ispirazione e d'ogni senso vitale, si compone il bagaglio di quest'uomo che ucciderebbe nella noia il riso del Rabelais.".


<A proposito delle Lettres de Silvio Pellico, con introduzione di A. de la Tour> [da: 'Littérature épistolaire]

"..Si tratta d'un libro, il meno libro dei libri, che, in alcune pagine d'un'infinita semplicità, spegne una gloria pericolosa ch'era stata accesa come un faro sulle mura dello Spielberg. Noi non vogliamo render conto letterariamente d'un libro che è un'azione, anzi un succedersi d'azioni, perché è una confessione continua.

Per il tono, per la vita morale che vi circola, per lo sdegno di tutto quel che non è la volontà di Dio, questa raccolta di lettere sta sopra ad ogni critica. Abbiamo soltanto voluto segnalare questa pubblicazione, storicamente importante, dopo lo scandalo di lacrime delle Prigioni.".


<A proposito della Storia dei cent'anni> [da: 'Philosophes et Ecrivains religieux et politiques']

"D'esser un potente ragionatore storico, è un rimprovero che non sarà mai mosso a Cesare Cantù, di cui Amedeo Renée ha tradotto e traduce ancora la Storia dei cent'anni..

Renée gli ha fatto l'onore della lingua francese ed in tal modo che il Cantù sarà ormai letto in Francia, più per il suo interprete che pe' suoi meriti. Ora, il Renée aveva un criterio troppo alto e troppo sobrio ed una coscienza storica troppo pura per lasciar correr sotto la sua penna la corrente dei fatti senza critica e senza scelta che s'accavallavano e si cozzavano nel racconto diffuso del Cantù. E con una rara imparzialità di giudizio, in dotte note che chiariscono il testo, lo discutono o l'infirmano, egli s'è opposto a idee senza giustezza e ad asserzioni senza valore.".


<Boccaccio> [da: 'Les romanciers'>

"Il Boccaccio è la fantasia più italiana che sia mai esistita fra le sottili immaginazioni d'Italia, queste rose dell'Arno! Fiore immarcescibile di freschezza e di profumo, del quale il La Fontaine fu l'ape, il Boccaccio è una fantasia talmente leggiera, nel senso d'areiforme e di luminoso, che il La Fontaine, suo imitatore, il sorseggiatore di quella coppa diafana, il nostro incomparabile La Fontaine, nonostante i suoi doni meravigliosi di grazia e di linguaggio, sembra grossolano nella sua allegria divertente, quando si sente il suo riso gallico e lo si paragona all'etereo sorriso della fantasia del Boccaccio!".