Paul Valery, DEGAS DANZA DISEGNO

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Paul Valery, DEGAS DANZA DISEGNO @ Parigi, Gallimard, 1938, traduzione e Prefazione, pp.5-15 di Beniamino Dal Fabbro, Milano, Feltrinelli, 1980, pp.1-136

 


“..Come il vero credente non ha a che fare che con Dio, nei cui riguardi non ci sono sotterfugi, gherminelle, combinazioni, collusioni, atteggiamenti o infingimenti che tengano, tale egli rimase, intatto, immutabile, unicamente ligio all'idea assoluta che aveva della propria arte. Non altro voleva se non quanto di più arduo trovasse da ottenere da se medesimo..”


“..Degas non ammetteva discussione quando si trattasse di Ingres. A chi gli diceva che quel grand'uomo rendeva i volti come di zinco rispondeva: - Può darsi... ma è uno zinco di genio. -”


“..Ogni opera di Degas è seria.

Per quanto piacevoli e faceti potessero sembrar talvolta, la sua matita, il suo pastello, il suo pennello, non s'abbandonavano mai. La volontà domina. Il suo tratto non è mai abbastanza vicino a quanto vuole. Egli non tocca all'eloquenza né alla poesia della pittura, non cerca che la verità nello stile e lo stile nella verità. La sua arte può esser paragonata a quella dei moralisti: una prosa tra le più nitide, che racchiude o articola con forza un'osservazione nuova e verificabile.

Egli ha un bel votarsi alle ballerine; le cattura, più che lusingarle: le definisce..”


<Il linguaggio delle arti>

“..Cosa di più bello e di più positivo del linguaggio marinaro o di quello della cinegetica? Quest'ultimo, a esempio, non contiene che i nomi di quello che si puòvedere e fare in materia di caccia, tutto quello che occorre per denominare esattamente le conoscenze su una bestia da inseguire, le tracce e vestigia che si lascia dietro, sino a permettere di descrivere le sue esalazioni, che si debbono fiutare e portar via nel cavo del cappello o nel padiglione della tromba. Ma non v'è nulla in questo vocabolario, non più che in quello dei marinai, che insensibilmente impegni l'intelletto nella minima metafisica: infatti in queste arti non si tratta che di raggiungere l'esecuzione più pronta e più sicura. Si sa quel che si vuole.

Simili linguaggi tendono a esprimere esattamente il minimo particolare, mentre quello delle grandi arti mena sempre a eterne incertezze e ad ambiguità invincibili. Si discute ancora come se, sino ad oggi, non si fosse mai dipinto, disegnato o scritto. Lo stile, la forma, la natura, la vita e altri nomi d'azzardosi errori vengono a prendersi gioco delle menti e a formare davanti ad esse infinite combinazioni eccitanti e vane, mentre non si può nulla intendere né leggere su quello che è..

Nulla di più sbalorditivo di certi assiomi o programmi d'artisti, tutti carichi di filosofia, di considerazioni talvolta matematiche e sovente ingenue, invocate con lo scopo di preparare all'intelligenza delle loro opere e a disporre il pubblico a sostenerne la vista. Invece proprio la vista, nelle arti, deve introdurre da sola al godimento, e se vi sia qualche idea da suggerire, condurvi con le sue percezioni..

Per tornare alla questione sì interessante del linguaggio specializzato, non posso impedirmi di ricordare al lettore che i popoli primitivi o selvaggi, in cui le facoltà d'osservazione stanno alle nostre come l'olfatto del cane a quello dell'uomo, sviluppano il loro vocabolario sul numero delle sfumature che colgono negli stati delle cose o degli esseri. Il compianto scienziato norvegese Nordenskjold, che ha esplorato tre o quattro anni or sono la regione di Panama, riferisce che gli indigeni Cunas, abitanti del paese, hanno nomi per la diversità di pieghe delle foglie secondo l'ora e il vento, e che non possiedono meno di quattordici verbi per designare i quattordici movimenti di testa dell'alligatore.

Non so se i pittori abbiano altrettanti termini per tutte le maniere di tener o di maneggiar il pennello, o anche per tutti i modi d'intervento dell'occhio nel loro lavoro. Ne dubito, ma non dubito che si meraviglino e anche se la godano per quest'osservazione che ho fatto, più ingenua che ho potuto.”


<Crepuscolo e finale>

“..Non è una specie pressoché scomparsa, oggi, questa, dei personaggi difficili e incorruttibili? L'epoca è dura per gli originali. Vi s'osserva sempre meno lo sdegno per il gran numero. L'individuo sta morendo, incapace di sostenere lo stato di dipendenza eccessiva che le immense e innumerevoli connessioni e relazioni, in cui s'organizza il mondo moderno, gl'impongono. Degas, una sera, burlava Forain che era corso, chiamato da un campanello imperioso, al telefono. - Questo è il telefono? Ti suonano, e tu vai...- Sarebbe facile generalizzare la sarcastica formula: - Questa è la gloria? Ti citano, e tu credi d'esser qualcosa...-

Ma Degas rifiutava questa gloria di forma vaga e fittizia, quella che generano i prestigi statistici della stampa; disprezzava le lodi di coloro a cui proibiva di poter intender qualcosa dell'arte sua. Glielo gridava sotto il naso.”