Indro Montanelli, I LIBELLI

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Indro Montanelli, I LIBELLI, Avvertenza di I.M., pp.5-7, Milano, Rizzoli, 1975, pp.1-287

 


p.9 MIO MARITO CARLO MARX @ Longanesi 1955


p.79 IL BUONUOMO MUSSOLINI @ Edizioni Riunite 1947


p.189 ADDIO WANDA @ Longanesi 1956


“Quando, nella Milano dell'immediato dopoguerra, ribollente di passioni partigiane e di 'vento del Nord', uscì, per i tipi d'un editore semiclandestino, Il buonuomo Mussolini, dovetti prender il largo e restarci alcuni mesi per sottrarmi a rappresaglie. E quando, per i tipi di Longanesi, pubblicai Addio, Wanda!, mi vidi tolto il saluto da tutti coloro - ed erano vecchi amici - che vi avevo citato, e messo al bando come un infame che ne avesse leso la rispettabilità.”: Avvertenza, p.5 e sg.


<Mio marito Carlo Marx>

Pseudo-diario della baronessa Jenny von Westphalen, moglie di Marx.

“..L'editore Duncker alla fine sospese la stampa dell'opera che aveva sotto i torchi per pubblicare i due capitoli che costituivano la prima parte del primo volume della Critica dell'economia politica.

La delusione fu pari all'attesa che le apologetiche predicazioni dei tre apostoli – Lassalle in Germania, Engels e il nuovo amico Liebknecht in Inghilterra - avevano creato. In realtà quelle pagine si proponevano soltanto il problema, vecchissimo: che cosa determina il valore economico d'un dato oggetto? E la risposta era: il lavoro ch'è costato la sua produzione. Si trattava d'una scoperta vecchia come il cucco. Tutta la novità che Marx apportava era che per lavoro doveva intendersi solo quello manuale: il che costituiva una tale sciocchezza che perfino io, donna, me ne rendevo conto.

Liebknecht, appena ebbe lette quelle pagine, gli pose alcune pacate domande: - Come mai, in tempo di carestia, un pezzo di pane vale cento volte più dello stesso pezzo di pane in tempo d'abbondanza? Se fosse vera la vostra teoria, cioè se il suo valore dipendesse soltanto dalle ore di lavoro che è costata la sua produzione, esso non dovrebbe variare... A coniare una medaglia d'oro, io impiego tante ore quante me ne occorrono a coniarne una di ferro. Dovrei venderle allo stesso prezzo? -. E via di questo passo..


Tripudiò quando Bismarck mosse guerra all'Austria: perisse pure la Prussia purché con essa perissero gli odiati 'piccoli maiali' socialdemocratici..

La battaglia di Sadowa in otto ore mise in ginocchio l'Impero Austriaco scacciandolo definitivamente dalla Germania. L'indomani stesso Bismarck, colui che Marx aveva chiamato 'quell'imbecille', il 'Junker pieno solo di vuoto' eccetera, porse la mano al nemico battuto e concesse il suffragio universale..

In tutto il mondo spirava l'aria d'un liberalismo che avviava a soluzioni riformiste e progressive i grandi problemi sociali posti dalla rivoluzione industriale.

Carlo scriveva e scriveva per portar a termine, delle tante che gli erano naufragate nelle mani, l'unica impresa che avesse ancora qualche possibilità di successo: la composizione del suo Vangelo. Di nuovo il corpo gli s'era ricoperto di piaghe purulente. Nessuno saprà mai in mezzo a quali garze e bende fetide di marcio furono composte le ultime pagine del Capitale.”


<Il buonuomo Mussolini>

Pseudo-testamento di Mussolini.

“..E vengo senz'altro al drammatico finale della mia carriera: quello che mi sarà certamente più e più violentemente rimproverato. Senza Skorzeny, non so come sarei finito: coimputato nel processo dei criminali di guerra, forse; ma più probabilmente ancora, comandante d'una banda di partigiani, a simiglianza di molti miei gerarchi, o attore a Hollywood, come pronosticava De Filippo. Mai più supponevo d'appiccicare un codicillo alla mia carriera politica, quando l'aliante dei paracadutisti tedeschi venne a posarsi, incredibilmente, in cima a quella vetta.

Dapprima sorrisi dell'inguaribile romanticismo salgariano del mio amico Htler che veniva con quella romanzesca avventura a salvare il suo Kamarade; fu a bordo dell'apparecchio liberatore che venni sommariamente informato e mi sentii agghiacciare..


Venne il processo di Verona. La sentenza era già stata dettata da Hitler prima che il dibattimento s'aprisse. Fu per me il momento più difficile. Dovevo avallare anche quell'infamia?..

Sì, lo dovevo. Nonostante la caparbietà che mostravano i miei sudditi nell'autolesionismo, io dovevo continuare a 'incoraggiare' quelli fra essi che tuttora mi consentivano di farlo, opponendo ai tedeschi l'unica resistenza ch'era giusto e dignitoso opporre: quella passiva..

Da quel momento in poi non ho più vissuto. Ho soltanto meditato.

Mi sarei dunque ingannato? La sublime Italia che non uscì dalle mie vittorie, non uscirà nemmeno dalla mia disfatta? Che cosa ci vuole, dunque, per renderlo grande, questo Paese?

Ma una voce dal fondo della mia coscienza mi dice che questo dubbio è ingiusto, che io ho scelto la strada buona e che la grandezza d'un popolo è un frutto che ha bisogno di lunga e lenta maturazione. Io stesso avevo previsto nei miei colloqui col Re che l'indomani della sconfitta avrebbe presentato un panorama orribile. Ma non è il domani che conta; è il dopodomani..

Parliamoci chiaro, amici italiani: il fascismo è lo strumento che l'Italia ed io abbiamo forgiato per render innocuo un cancro che oramai rode la civiltà contemporanea. Il totalitarismo, le democrazie credono d'averlo vinto loro coi loro cannoni e le loro bombe atomiche. Presuntuosa menzogna! L'abbiamo debellato noi, e sia pure soltanto per vent'anni, abbiamo noi umanizzato il mostro facendolo protagonista d'un'operetta. Fra i totalitarismi di domani, che fasceranno la terra intera del loro sudario di divieti e di obblighi, e che le attuali democrazie avranno contribuito più d'ogni altro a instaurare, il fascismo brillerà nel ricordo degli uomini, se non come il più civile modo di vivere, certo come il più gentile modo di morire, della libertà.

Sono grato alla sorte per avermi concesso d'esserne stato io il protagonista.”


<Addio, Wanda!>

Pamphlet dato alle stampe nel 1956, quando la legge Merlin abolì le case di tolleranza.

Ne sono protagoniste Wanda, una tenutaria di case chiuse - realmente esistita: si chiamava Wanda Senigalliesi - e una sua - immaginaria - figlia, Evelyna, da lei allevata, in una villetta a Messina, “come in un piccolo serraglio”- “Essa non entrava in dimestichezza con le prostitute che a mezzogiorno e alle otto di sera, quando tutte si riunivano in sala da pranzo per i pasti.” - che, ucciso il marito sorpreso con la serva, rinchiusa ad Aversa nel manicomio criminale e processata a Napoli, determina, sui giornali e nei partiti, pronunciamenti pro e contro di sé.

“..Sì, la gran battaglia che scuoteva l'Italia era quella. La battaglia del casino. E la faccenda di Evelyna non ne costituiva che l'occasionale pretesto. Era la liquidazione di questa gloriosa istituzione operata da un governo a rimorchio della proposta Merlin e del moralismo della sinistra democristiana, che aveva provocato la crisi e ora dava il via alla rivolta..


Nelle parole di Carlo Delcroix, cieco di guerra, Medaglia d'Argento al valore del '15-'18, deputato monarchico, “Era nell'accogliente affetto di quelle 'pensioni' peripatetiche che seguivano gli eserciti nelle avanzate e nelle ritirate, sempre a ridosso della prima linea, sempre pronte a offrire una consumazione gratis al ferito, al decorato, al reduce stanco, che aveva incubato la volontà di resistere prima, e poi di vincere.”