Joseph Joubert, DIARIO

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Joseph Joubert, DIARIO, traduzione e Prefazione, pp.VII-XIII, di Mario Escobar, Torino, Giulio Einaudi  Editore, 1943-XI, pp.1-150

 


Joubert (Montignac-le-Comte,1754-Parigi, 1824), durante l'epoca imperiale fu nominato ispettore generale delle scuole, funzioni che abbandonerà alla Restaurazione. Non pubblica nulla in vita. A collazionare e a pubblicare postumi i suoi "Pensieri" fu l'amico Chateaubriand.


Questi pensieri più che la base della mia opera sono la mia vita stessa.

[p.78]

Io sono come un'arpa eolia che dona suoni incantevoli,

ma è incapace di coordinarli in un'unica musica.

[p.134]

Come Montaigne io sono inadatto al discorso continuo.

[p.109]


<Etnologia>

Il popolo ha un profondo rispetto e una specie di venerazione per il pane.

Non so se si potrebbe costringerlo a commettere qualsiasi altro atto sacrilego piuttosto che farglielo calpestare.

Sono anzi profondamente convinto che se un sovrano meditasse un'azione così pazzesca desterebbe un sentimento d'orrore che nulla potrebbe attenuare, e finirebbe col provocare una violenta ribellione tra i sudditi. O re della terra, divorate pure fanciulli e poi dormite tranquilli, ma non azzardatevi a profanare il pane del popolo, perché morreste di mille morti.

E se il popolo lo circonda forse di tanto rispetto non è soltanto perché del pane si nutre, ma perché il pane l'ha seminato, coltivato, falciato, vagliato, tritato, macinato, e soprattutto perché ce n'è poco.

Io non so se un selvaggio possa venerare la manioca con quel senso di religioso rispetto che l'europeo avverte in sé nei confronti del pane.

La religione che nascose Gesù sotto le apparenze del pane non avrebbe potuto scegliere un segno più commovente. Solamente per questo era degna d'esser la religione dei diseredati.

Perfino i negri dicono che i buoni hanno l'anima bianca.


<Natura>

Se c'è qualcosa di triste nel mondo è un pioppo sui monti.


Sono più belle le stelle contemplate dagli occhi, che osservate al telescopio che ci priva d'ogni nostra illusione.


Le oche: barchette animate.


Il gattino, per non perdere l'illusione, lievemente sfiora con la zampetta la pallottola di carta in cui vede il topo.


Si ha un bel dire il contrario, ma il gallo ha un non so che di ridicolo. Con la sua aria spaccona vero re da cortile.


Soltanto la rugiada, acqua che viene dal cielo, può rimanere in gocce e brillare.


Poco m'interessano queste piante sempreverdi che nulla temono perché non hanno nulla da perdere. Mi sembrano perfino insensibili: m'è impossibile amarle. La loro strana verdezza ha un non so che di gelido, e funereo è il loro aguzzo, coriaceo e spinoso fogliame.


<Costume>

Siete capaci di comprendere coloro che tacciono?


La disposizione degli animi alla pietà aumenta con gli anni e s'irrobustisce per il disfacimento delle passioni e il disgusto dei sensi. Ogni virtù soltanto umana, diminuisce invece e ristagna.


La cortesia è l'arte d'annoiarsi senza infastidirsi, o, se preferite, quella di sopportar la noia senza annoiarsi.


L'amicizia è una pianta che deve saper superare la siccità.


Si dice che le anime non hanno sesso, ma certamente invece l'hanno.


Vi sono alcune idee che provengono dal cuore. Senza ferme opinioni non si hanno sentimenti costanti.


Bisogna lasciare sempre libero e sgombro, nella nostra mente, un cantuccio in cui accogliere e far dimorare, sia pur per breve tempo, le idee degli amici. Bisogna aver insomma un'anima e un cuore ospitali. Perché alla fine riesce insopportabile parlare con uomini il cui cervello assomiglia a uno stabile dove tutti gli appartamenti son stati affittati.


Se la pietà non è accompagnata dall'umiltà, inevitabilmente si trasforma in orgoglio.


Per conoscere gli uomini bisogna arrischiare qualcosa. Chi non risica non rosica.


In me, una metà di me si burla dell'altra.


.<Letteratura>

Ogni suono deve risvegliare nella musica un'eco, come qualsiasi figura deve muoversi nell'aria, in pittura. Anche noi che cantiamo con i nostri pensieri e coloriamo mediante il linguaggio, dobbiamo dare, stilisticamente, ad ogni frase e ad ogni parola, un'eco ed un orizzonte.


Questi rudi Romani dovevano aver un orecchio ben duro se, per indurli ad ascoltar quel ch'è bello, bisognava lusingarglielo a lungo. Da ciò il tono oratorio che perfino i loro storiografi tradiscono. I Greci, invece, eran dotati d'organi perfetti che reagivano subito, e che a volerli commuovere bastava appena toccare e quando scrivevano raggiungevano quella purezza stilistica e quella stringatezza a cui lo scrittore s'atteneva informandosi alla massima: Nulla di troppo. Una grande varietà di pensieri unita a una grande chiarezza, parole appropriate e ricche d'una segreta armonia è il carattere essenziale e peculiare della loro letteratura.


Bisogna usare, per la vita, tutti gli accorgimenti che usiamo per i nostri scritti, armonizzando il principio con la parte centrale e la fine. Siamo costretti, per questo, a molte cancellature.


Una sola parola può illuminare talvolta tutto un discorso.


Non confonder ciò ch'è limpido con ciò ch'è soltanto intelligibile, con ciò che si può, cioè, facilmente comprendere.


La conoscenza dei libri è, per un sapiente, ciò che la conoscenza del mondo per gli altri uomini.


Questi critici non sanno valutare e distinguere i diamanti grezzi o l'oro in lingotti. Non s'intendono, in letteratura, che di ciò che ha un corso legale, di sole monete. La critica di questi mercanti è fatta di bilance e bilancette, non conosce crogiuoli e pietre di paragone.


E' da molto tempo che la frivolità dello stile ha raggiunto, presso i nostri scrittori, la perfezione.


Bisogna leggere lentamente e con molta pazienza (vale a dire con molta attenzione) gli antichi, se se ne vogliono gustare - quando si studiano - i capolavori.


Svalutare e bandire dal linguaggio, come consunte monete, quelle parole, di cui gli uomini abusano, e che finiscono per ingannarli.


Libri che non hanno alcunché d'essenziale, ma sono zeppi di cose superflue.


Se non vedo più luce io mi fermo: io non so scrivere a tentoni.


Chi chiamasse sempre un gatto '"un gatto" sarebbe indubbiamente un uomo franco e forse anche un brav'uomo, ma non un eccellente scrittore, ché per esser tale non basta usar termini propri e appropriati, non basta esser limpido e intelligibile, ma è necessario incantare, sedurre, e donare illusioni agli occhi di tutti. Illusioni - si badi - non illusioni che snaturando gli oggetti c'ingannino.


Le parole, come i vetri, offuscano tutto ciò che non aiutano a far meglio vedere.


Si dice che esagera chi fa un'analisi troppo spietata del male, e che abbellisce colui che al bene dà troppo rilievo. La realtà invece è questa: che colui che abbellisce non snatura, ma perfeziona; chi esagera, invece, deforma.


<Religione>

Tra i vostri mobili abbiate un inginocchiatoio.


Il secolo in cui io vivo è tormentato dalla più terribile di tutte le malattie dello spirito: la nausea della religione.


La filosofia s'esaurisce nel conoscere, la religione ci trascina ad agire.


Il sacrificio del salario è il sacrificio che il povero, col suo riposo, offre a Dio nei giorni di festa.


Non solo eterni tormenti (questo sarebbe nulla), ma l'eterna perversità dello spirito.