Virginia Woolf, PER LE STRADE DI LONDRA

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Virginia Woolf, PER LE STRADE DI LONDRA, traduzione di Livia Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, Milano, Il Saggiatore, 1974, pp.1-304

 


p.7  Sul fatto di non sapere il greco

p.21  Addison

p.31  Jane Austen

p.47  Il punto di vista russo

p.53  I romanzi di George Meredith

p.63  "Io sono Christina Rossetti"

p.70  I romanzi di Thomas Hardy

p.81  Come dobbiamo leggere un libro?

p.95  Passeggiando per le strade di Londra

p.107  Madame de Sévigné

p.112  L'uomo al cancello

p.118  Sara Coleridge

p.124  Le lettere di Henry James

p.134  Lettera a un giovane poeta

p.148  Pensieri di pace durante un'incursione aerea

p.155  Quando si è malati

p.167  Davide Copperfield

p.172  Il romanzo negli Stati Uniti

p.183  La torre pendente

p.204  Visitando una galleria - Quadri

p.209  Una stanza tutta per sé


I saggi sono tratti da: "The Common Reader, First Series" (1925); "The Common Reader, Second Series" (1932); "The Moment and other Essays" (1947); "The Death of the Moth" (1942).


Come dobbiamo leggere un libro?

"..Converrà forse dire che la letteratura è un'arte molto complessa e che è improbabile che noi si possa riuscire, anche dopo un'intera vita dedicata alla lettura, ad aggiungere qualcosa di valore alla critica di questa letteratura.

Dobbiamo restare lettori, non saremo mai investiti dall'addizionale gloria spettante a quegli esseri eletti che oltre a essere lettori sono critici. Tuttavia rimane la nostra responsabilità di lettori e anche la nostra importanza. Le nostre valutazioni e i nostri giudizi pervadono l'aria e diventano parte di quell'atmosfera che respirano mentre lavorano. Viene così creata un'influenza che agisce su di loro, anche se non assume la consistenza della stampa.."


L'uomo al cancello

"..Quando leggiamo la 'scrittura al galoppo' delle lettere scritte a Highgate nel 1820 [v.:The collected letters of S.T. Coleridge, voll.6, Oxford, Clarendon Press, 1966-1971], ci sembra spesso di stare leggendo gli appunti per una delle ultime opere di Henry James. Egli è il progenitore di tutti coloro i quali hanno cercato di rivelare la complessità, di scoprire le pieghe più sottili dell'animo umano. Le sue lunghe frasi, forate da parentesi, che si espandono con un trattino dopo l'altro, rompono i loro argini nello sforzo d'includere, qualificare e suggerire tutto ciò che Coleridge sente, teme e intravede..Lusingate, accarezzate, gettate a piene manciate, le parole rendono quelle frasi scintillanti che pendono come frutti maturi dal multifogliato albero della sua immensa fluidità di discorso. 'Ciglia aggrottate, contemplatore delle scarpe, strano': ecco descritto Hazlitt. Oppure il dott. Darwin: 'Era come un colombo che sceglie il grano per evacuarlo con qualche aggiunta escrementale'..

Quando quella voce cessa, un giorno di luglio del 1834, sentiamo d'aver perduto qualcosa di caro. e non sappiamo se è per qualche ora o per qualche anno che quest'uomo corpulento, in piedi accanto al cancello, si è lasciato trascinare dal suo appassionato soliloquio, mentre i suoi 'grandi occhi dolci' dal 'peculiare aspetto di nebbia o di sogno che si mescolava alla loro luce' si fissavano su una visione lontana, la quale era riuscita a riempire pochissime pagine di poesia in cui ogni parola è esatta e ogni immagine chiara come un cristallo."


Quando si è malati

"Quando si pensa all'universalità delle malattie, ai tremendi cambiamenti spirituali che esse provocano, alle stupefacenti contrade vergini che ci vengono svelate appena si spengono le luci della salute, alle rovine e ai deserti dell'uomo che la più leggera influenza ci svela, ai precipizi e ai prati cosparsi di fiori coloriti che un minimo aumento della temperatura ci può scoprire, alle antiche e tenaci querce che in noi vengono sradicate per opera della malattia; a come sprofondiamo nell'abisso della morte e sentiamo chiudersi sulle nostre teste le acque dell'annichilazione e ci svegliamo credendo di trovarci davanti agli angeli e agli arpisti, quando ci tolgono un dente e ritorniamo a galla nella poltrona del dentista e confondiamo il suo - Può sciacquarsi, può sciacquarsi la bocca - con l'accoglienza d'una divinità scesa dalle alture del cielo per darci il benvenuto; quando pensiamo a tutto questo, il che purtroppo non di rado succede, ci stupisce il fatto che alla malattia non sia stato assegnato, assieme all'amore, alla guerra e alla gelosia, un posto fra i supremi argomenti della letteratura. Sarebbe logico che i letterati avessero dedicato qualche romanzo all'influenza; qualche poema epico alla febbre tifoidea; qualche ode alla polmonite; qualche lirica al mal di denti. Invece no; salvo pochissime eccezioni - il tentativo di De Quincey nelle Confessioni d'un mangiatore d'oppio; d'altronde si potrebbe fare un volume o due soltanto con le pagine che Proust ha dedicato alle malattie - la letteratura fa del suo meglio per dimostrare che la sola cosa che le interessa è l'animo; che il corpo è come un volgare pezzo di vetro attraverso il quale si può vedere chiaro e netto lo spirito, e che, salvo una o due passioni, come la gola e il desiderio carnale, questo corpo è trascurabile, perfino inesistente. Eppure la verità è tutt'altra. Sia di giorno che di notte il corpo sempre interviene; confonde o chiarisce, colorisce o scolorisce, diventa cera sotto il caldo di giugno, duro sego nella foschia di febbraio. L'essere che vi è dentro può solo guardare attraverso il vetro, sporco oppure roseo; non si può separare dal corpo, nemmeno un istante, come il coltello dal fodero o il pisello dal guscio; deve subire l'interminabile sfilata di variazioni, dalla comodità alla scomodità, dalla fame alla sazietà, dalla salute alla malattia, finché arriva l'inevitabile catastrofe; il corpo si frantuma in mille pezzi, e l'anima (così dicono) scappa via. Ma la cronaca di questo quotidiano dramma non esiste. Gli uomini scrivono sempre sull'attività mentale; sui pensieri; sui nobili progetti di questa mente, e su come essa è riuscita a civilizzare l'universo..E un ultimo ostacolo alla descrizione delle malattie nella letteratura è la povertà della lingua. La lingua inglese, che può esprimere i pensieri d'Amleto e la tragedia di Lear, non possiede parole per descrivere i fremiti e il mal di testa. E' cresciuta in una sola direzione. Se una semplice ragazzina s'innamora, può esprimere i suoi sentimenti con le parole di Shakespeare o di Keats; ma non appena il malato prova a descrivere al dottore un dolore che sente nella testa, si trova quasi senza parole. La lingua non gliene offre abbastanza..Eppure non è soltanto una nuova lingua quello che ci serve, più primitiva, più sensuale, più oscena, ma anche una nuova gerarchia delle passioni; dobbiamo deporre l'amore a favore d'una febbre di trentotto gradi; gli spasimi della sciatica devono rimpiazzare la gelosia; l'insonnia farà la parte del malvagio, e il protagonista sarà un liquido bianco di sapore dolciastro: quel potente principe dagli occhi di farfalla e piedi di piume che fra i tanti nomi ha quello di cloralio [polvere bianca, solubile in acqua, usata, in medicina come ipnotico, in stati convulsivi, in malattie infettive gravi, ecc., ndc.].

Ma torniamo al malato. - Sono a letto con l'influenza -;..ed egli, il malato, si sente a un tratto innalzato sulle vette, e non ha più bisogno né degli uomini né di Dio; e un attimo dopo geme trascinandosi per terra, contento di lasciarsi calpestare da una cameriera..

Dobbiamo però confessare (e la malattia è il grande confessionale) che c'è negli infermi una puerile sincerità; dicono certe cose, lasciano scappare certe verità che la cauta rispettabilità dei tempi normali non permetterebbe mai di svelare. Per quel che riguarda la simpatia e la comprensione, per esempio: possiamo benissimo farne a meno..Non conosciamo la nostra anima, tantomeno l'anima degli altri. Gli esseri umani non fanno la loro strada, mano nella mano, insieme agli altri. In ognuno di noi c'è una foresta vergine; una distesa di neve che non è stata ancora segnata dall'impronta d'un uccello. Lì viaggiamo da soli, e non vogliamo compagnia. Essere sempre compresi, sempre accompagnati, sempre compatiti, sarebbe intollerabile. Ma, quando si sta bene, questa piacevole funzione dev'essere mantenuta; quando si è malati, invece, la finzione cessa. Non appena ci si impone il letto, oppure, sprofondati fra i cuscini della poltrona, solleviamo i piedi non fosse che un centimetro dal pavimento, smettiamo d'esser soldati dell'esercito degli eretti; diventiamo disertori. Essi vanno alla guerra. Noi ci lasciamo portare fra i relitti del fiume; ce ne andiamo allo sbaraglio, con le foglie morte del giardino, irresponsabili e disinteressati e finalmente in grado, forse per la prima volta in tanti anni, di guardarci intorno, o verso l'alto: di guardare per esempio il cielo.

La prima impressione di questo straordinario spettacolo è stranamente sconvolgente. Di solito non è possibile soffermarci a guardare il cielo. Per strada, gli altri pedoni sarebbero ostacolati e sconcertati. Quel poco che del cielo possiamo vedere è sempre mutilato da ciminiere e campanili; è soltanto uno sfondo per l'uomo, serve a dire se fa bello o cattivo tempo, tinge d'oro le finestre, e riempiendo gli spazi vuoti fra i rami s'aggiunge alla malinconia degli scapigliati platani autunnali sulle deserte piazze autunnali. Ora invece, sdraiati o coricati, con lo sguardo rivolto verso l'alto, scopriamo che il cielo è qualcosa di così diverso che in realtà ne siamo quasi scandalizzati. Ma allora c'è sempre stata quella cosa lì, continuamente, senza che noi ce ne accorgessimo!..Non possiamo lasciare che questo gigantesco cinema continui perpetuamente il suo spettacolo davanti a una sala vuota. Ma dopo un altro po' di contemplazione, un'altra emozione soffoca in noi questi rudimenti di sociale altruismo..Se tutti fossimo morti stecchiti, non per questo il cielo cesserebbe di sperimentare con i suoi azzurri e i suoi ori. Forse allora, se posiamo lo sguardo su qualcosa di molto piccolo, vicino e familiare, troveremo quell'umana simpatia. Guardiamo un po' la rosa. Così spesso l'abbiamo vista fiorire nei vasi, così spesso l'abbiamo collegata alla bellezza in fiore, che non sappiamo più come fa a permanere, ferma e tranquilla, per un intero pomeriggio sulla terra. La rosa mantiene un atteggiamento di perfetta dignità e perfetta padronanza di sé. Il rossore dei suoi petali è d'una correttezza inimitabile. Talvolta uno di questi petali deliberatamente cade; ora tutti i fiori, quelli voluttuosamente purpurei, quelli cremisi, nella cui carne di cera il cucchiaio ha lasciato una traccia di succo di ciliegia; i gladioli; le dalie; i gigli, sacerdotali, ecclesiastici; quei fiori dagli attillati colletti di cartone tinti d'albicocca e d'ambra, tutti chinano gentilmente la testa sotto le brezze; tutti, tranne il pesante girasole, che orgogliosamente accetta il sole a mezzogiorno, e forse a mezzanotte dà il rabbuffo alla luna. Eccoli tutti; e sono loro, le più calme, le più indipendenti, fra tutte le cose che gli esseri umani hanno scelto per compagni;..ed è appunto la loro indifferenza che ci riesce così confortante. Quel campo di neve nella mente, che non conosce ancora impronta d'uomo, è tuttavia visitato dalla nuvola, baciato dal petalo cadente, così come, in un'altra sfera, sono i grandi artisti, i Milton e i Pope, a consolarci non con la loro attenzione, bensì con la loro dimenticanza.."