Lev. N. Tolstoj, RACCONTI Vol.II°

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Lev. N. Tolstoj, RACCONTI  Vol.II°, traduzione di Agostino Villa, Nota al testo, pp.1045-1048, Torino, Einaudi, 1962, pp.1-1048

 


[p.1  I Cosacchi

p.175  Idillio

p.203  Polikuska]

p.267  Misura-tela

[p.311  Memorie di un pazzo

p.322  Racconti popolari]

p.367  Morte di Ivan Il’ic

p.429  La Sonata a Kreutzer

[p.513  Il Diavolo]

p.569  Il padrone e il bracciante

p.621  Padre Sergio

[p.671  Due contrastanti versioni della storia dell’arnia dal tetto di paglia

p.693  Chadzi-Muràt

p.835  La cedola falsa

p.907  Aljòsa Gorsòk

p.915  Memorie postume dello stàrets Fjòdor Kuzmic

p.939  Il divino e l’umano

p.979  Quel che m’è apparso in sogno

p.995  Non ci sono colpevoli a questo mondo]

p.1033  La Chodynka


<Misura-tela> @ 1886

E’ la storia d’un cavallo: Misura-tela.

Racconta Turgenev che lui e Tolstoj, passeggiando in un pascolo, “videro un cavallo macilento e arrembato, che non aveva neppure la forza di brucare l’erba e se ne stava immobile scacciando con la coda le mosche che lo tormentavano; i due scrittori gli si accostarono ed ecco che Tolstoj si mise a carezzarlo e intanto andava dicendo quello che l’animale, a suo parere, doveva sentire e pensare.:”: Nota al testo, p.1045.

“..Il garrese e la schiena erano tempestati di antiche sferzate, e sul didietro era ancor fresca - tumefatta e marciosa - una piaga; il nerbo della coda, nero, con le vertebre che ci affioravano, risaltava lungo e quasi nudo. Sul bruno della groppa, presso la coda, c’era - rivestita di pelo bianco - una cicatrice d’un palmo, che pareva d’un morso. Un’altra cicatrice, a taglio, faceva spicco su una scapola anteriore. Le ginocchia di dietro, e la coda, erano sudice pel disordine cronico degli intestini. Per tutto il corpo il pelame, benché corto, stava ritto all’insù. Ma, a dispetto della disgustosa vecchiezza di questo cavallo, veniva involontariamente, guardandolo, il pensiero - e un intenditore l’avrebbe subito detto - che ai suoi tempi fosse stato un cavallo di non comune bellezza..”.

Passa sotto diversi padroni. Contratta la rogna, è, dallo scortichino, sgozzato, scuoiato e squartato.


<Morte dii Ivan Il’ic> @ 1886

Ivan Il’ic è un membro della Corte d’Appello, sposato con Praskovja Fèdorovna. Diciassette anni sono trascorsi dal giorno del matrimonio, quando, in occasione del trasferimento dalla provincia a Pietroburgo, occupandosi di persona dell’arredamento della nuova casa, accomodando una cortina, cade da uno sgabello, ricevendo un colpo al fianco. Il dolore, prima quasi inavvertito, diviene costante e il suo stato va inesorabilmente peggiorando.

Finché, riaprendo gli occhi dopo una crisi del suo male, un nuovo sentimento lo assale: dimentico della sua ansia egoistica, egli ha pietà dei congiunti che s’affollano intorno al suo letto: egli vorrebbe alleviare il loro soffrire. In questo rigenerante slancio d’amore anche il suo male, anche la morte s’annulla. E Ivan Il’ic muore sorridendo.

“..In quel momento, il piccolo studente di ginnasio s’era spinto, adagio adagio, fin qua dal padre e s’era accostato al suo letto. Una mano gli cadde sulla testa del figlio. Il ragazzo gliel’afferrò, se la premette contro le labbra, e scoppiò in lacrime.

In quel momento, appunto, Ivan Il’ic era riuscito a passare dall’altra parte, aveva visto la luce, e gli s’era svelato che la sua vita era stata fuor di strada, ma ch’era ancora possibile rimediarvi..Spalancò gli occhi, e guardò il figliuolo. Lo strinse una gran pena di lui. Anche la moglie s’accostò qua. Egli la guardò. Con la bocca aperta, con lacrime non rasciugate sul naso e sulle guance, essa guardava a lui con un’espressione stravolta. Lo strinse una gran pena anche di lei. - Sì, io li sto tormentando, - rifletté.- Non hanno coraggio a pensarci, ma staranno meglio quando io morrò. -. E voleva dirlo a loro, ma non aveva la forza di pronunciare le parole..Liberar loro, e liberarsi lui stesso da queste sofferenze. - Com’è bello, e com’è semplice! - pensò..Cercava il suo antico, consueto terrore della morte, e non lo trovava più. Dov’era, essa? Quale morte? Nessun terrore c’era più, perché anche la morte non c’era più.

Al posto della morte c’era la luce..

- Finito! - disse, su lui, una voce.

Egli percepì quella parola, e la ripeté nel suo intimo. - Finita la morte! - disse tra sé. - Essa non c’è più -.

Inspirò profondamente, si fermò a metà del respiro, stese le membra, e morì.”.


<La Sonata a Kreutzer> @ 1889

La narrazione si finge narrata all’autore dal protagonista durante un viaggio in treno. A trent’anni Pozdnysev ha sposato una fanciulla che l’aveva attratto con la sua grazia e la sua purezza, ma, subito dopo il matrimonio, s’è accorto che, in realtà, tra lui e Liza, sua moglie, non esisteva che il legame dei sensi. La vita coniugale ha continuato il suo corso, finché la donna, avida di nuove sensazioni, trova un nuovo amore in un giovane violinista, Truchacevskij. Appunto la Sonata a Kreutzer di Beethoven, che i due eseguivano insieme, doveva stringere la loro amicizia. Lentamente la gelosia penetra nell’anima del marito: colti di sorpresa i due che cenano insieme, pugnala la donna. Dopo undici mesi di prigionia, sarà assolto.


<Il padrone e il bracciante> @ 1895

L’assideramento, durante una tempesta di neve, che, finiti fuori strada, coglie, a sole cinque miglia dal villaggio di Gorjàckino, cui erano diretti, sulla slitta trainata dal brado Stellatino, per la compera d’un bosco, il piccolo proprietario Vasìlìj Andrèic Brechunòv e il bracciante Nikita (che è tratto in salvo).

“…Stette ricoverato all’ospedale, Nikita, per un paio di mesi. Tre dita gli furono amputate, ma le altre guarirono, cosicché rimase abile al lavoro, e visse ancora vent’anni, dapprima lavorando a servizio degli altri, più tardi, già vecchio, facendo il guardiano. E’ morto soltanto quest’anno in casa sua, nel modo che desiderava, sotto le immagini sacre, col cero acceso tra le mani..”.


<Padre Sergio> @ 1911 (postumo)

E’ la storia d’un giovane principe, il quale, poco prima delle nozze, rompe il fidanzamento e si fa monaco. Dopo esser vissuto presso vari monasteri, si fa eremita. Una donna bella e desiderosa d’avventure, col pretesto d’aver perso la strada, si fa ospitare di notte nel suo tugurio.

L’eremita, che sta per soccombere alla tentazione, si mozza con la scure un dito della mano. La donna, sconvolta, parte e dopo qualche tempo si chiude in convento. La santità dell’eremita è ormai nota in tutta la Russia e gli si attribuiscono perfino dei miracoli. Ma la carne non è mai vinta: volendo guarire una giovane malata di nevrastenia, questa, quasi inconsciamente, l’induce a peccare. Padre Sergio fugge a piedi dalla sua cella e da allora, per espiare i suoi peccati, andrà pellegrinando per la Russia.

La scelta finale del monaco è la stessa fatta nell’ottobre 1910 da Tolstoj, che, scappato da casa tentando di chiudere la vita nella semplicità e nel silenzio, muore nella stazione di Astapovo.


“..Padre Sergio stava passando il sest’anno di vita eremitica. Aveva ormai quarantanove anni..La vita gli riusciva gravosa..S’addormentò. Ma ecco, dal sonno, destarlo una bussata alla porta; e insieme c’era una voce di donna..- Lasciatemi entrare, per amore di Cristo..- Chi siete? Perché siete venuta? - disse lui. - Ma apritemi, una buona volta! - con tono capricciosamente dispotico esclamò quella. - Sono qua mezza congelata! V’ho già detto che mi sono smarrita. - Ma sapete, io sono un monaco, un anacoreta. - Ebbene, apritemi lo stesso. Volete forse che io muoia di freddo davanti alla finestra, mentre voi starete a recitare le vostre preghiere?..- Accomodatevi, - disse lui, lasciandola passare per prima. Il forte odore, che da un pezzo non sentiva, di fini profumi, lo colpì..


- Sì, una sola opera buona, una tazza d’acqua offerta senza calcolo di ricompensa, ha più valore di tutti gli atti benefici compiuti da me per esser visto dagli uomini. Ma c’era pure, in me, una parte di desiderio sincero di servire Dio? - domandò a se stesso; e la risposta fu: - Sì, Ma tutto questo è stato a poco a poco inquinato, soffocato dall’erbaccia della gloria umana. Sì, non c’è Dio per colui che ha vissuto, come me, per la gloria umana. Andrò alla ricerca di Lui -..

Otto mesi trascorse a questo modo; nel nono, fu fermato dalla polizia in un capoluogo di governatorato, in un ricovero dove pernottava con altri pellegrini; e non avendo passaporto, fu condotto in questura. Alla domanda dov’erano i suoi documenti, rispose che lui, documenti non ne aveva, e che era un servo di Dio..Fu segnato fra i vagabondi, processato, e deportato in Siberia. In Siberia fu allogato in una fattoria, presso un agiato agricoltore: e là vive attualmente. Lavora nell’orto del padrone, fa scuola ai ragazzi, e assiste gli infermi.”.


<La Chodynka> @ 1912 (postumo)

Il breve racconto s’ispira alla tragedia occorsa al Chodynskoe pole a Mosca il 18 maggio 1896, quando, nella calca seguita alla distribuzione di pacchi-dono al popolo il giorno dell’inconorazione di Nicola II, morirono tremila persone.