Guy de Maupassant, TUTTE LE NOVELLE, Vol.II°

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Guy de Maupassant, TUTTE LE NOVELLE, Vol.II°, a cura di Bruno Dell’Amore e Alfredo Fabietti, Milano, Bietti Editore, 1952, pp.1-1242

 


Ultime centotrenta novelle.


L’amante di Paolo

Da un ‘falansterio’ di canottieri sulla Senna partono, su una iole, Paolo Baron, figlio d’un senatore e l’amante Maddalena, alla volta della Grenouillère (o Ranocchiaia), dove attracca anche un canotto, accolto dal grido: - Viva Lesbo! - degli astanti e con a bordo quattro donne, in compagnia di una delle quali, Paolina, che è stata da lei riconosciuta, Maddalena, la sera, s’allontana. Messosi alla sua ricerca Paolo, scopertele avvinte in un prato, s’annega.


L’inutile bellezza

“La ‘vittoria’ elegantissima, a cui erano attaccati due magnifici cavalli neri, attendeva dinanzi alla scalinata del palazzo.

La contessa di Mascaret apparve sulla scalinata nello stesso momento in cui il marito, rincasando, giungeva sul portone.

Si avvicinò salutandola. Chiese: - Andate a passeggio? Mi sarebbe permesso accompagnarvi? -

- La carrozza è vostra.

Senza stupirsi del tono col quale ella rispondeva, egli salì e sedette accanto a lei, poi ordinò: - Al Bosco. -..

Risalivano ora i Campi Elisi, verso l’Arco di Trionfo..

All’Opera, durante un intermezzo del “Roberto il Diavolo”..

Due amici, con il dorso volto all’orchestra, occhieggiavano, discorrendo, tutta quell’esposizione di grazia, vera o falsa, di gioielli, di lusso e di pretensioni sciorinata in cerchio tutt’intorno.

Uno di essi, Ruggero di Salins, disse al suo compagno, Bernardo Grandin: - Guarda la contessa di Mascaret come è sempre bella..E’ incomprensibile come quella donna abbia avuto sette figli.

- Sì, in undici anni. Dopo di che, ha chiuso, a trent’anni, il suo periodo di produzione, per entrare in un brillante periodo di mondanità, che non sembra molto prossimo a finire.

- Povere donne!

- Perché le compiangi?

- Perché? Ah mio caro, pensa! Undici anni di gravidanza, per una donna come quella! Quale inferno! E’ tutta la sua giovinezza, tutta la sua bellezza, tutta la sua speranza, tutto l’ideale poetico d’una vita brillante sacrificati alla legge della riproduzione.

- Che vuoi, è la natura!

- Sì, ma dico anche che la natura è la nostra nemica, ché bisogna lottare sempre contro di essa, che ci conduce senza posa all’animalità. Ciò che v’è di pulito, di bello, d’elegante, di ideale sulla terra, non è Dio che ve l’ha messo, ma è il cervello umano..

Sai come concepisco Dio? Come un misterioso organo creatore a noi ignoto, che semina nello spazio miliardi di mondi, così come un pesce unico coverebbe uova nel mare. Crea perché è la sua funzione di Dio, ma ignora ciò che fa, scioccamente prolifico, inconscio delle combinazioni di tutte le specie prodotte dai suoi germi disseminati.

Grandin, che l’ascoltava attentamente, conoscendo da lungo tempo le sorprese impensate della sua fantasia, gli chiese: - Allora credi che il pensiero umano sia un prodotto spontaneo del cieco parto divino?

- Caro mio, la prova appare a chiunque si volga intorno. Se il pensiero umano, voluto da un creatore cosciente, avesse dovuto essere quello che è diventato, così diverso dal pensiero e dalla rassegnazione bestiali, esigente, smanioso di ricerca, agitato, tormentato; il mondo creato per ricevere l’essere che siamo oggi, sarebbe forse stato questo poco confortevole piccolo parco di bestiole, questo campo per insalate, questo orto silvestre, roccioso e sferico su cui la vostra Provvidenza imprevidente ci aveva destinati a vivere nudi, nelle grotte o sotto gli alberi, nutriti della carne trucidata degli animali, nostri fratelli, o dei legumi crudi cresciuti sotto il sole o le piogge?

Ma basta riflettere un attimo, per comprendere che questo mondo non è fatto per creature come noi. Il pensiero, sbocciato e sviluppato per un miracolo nervoso delle cellule del nostro capo, tanto importante, ignorante e confuso com’è e come sarà sempre, fa di tutti noi, intellettuali, degli eterni e miseri esiliati su questa terra.

Contemplala, questa terra, come Iddio l’ha data a coloro che l’abitano. Non è palesemente e unicamente disposta, piantata e cosparsa di boschi per degli animali? Che vi è per noi? Nulla, E, per essi, tutto: le caverne, gli alberi, il fogliame, le sorgenti, il riparo, il nutrimento e la bevanda.

Così, la gente difficile come me non riesce mai a trovarsi bene. Soltanto coloro che si avvicinano ai bruti sono contenti e soddisfatti. Ma gli altri, i poeti, i delicati, gli inquieti, mai. Ah, povera gente!

Mangio cavoli e carote, perbacco, e cipolle, e navoni e ràfani, perché siamo stati costretti ad abituarvici, e anche a prendervi gusto, e perché non cresce altro, ma è un nutrimento di capre, come l’erba e il trifoglio sono il nutrimento del cavallo e della mucca.

Quando guardo le spighe d’un campo di grano maturo, non dubito che ciò sia germogliato dal suolo per i becchi dei passeri e delle allodole, ma non per la mia bocca. Masticando il pane, rubo dunque agli uccelli, come rubo alla donnola e alla volpe mangiando galline..

Ma, caro mio, gli animali non hanno null’altro da fare se non viver quaggiù. Sono in casa loro, alloggiati e nutriti, non hanno che da brucare e da cacciare o da mangiarsi l’un l’altro, secondo i loro istinti, poi che Dio non ha mai previsto la dolcezza e le abitudini pacifiche; non ha previsto che la morte degli esseri accaniti a distruggersi e a divorarsi.

Quanto a noi! Ah! Ah! Ce n’è voluto di lavoro, di sforzo, di pazienza, d’invenzione, d’immaginazione, d’industria, di talento e di genio, per render press’a poco abitabile questo suolo di radici e di pietre. Ma pensa a quel che abbiamo fatto, malgrado la natura, per insediarci in un modo mediocre, appena come si deve, appena confortevole, appena elegante, non degno di noi..

Pensa che abbiamo dovuto inventare la civiltà, che comprende tante cose, di tutte le specie, dalle calze al telefono. Pensa a tutto ciò che vedi tutti i giorni, a tutto ciò che ci serve in tutti i modi.

Per addolcire la nostra sorte di bruti, abbiamo scoperto e fabbricato di tutto, cominciando dalle case, poi i nutrimenti squisiti, i confetti, le pasticcerie, le bevande, i liquori, le stoffe, gli abiti, i letti, i materassi, le vetture, le ferrovie, le macchine innumerevoli; abbiamo, in più, trovato le scienze e le arti, la scrittura e i versi. Sì, abbiamo creato le arti, la poesia, la musica, la pittura. Tutto l’ideale proviene da noi, e anche tutta la civetteria della vita, la ’toeletta’ delle donne e il talento degli uomini che hanno finito per adornare un poco ai nostri occhi, per rendere meno nuda, meno monotona, meno dura l’esistenza di semplici riproduttori, per la quale la divina Provvidenza ci aveva unicamente animati..”


L’uomo-donna

“Quante volte sentiamo dire: - E’ grazioso quell’uomo; ma è una donna, una vera donna. - Si intende parlare dell’uomo-donna, la peste del nostro paese..

La nostra Camera dei Deputati è popolata di uomini-donne. Essi vi formano il grande partito degli opportunisti amabili che si potrebbe chiamare ‘degli incantatori’.

Sono quelli che governano con le parole dolci e le promesse incantatrici; che sanno stringere le mani in modo da cattivarsi i cuori; che sanno dire ‘mio caro’ in un certo modo delicato alle persone che conoscono meno; cambiare d’opinione senza nemmeno accorgersene, esaltarsi per ogni idea nuova, essere sinceri nelle loro credenze di banderuole. lasciarsi ingannare come ingannano essi stessi, non ricordarsi più l’indomani di ciò che hanno detto il giorno prima.

I giornali sono pieni di uomini-donne. Forse lì se ne trovano di più, ma è lì anche che sono più necessari.

Certo, ogni buon giornalista deve essere un poco donna, cioè agli ordini del pubblico, agile a seguire inconsciamente le sfumature dell’opinione corrente, ondeggiante e diversa, scettica e credula, empia e devota, millantatrice ed esperta, entusiasta e ironica, e sempre convinta pur senza credere in nulla..

L’uomo-donna, così come l’incontriamo nel mondo, è così grazioso, che vi conquide in una conversazione di cinque minuti..

L’uomo-donna è coraggioso e vile nello stesso tempo; ha più di ogni altro il sentimento esaltato dell’onore, ma il senso della semplice onestà gli manca e, le circostanze concorrendo, avrà debolezze e commetterà infamie, di cui non si renderà affatto conto; ché egli obbedisce, senza discernimento, alle oscillazioni del suo pensiero sempre impetuoso.

Ingannare un fornitore gli sembrerà cosa permessa e quasi comune. Per lui, non pagare i debiti è onorevole, a meno che non siano di gioco, vale a dire un poco sospetti; gabberà qualcuno in certe condizioni che la legge del mondo ammette; se si trova a corto di denaro, prenderà a prestito con ogni mezzo, non facendosi alcuno scrupolo poi di farsi giuoco un poco dei creditori; ma ucciderebbe con un colpo di spada, con un’indignazione sincera, l’uomo che lo sospettasse soltanto di mancare di delicatezza.”