Fiodor M. Dostoevskij, I FRATELLI KARAMAZOV

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Fiodor M. Dostoevskij, I FRATELLI KARAMAZOV, @ 1880, traduzione di Pina Maiani, Nota introduttiva, pp.3-30 e Note, pp.1345-1359, di Ettore Lo Gatto, Firenze, Sansoni, 1958, pp.1-1370

 


p.37  I FRATELLI KARAMAZOV

[p.1073  I TACCUINI PER ‘I FRATELLI KARAMAZOV’]


Storia d’una violenta inimicizia, in una piccola città della provincia russa, tra padre e figli: il vecchio Fedor Karamazov, padre di Alesa (cresciuto sotto l’influenza del vecchio monaco Zosima); Mitja (innamorato di Grunecka, amata anche dal vecchio Fedor); e Ivan, figli legittimi e di Smerdijakov, figlio illegittimo, tarato dall’epilessia, che vive in casa come servitore. Il parricidio, che Mitja non sarebbe capace di compiere, si formula nell’intimo della coscienza di Ivan, che spinge Smerdjakov ad agire. Questi assassina il proprio padre e dell’omicidio è accusato Mitja, che ha tutte le  circostanze contro di sé. Poco dopo il delitto Smerdjakov s’uccide e Mitja è condannato ai lavori forzati.

La trama, negli anni Sessanta, s’è prestata all’omonima riduzione scenica (interprete Marcello Mastroianni, regista Giorgio Strehler), in un noto teatro milanese.


<Dai dialoghi e dai sermoni dello ’Starec’ Zosima>

“..Tutt’altra cosa è la strada del monaco. Dell’obbedienza, del digiuno e della preghiera si ride, magari, ma intanto questa è la sola strada che porti all’effettiva, vera libertà: io recido via da me i bisogni superflui e non necessari, frusto e domo con l’ubbidienza la mia volontà orgogliosa ed egoista, e ottengo così, con l’aiuto di Dio, la libertà dello spirito, e insieme con essa anche la gioia dello spirito. Chi dei due sarà maggiormente capace d’innalzare una grande idea e di servirla, il riccone isolato o quest’uomo liberato dalla tirannia delle cose e delle abitudini?..”


<La feroce parodia di certi metodi della magistratura>

“..- Lasciamo da parte qualsiasi discussione su queste sottigliezze - rispose il procuratore con aria sostenuta - e torniamo al fatto, se non vi dispiace. E il fatto è appunto questo, che voi non ci avete ancora spiegato, nonostante la nostra richiesta, come mai abbiate diviso inizialmente i tremila rubli, sperperandone cioè una metà e nascondendo il resto. Per quale preciso motivo li avete nascosti? -..

- Lo sa il diavolo! Per vantarmi, forse, così, d’aver sperperato tanti quattrini. O forse per dimenticare quelli che mi ero cucito addosso. Quante volte m’avete fatto questa domanda?..

- Ma spiegatemi, era grande quell’amuleto come lo chiamate voi, che portavate al collo?

- No, non era grande.

- Di che grandezza, per esempio?

- Come un foglio da cento piegato in due, ecco di che grandezza.

- Non sarebbe meglio che ci faceste vedere i pezzi?..

- Eh, diamine! Che sciocchezze! Non lo so dove siano, per la strada me lo strappai dal collo e tirai fuori il denaro.

- Al buio?

- Perché, c’era forse bisogno della candela? Lo feci con le dita, in un momento.

- Senza forbici, per la strada?

- In piazza, mi pare, e perché le forbici? Era un cencio vecchio, si strappò subito..

- E chi vi aveva aiutato un mese fa a cucire l’amuleto?

- Non mi aveva aiutato nessuno, lo cucii da me.

- Voi sapete cucire?

- Un soldato deve saper cucire per forza, e poi qui non c’era bisogno di nessuna abilità speciale.

- Dove prendeste la stoffa, cioè quel cencio nel quale cuciste il denaro?..

- Mi pare d’aver cucito i soldi in una cuffia della padrona di casa.

- In una cuffia della padrona di casa?

- Sì, gliel’avevo presa.

- Come presa?

- Vedete, io effettivamente avevo preso una cuffia per farne degli straccetti, me lo ricordo, forse per pulire la penna. L’avevo presa senza dir nulla, perché non serviva più, e questi straccetti li avevo qua e là, così ci cucii dentro i millecinquecento rubli. Mi sembra proprio di averli cuciti in uno di questi straccetti. Era un vecchio cencio di percalle, lavato e rilavato.

- Ora ve lo ricordate bene, ne siete sicuro?

- Proprio sicuro non lo sono. Mi pare. Be’, me ne infischio!

- In tal caso, la vostra padrona potrebbe almeno ricordarsi se le manca questo oggetto, no?

- Niente affatto, non se n’è neppure accorta. Era un vecchio cencio, vi dico, un vecchio cencio che non valeva un soldo!

- E l’ago dove lo prendeste? E il filo?

- Basta, non voglio più rispondere. Ne ho abbastanza! - scattò infine Mitja, arrabbiato.

- Però, a ripensarci, è strano che abbiate completamente dimenticato in quale punto preciso della piazza buttaste via quell’amuleto.

- Domani fate scopare la piazza, forse lo troverete! - e Mitja sorrise..”