Katherine Mansfield, TUTTI I RACCONTI, Vol.I°

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Katherine Mansfield, TUTTI I RACCONTI, Vol.I°, traduzioni di Floriana Bassi, Cristina Campo, Giacomo Debenedetti e Cristina Hannau, Prefazione, pp.IX-XXI, di Lucia Drudi Demby, Milano, Adelphi, 1978, pp.1-455

 


p.1  FELICITA’  @ 1920

p.3  Preludio

p.61  Je ne parle pas français

p.97  Felicità

p.115  Soffia il vento

p.121  Psicologia

p.131  Istantanee

p.143  L’uomo senza carattere

p.161  La giornata di Mr. Peacock

p.173  Sole e Luna

p.181  Feuille d’Album

p.189  Aneto piccante

p.199  La piccola istitutrice

p.219  Rivelazioni

p.229  La fuga


p.237  GARDEN-PARTY @ 1922

p.239  Alla baia

p.287  Garden-Party

p.307  Le figlie del defunto colonnello

p.335  Il signore e la signora Colomba

p.347  La giovinetta

p.355  Vita di Mamma Parker

p.365  Marriage à la mode

p.379  Il viaggio

p.391  Miss Brill

p.399  Il suo primo ballo

p.409  La lezione di canto

p.417  Lo sconosciuto

p.433  Ferragosto

p.439  Una famiglia ideale

p.449  La cameriera della signora


Tutti belli - per la loro inventività - questi racconti del vol.I° della Mansfield (Wellington - Nuova Zelanda, 1888 - Fontainebleau, 1923)

 

“La psicologia qui non ha bisogno d’essere dichiarata, ma è assorbita nell’immagine guizzante, nella pulsazione dell’attimo.” (retro di copertina)


<Miss Brill>

“Benché fosse una giornata così splendente - il cielo azzurro spolverato d’oro e le grandi chiazze di luce come vino bianco rovesciato sopra i Jardins Publiques - Miss Brill era contenta d’essersi decisa per la pelliccia. L’aria era immobile, ma se aprivi la bocca avevi una leggera sensazione di gelo, come prima di bere un bicchiere d’acqua ghiacciata, e ogni tanto una foglia cadeva volteggiando - da chissà dove, dal cielo. Miss Brill alzò una mano e si toccò la pelliccia. La sua cara pelliccetta! Era bello risentirsela al collo. L’aveva tolta dalla scatola quel pomeriggio, aveva scosso via la naftalina, l’aveva spazzolata ben bene, e con una buona strofinata aveva ridato vita agli occhietti appannati. - Che cosa mi è successo? - dicevano i piccoli occhi tristi. Oh, com’era consolante rivederli fissi su di lei e feroci dalla trapunta rossa. Ma il naso, che era d’una sostanza nera, non era più così solido, doveva aver preso qualche colpo. Non importa: un ritocco di ceralacca nera ogni tanto, quando fosse assolutamente necessario. Quella briccona! Sì, per lei non era altro che questo, una bricconcella che si mordeva la coda proprio vicino al suo orecchio sinistro. Le veniva voglia di mettersela in grembo e carezzarla. Sentiva un certo pizzicorino nelle mani e nelle braccia, ma doveva dipendere dalla passeggiata, pensò. E, quando respirava, qualcosa di leggero e di triste - no, non esattamente triste - qualcosa di dolce pareva che le si muovesse nel petto.

C’era molta gente fuori quel pomeriggio, molto più dell’altra domenica. E la banda suonava più forte e più gaia..

Solo due persone dividevano con lei la sua panchina ’speciale’: un bel vecchio in giacca di velluto, le mani strette sopra un enorme bastone da passeggio intagliato, e una grande vecchia impettita con il lavoro a maglia arrotolato sul grembiule ricamato. Non parlavano. Peccato, perché Miss Brill attendeva sempre con ansia la conversazione. Era diventata espertissima, pensava, nell’arte d’ascoltare come se non ascoltasse, di sedersi un attimo nella vita degli altri mentre parlavano intorno a lei. Guardò la vecchia coppia con la coda dell’occhio. Forse se ne sarebbero andati presto..

Oh, com’era affascinante! Come si divertiva! Come le piaceva stare lì seduta a guardarsi intorno! Era come a teatro. Era esattamente come a teatro. Chi l’avrebbe creduto che il cielo sullo sfondo non era dipinto? Ma solo quando un cagnolino marrone s’avvicinò trotterellando con aria solenne e trotterellando s’allontanò lentamente, come un cane ‘di teatro’, uno di quei cani che vengono drogati, Miss Brill scoprì che cosa rendeva tutto quanto così eccitante. Erano tutti sul palcoscenico. Non erano soltanto in pubblico, non stavano soltanto a guardare; erano attori. Perfino lei aveva una parte e la recitava tutte le domeniche..Ma certo! Miss Brill scoppiò quasi a ridere. Calcava le scene! Ripensò al vecchio signore invalido al quale leggeva il giornale quattro pomeriggi alla settimana mentre lui dormicchiava in giardino. Aveva fatto l’abitudine a quella fragile testa sul cuscino di cotone, a quegli occhi infossati, a quella bocca aperta e al naso assottigliato, adunco. Se fosse morto potevano passare settimane senza che lei se n’accorgesse; non avrebbe fatto nessuna differenza. Ma ecco che all’improvviso lui veniva a sapere che chi gli leggeva il giornale era attrice. La vecchia testa si drizzava; due puntini luminosi gli baluginavano negli occhi. - Lei è…un’attrice? - E Miss Brill lisciava il giornale come fosse stato il copione colla sua parte e diceva con dolcezza: - Sì, faccio l’attrice da molto tempo -.

La banda aveva fatto una pausa, e ora riprese a  suonare..Il motivo saliva, saliva, la luce sfavillava, e Miss Brill aveva la sensazione che da un momento all’altro tutti, tutta la compagnia, si sarebbero messi a cantare..

Proprio in quel momento un ragazzo e una ragazza vennero a sedersi nel posto lasciato dalla vecchia coppia. Erano vestiti splendidamente, erano innamorati. L’eroe e l’eroina, naturalmente, appena scesi dallo yacht del padre di lui. E, cantando ancora silenziosamente, ancora col suo tremulo sorriso, Miss Brill si dispose ad ascoltare.

- No, adesso no - disse la ragazza. - Non qui. Non posso -.

- Ma perché? Per quella vecchia scema là in fondo? - domandò il ragazzo. - Chissà cosa viene a fare qui - chi la vuole? Dovrebbe starsene chiusa in casa, con quel muso da vecchia scimmia che si ritrova. -.

- E quella sua pelliccetta che è così ridicola - ridacchiò la ragazza. - Sembra un merluzzo fritto. -.

- Ah, smettila! - disse il ragazzo sussurrando irritato. Poi: - Dimmi, Ma petite chère…-.

- No, non qui - disse la ragazza. - Non ancora. -  .…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Di solito, tornando a casa, comprava una fetta di torta al miele dal fornaio. Era il suo festino domenicale. Qualche volta nella fetta c’era una mandorla, qualche volta no. Era molto importante. Se c’era, le sembrava di portarsi a casa un minuscolo regalo - una sorpresa - qualcosa che avrebbe potuto benissimo non esserci, Nelle domeniche di mandorla correva a casa più in fretta e sfregava con impeto il fiammifero per accendere il fuoco sotto il bollitore.

Ma quel giorno non si fermò dal fornaio, salì le scale, entrò nella sua stanzetta buia - la sua stanzetta simile a un armadio - e sedette sulla trapunta rossa. Rimase seduta a lungo. La scatola da cui era uscita la volpe era sul letto. Slacciò in fretta il fermaglio, e in fretta, senza guardare, ce la mise dentro. Ma quando chiuse il coperchio  le parve di sentire qualcuno che piangeva,”.